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Home Politica Italiana La crisi, i “tecnici” (dei padroni) ed il solito massacro sociale

La crisi, i “tecnici” (dei padroni) ed il solito massacro sociale

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105Il quadro politico italiano ha subito, in questi ultimi tempi, un grande cambiamento a seguito dell’inasprimento della crisi economica e del suo investire i cosiddetti debiti sovrani, cioè i debiti pubblici degli stati. Il livello di decomposizione dell’attuale sistema capitalistico è ben rappresentato dall’evoluzione della crisi economica in atto. Infatti questa crisi che è una crisi di sistema e non solamente o principalmente una crisi finanziaria, e che è ormai indubitabilmente la peggiore che il capitalismo abbia attraversato, paragonabile solo a quella del 1929, non solo non accenna a diminuire, ma trova sempre nuovi e maggiori elementi di peggioramento senza che si riescano ad intravedere spiragli di ripresa.
L’evento scatenante è avvenuto a livello finanziario, con i cosiddetti “titoli tossici “ che dagli USA sono stati sparsi in tutto il mondo. Ma a dimostrazione di come l’aspetto finanziario non sia una “degenerazione” del complessivo sistema capitalistico, e quindi non si tratti semplicemente di colpire comportamenti scorretti, ma bensì una delle sue componenti organiche, strettamente correlata alle altre, non solo non si è provveduto ad introdurre alcuna regolamentazione o controllo a livello nazionale o internazionale, ma si è proceduto come sempre a “socializzare” il debito attraverso lo stanziamento di enormi quantità di denaro pubblico per “salvare” le banche ed i soggetti finanziari, che pure avevano fatto grandissimi profitti dalle speculazioni finanziarie.
Ora quegli stessi soggetti, salvati con i soldi pubblici, stanno speculando sull’indebitamento degli stati, è come se si fossero fornite al nemico le munizioni per farsi sparare contro. In realtà la situazione è ancora più complessa perché in campo giocano anche altri fattori. Un osservatore esterno si potrebbe chiedere come mai da questi attacchi non siano stati investiti gli USA o la stessa Gran Bretagna, che per molti aspetti hanno una situazione peggiore di quella dell’Europa dell’euro, ma il fatto che i centri finanziari del pianeta siano collocati alla City di Londra ed a Wall Street non è casuale rispetto a queste circostanze.
Non è questo, certo, un aspetto che ci può stupire perché anche questa crisi, come tutte le altre, che il sistema capitalistico subisce e non è in grado né di evitare né di controllare, viene utilizzata a più livelli dalle classi dominanti per rafforzare o modificare i rapporti di forza e di dominio tra gli stati (e le rispettive borghesie di riferimento) nella gerarchia internazionale ed ecco che il capitalismo americano ed anglosassone in difficoltà sotto altri aspetti, cerca di usare anche la leva finanziaria per colpire le altre zone più forti del capitalismo mondiale, in primo luogo l’Europa dell’euro. Ma questo tipo di contraddizioni agisce anche all’interno dell’Unione Europea, infatti subito dopo il varo della manovra del governo Monti il ministro delle finanze tedesco Schauble ha dichiarato che in realtà l’Italia avrebbe potuto anche reggere il pagamento degli interessi sul debito, ma che se non fosse stata costretta non avrebbe fatto le “riforme“, dal che si capisce perché nella fase iniziale della crisi dello “spread” le banche tedesche abbiano venduto, anziché comprato titoli di stato italiani, e di come l’UE sia non un insieme di stati che collaborano, ma uno strumento della Germania che la usa come propria area di egemonia economica e come sbocco di mercato (con la Francia che cerca di arrancarle dietro facendo finta di avere un ruolo da pari).
Ma si tenta anche di usare la crisi, da parte del complesso degli stati del capitalismo maturo (in questo caso uniti), contro i paesi che oggi stanno vivendo poderosi processi di sviluppo i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia,India, Cina, Sudafrica) per cercare di frenarne lo sviluppo e ricondurli al loro posto nella gerarchia economica e sociale internazionale. Inoltre, all’interno dei singoli paesi le classi dominanti usano la crisi per colpire i lavoratori, aumentando le possibilità di sfruttamento in modo da incrementare i loro profitti, da un lato per essere più competitivi nel caso di una futura ripresa, e dall’altro, nell’immediato, per avere più forza nella competizione, nazionale ed internazionale, al loro stesso interno rispetto ai loro competitori economici in modo da sconfiggerli e magari inglobarli (infatti sempre le crisi sono state momenti di forte incremento dei processi di concentrazione sia industriale che finanziari ).
È in questo quadro, e nell’intreccio di questi fattori, che va inserita la crisi italiana, con le sue specificità, ed in questo contesto si capisce perché, a questo punto, i grandi poteri economici e politici, italiani ed internazionali, abbiamo deciso di mettere da parte Berlusconi che per diversi motivi non era più funzionale alle loro esigenze politiche. Innanzi tutto Berlusconi era troppo ossessionato dalla necessità di tutelare i propri interessi personali riguardo alla giustizia oltre che i suoi interessi economici per essere in condizione di condurre fino in fondo l’offensiva antipopolare che si voleva imporre al nostro paese, la relativa vicinanza della scadenza elettorale e la evidente caduta di consenso già registrata nell’ultima tornata elettorale faceva si che sia il PDL che la LEGA fossero in qualche modo recalcitranti a dare rapido seguito alle richieste del grande capitale nazionale (Confindustria) e internazionale (la UE, ma anche gli USA).
Infatti Berlusconi non è caduto sull’onda di un grande movimento popolare di opposizione, di grandi lotte sindacali ecc., ma sulla base di una forte pressione economico-finanziaria, oltre che politica, che ha evidenziato chiaramente che se non si fosse tirato indietro si sarebbe verificata una spaccatura del PDL che avrebbe dato vita, comunque al nuovo quadro politico.
Ed in questo passaggio è emersa ancora più chiaramente la “mano esterna” al paese che ha guidato gli avvenimenti, infatti la grande maggioranza delle forze politiche del parlamento si sono inizialmente pronunciate per il ricorso alle elezioni anticipate. Questo sosteneva la Lega, ma anche Berlusconi ed il PDL che temevano di essere sgretolati da un eventuale governo tecnico o di larghe intese, a favore del centro (che non per caso riceveva anche in questa occasione un deciso sostegno dal Vaticano e dalle gerarchie ecclesiastiche). Ma anche l’IDV e lo stesso PD di Bersani chiedevano di andare rapidamente alle urne, coscienti che in quel quadro sarebbe stata molto probabile una loro vittoria elettorale. Strumento dell’azione delle forze “esterne” è stato ancora una volta il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, che dopo essere stato l’alfiere ed il promotore della partecipazione del nostro paese alla guerra contro la Libia (come, guarda caso chiedevano la NATO e gli USA), ha di fatto spiazzato tutti, con quella che, in questo caso si può realmente definire una “mossa del cavallo”, perché ha “saltato”, il Parlamento, la Costituzione e la prassi consolidata, e con la nomina a senatore a vita di Mario Monti, ancora prima che Berlusconi avesse ufficialmente presentato le dimissioni ha imposto al parlamento (ed al paese) una soluzione che certo non nasceva dall’iter che la nostra Costituzione prevede.
Il suo ruolo prevedeva, invece, che in caso di crisi di governo il Presidente avrebbe dovuto consultare le forze politiche parlamentari, eventualmente le forze sociali, gli altri ex presidenti ecc., e sulla base del quadro che ne derivava procedere all’incarico per formare il nuovo governo a colui che risultava godere di un consenso maggioritario, altrimenti sciogliere le camere ed indire elezioni anticipate.
Niente di tutto questo è stato fatto, ma non solo, con un tempismo “eccezionale” e non certo casuale la nomina di Monti a senatore a vita ha preceduto di poche ore anche la riunione della direzione del PD, spiazzando completamente Bersani che fino a quel momento aveva parlato di elezioni anticipate, mettendolo di fatto in minoranza e costringendolo, quindi, ad accettare la soluzione che Napolitano aveva già deciso di attuare.
Questa operazione non certo limpida ne rispettosa dei dettami costituzionali ha potuto affermarsi quasi senza colpo ferire anche perché a livello di massa il dato che è risultato assolutamente predominante nel primo impatto è stato il grande entusiasmo per la cacciata di Berlusconi che ha caratterizzato anche le manifestazioni di piazza quando poi effettivamente è salito al colle per rassegnare le dimissioni.
Ma dopo l’entusiasmo iniziale, già con la formazione del governo, tutti coloro che in qualche modo si occupano di politica hanno subito capito quale era il segno di Monti e della sua compagine. Tutti esponenti o rappresentanti del grande capitale, delle banche, del Vaticano, della Nato, nessuno, ma proprio nessuno che arrivasse da un percorso diverso, per esempio dal mondo del lavoro o da esperienze di intervento sociale. Ma proprio per la sua composizione ed il suo ruolo questo governo ha goduto, ed ancora gode, di un enorme sostegno mediatico, che solo in questi ultimi giorni comincia a presentare delle crepe e delle voci in controtendenza.
I media hanno parlato di un consenso quasi unanime (oltre l’86%, ammesso che fosse vero) verso il nuovo governo. Sicuramente chiunque ha parlato in quei giorni con persone comuni, che non seguono da vicino la politica, anche se lavoratori e magari di sinistra, si è reso conto che vi era una grande speranza che il nuovo governo segnasse una netta discontinuità con le politiche di Berlusconi. Ma già a fronte delle prime dichiarazioni di intenti di alcuni ministri e delle indiscrezioni della stampa sui progetti di intervento la maschera era in larga misura caduta e si è iniziato ad affermare sempre di più un sentimento di vera e propria ribellione trasversale agli stessi elettorati del centrosinistra e della destra.
Ora che la manovra è stata presentata questa reazione popolare è destinata a prendere ancora maggiore forza ed ampiezza. Non bastano certo quelle misure poco più che simboliche come il bollo maggiorato su yacht, aerei e auto di lusso, e tantomeno il misero 1,5% in più richiesto ai capitali “scudati” (frutto lo ricordiamo di evasione), mentre ai pensionati si porterà via più del 6% delle loro, già misere, entrate o ai dipendenti pubblici si sta togliendo (con il blocco degli stipendi per 5 anni) circa il 15% del loro reddito (10 volte di più di quanto si prende dagli evasori) .
Non sono state toccate le spese militari, aumentate in questi anni nonostante la crisi, non è stata introdotta nessuna patrimoniale, ma si sono presi i soldi principalmente dalle pensioni e dalla tassa sulla prima casa. Per capire che impatto può avere la tassa sulla prima casa bisogna considerare che in questo momento circa il 40% dei mutui in essere risultano insolventi, e che del 60% restante una parte consistente è al limite dell’insolvenza.
Significa che moltissime famiglie di lavoratori rischiano di perdere definitivamente il frutto di anni di sacrifici e finire in mezzo a una strada. L’attacco feroce e pesantissimo alle pensioni (sia a quelle in essere che al diritto di chi ci deve accedere) non può essere mitigato agli occhi dei ceti popolari dalle misure simboliche prese verso i ceti più abbienti, e neppure dalla risposta positiva dei “mercati”, di quelle stesse borse che premiano immancabilmente le aziende che annunciano licenziamenti.
Infatti in questi giorni i siti del PD (ma anche del PDL) sono sommersi di messaggi di elettori infuriati che minacciano di non votare più questi partiti se dovessero sostenere la manovra.
Che il clima generale sia questo lo dimostra anche la posizione di CISL e UIL che dopo aver avvallato per molto tempo sia le manovre del governo Berlusconi che l’offensiva di Marchionne si trovano ora costrette ad assumere una posizione contraria alla manovra di Monti, anche se più a livello di immagine che di sostanza.
Ma anche sul fronte sindacale si evidenziano le stesse debolezze e contraddizioni che si esprimono in ambito politico, infatti se da parte della FIOM la riposta appare all’altezza dell’attacco e della rabbia dei lavoratori con la indizione per il 12 dicembre dello sciopero di 8 ore, la CGIL dopo aver indetto uno sciopero di 4 ore, che almeno avrebbe consentito lo svolgersi di manifestazioni di protesta, ha deciso pur di ottenere un compromesso con CISL e UIL , di ridurlo a sole 3 ore.
Non è questione di 1 ora in più o in meno ma del fatto che con solo 3 ore risulta di fatto impossibile la confluenza dei lavoratori in un unico luogo e lo svolgimento di manifestazioni di piazza.
Ancora una volta Susanna Camusso e la maggioranza della CGIL appaiono vittime di una “paranoia” unitaria ad ogni costo che sacrifica ad un minimo (ma proprio un minimo) di parvenza unitaria la possibilità di dare espressione al sentire ed ai bisogni dei lavoratori, rinunciando, di fatto a diventare il reale punto di riferimento del complessivo mondo del lavoro, che si sente ormai vittima di un progressivo ed inarrestabile degrado delle proprie condizioni di vita senza che nessun soggetto politico o sindacale di un certo peso (eccezione fatta per la sola FIOM) sia in grado (o voglia realmente) opporsi a tutto ciò e sapergli porre un freno.
Il pericolo di questa tendenza è assolutamente evidente, la caduta nel qualunquismo e nell’individualismo, l’abbandono della partecipazione politica (anche del voto) e sindacale, e quindi la possibilità che dal disastro sociale emerga non una forte spinta al cambiamento, ma una deriva reazionaria e populista. Di converso è anche vero che questa situazione offre ai comunisti la possibilità di rilanciare la propria presenza ed il proprio ruolo politico, perché siamo gli unici che oltre che spiegare “che cosa“ sta succedendo siamo anche in grado di dire “perché” sta accadendo e di proporre una alternativa vera di politica economica e sociale, e non semplicemente una versione solo un pò meno ingiusta della stessa politica, come pare voglia limitarsi a fare il centrosinistra.
Nel contesto attuale può tornare ad essere più facilmente comprensibile a livello di massa il concetto fondamentale (non a caso completamente oscurato negli ultimi anni) che la società in cui viviamo è divisa in classi sociali e che gli interessi delle classi sociali dominanti sono in contrasto diretto con quelle dei lavoratori, dei ceti popolari e della larga maggioranza della società. Non a caso gli unici che ricevono in gran quantità soldi dalla manovra del governo Monti sono le imprese (cioè i ricchi, i padroni).
Inoltre se è evidente che i comunisti non sono in grado, nell’immediato di metter in campo un soggetto politico già sufficientemente forte e radicato, in grado cioè di essere adeguato alle necessità dello scontro di classe in atto, è altrettanto vero che il passaggio politico che stiamo attraversando è, probabilmente, destinato a sconvolgere e modificare a fondo gli stessi assetti politici ed istituzionali della cosiddetta “seconda repubblica” e del sistema bipolare che ne era a fondamento.
Non sappiamo se il governo Monti durerà o se cadrà in tempi brevi inciampando nelle contraddizioni interne allo schieramento parlamentare che lo sostiene e/o nella pressione sociale che potrebbe svilupparsi, io penso che, purtroppo, durerà.
Ma in questo caso è evidente che il processo disgregativo di quelli che erano stati i 2 poli della politica fino ad ora è destinato ad approfondirsi. Nel centrodestra la frattura tra Lega e PDL che non nasce oggi, ma era già in campo nella ultima fase del governo Berlusconi e non emergeva solo perché era interesse di entrambi tenere in vita il comune governo, ma che era ormai giunta al punto di determinare una rottura tra il gruppo dirigente della Lega e la sua base elettorale, è destinata ad approfondirsi sempre di più.
Nel centrosinistra il PD appare sottoposto ad una pressione politica tremenda tra la sua componente “socialdemocratica” e quella più centrista, con la prima che “soffre” alcuni aspetti della manovra in atto, soprattutto rispetto al rapporto con parte importante della sua base sociale, mentre la seconda appare assolutamente appiattita sul governo Monti e sempre più attenta al “terzo polo”.
Anche qui la frattura tra PD ed IDV appare difficilmente recuperabile. Su tutto questo aleggia sempre più invadente un terzo polo che gioca sia nel campo del PDL che in quello del PD, con potenti appoggi nazionali ed internazionali, verso gli ex democristiani ed i centristi di vario genere con l’idea di ricostruire una sorta di nuova DC fulcro di un nuovo sistema politico che veda il centro scegliere di volta in volta tra la destra e la sinistra moderata l’interlocutore di governo. È chiaro che una evoluzione di questo genere potrebbe seppellire, almeno per una lunga fase, il tentativo di strutturare il sistema politico ed istituzionale italiano in senso bipolare, e potrebbe riportare ad un sistema fondato su un criterio proporzionale. Questo aspetto che su un piano istituzionale rappresenterebbe certamente un avanzamento in senso democratico non è detto che nell’immediato apra, però, maggiori spazi politici ai comunisti ed alla sinistra anticapitalista. Infatti un sistema proporzionale con un alto sbarramento (per esempio al 5%) potrebbe ugualmente riuscire a perpetrare l’emarginazione e l’esclusione dei comunisti dalla rappresentanza istituzionale, questo significa che in forme diverse potrebbe, comunque, porsi per i comunisti una necessità di alleanze elettorali che consentano di poter utilizzare anche gli spazi istituzionali (e la conseguente visibilità mediatica) per la propria battaglia politica.
Come ho avuto però già modo di dire non è questo il terreno principale su cui si gioca la possibilità di ricostruire un Partito Comunista adeguato alla attuale fase politica, ma sul terreno di una forte crescita del radicamento nella società e nei luoghi di lavoro, che si può concretizzare solo attraverso un rilancio della militanza dei propri iscritti ed all’incremento di nuove adesioni al partito, oltre che allo sviluppo di processi unitari tra i comunisti oggi in campo. Abbiamo probabilmente un anno e mezzo davanti a noi per sviluppare la nostra iniziativa politica, molto dipenderà da quanto ognuno di noi tanto che operi nella più piccola realtà locale, quanto ai più alti vertici nazionali saprà costruire, come si diceva una volta: compagni, al lavoro e alla lotta.
***
Piazza Liberazione.it ringrazia l'autore
l'articolo è di proprietà di Vladimiro Merlin
la foto inserita nell'articolo è di: Aldeadle, licenza
 

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