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Anno Millenovecentosessantanove

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1Questo articolo vuole richiamare l’attenzione delle lettrici e dei lettori su alcune riflessioni relative al 1969 il cui significato ha rappresentato un passaggio politico importante nella storia italiana e nel contesto internazionale. Le Compagne e i Compagni che intenderanno partecipare a questa discussione con contributi scritti, copie di documenti, di giornali di fabbrica e fotografie saranno tutti benaccetti. Sono trascorsi 40 anni dal 1969 che è stato definito, in modo assai riduttivo “autunno caldo”; in realtà è stato molto di

più, perché le lotte operaie a cui si erano unite quelle studentesche e altre categorie sociali avevano superato i margini sindacali della sola resistenza economica.

Diversi intellettuali e politici hanno sostenuto e sostengono ancora tesi mistificanti dicendo e scrivendo che il 1969 era stato un prodotto del 1968 o peggio ancora altri hanno sostenuto che l’esperienza del ’69 era stata “determinata” addirittura dalla presenza dei gruppi extraparlamentari. È stato ed è ancora un modo come un altro per negare ed oscurare l’alto livello di autonomia politica che i lavoratori avevano acquisito in quella stagione. Tante volte, i gruppi sono stati sopravalutati politicamente, in realtà essi trovavano l’humus della propria sopravvivenza, soltanto sul terreno del riformismo che, come oggi, non era in grado di dare alcuna risposta politica all’offensiva del grande capitale. Purtroppo, per le sue contraddizioni interne, anche il PCI non riuscì a dare a questi gruppi una vera ed organica risposta di classe soprattutto sul piano strategico e della prospettiva socialista. Usare strumentale, da parte della borghesia, questi piccoli gruppi non era difficile per deviare l’opinione pubblica dalle istanze di classe contenute nelle lotte del movimento operaio e questo permetteva alle rappresentanze politiche del capitale di svolgere un’azione tesa a raggiungere determinati obiettivi:

 1°- collocare i gruppi extraparlamentari nell’alveo del pensiero politico e culturale del PCI.

2°- identificare in questi gruppi la base ideologica dell’origine del terrorismo per come si è sviluppato negli anni successivi con i gruppi armati autosedicenti di “sinistra”.

3°- affermare, in questo modo, che i gruppi extraparlamentari e il terrorismo trovavano la propria origine nello stesso ceppo comunista del PCI e dell’URSS.

4°- utilizzare la critica di questi gruppi nei confronti del PCI, per coprire da “sinistra” la funzione del riformismo che operava per disarticolare il movimento operaio.

5°- utilizzare i gruppi fascisti in azioni terroristiche di massa e la polizia in azioni repressive, quando il riformismo dimostrava di non essere in grado a frenare le lotte operaie e i comunisti, ovviamente, per coprire le responsabilità degli apparati e dei poteri occulti nelle stragi di stato.

Le schermaglie e gli scontri tra i gruppi di “sinistra” e quelli di destra, non davano alcun contributo politico alle lotte dei lavoratori, anzi venivano strumentalizzate dalla DC per sostenere la tesi degli “opposti estremismi”. Negli anni successivi, anche le azioni dei gruppi armati che rappresentavano “l’evoluzione” militare di minuscole minoranze di alcuni gruppi di “sinistra”, oggettivamente, svolgevano una funzione di consolidamento e non di instabilità del potere politico della borghesia, come venne ben analizzato dal politologo Giorgio Galli nel suo libro “il partito armato” (ed. Kaos). Egli fa notare che i gruppi armati si “sinistra” non furono mai un vera minaccia per lo stato e furono sempre infiltrati e usati in senso anticomunista, nonché molto tollerati dai sevizi segreti e da alcuni apparati dello stato. Praticamente, le azioni dei gruppi extraparlamentari dal 1969 in poi, dei gruppi armati di “sinistra” e dei gruppi stragisti di destra vennero abbondantemente usate per fare passare leggi restrittive sulla libertà individuale e collettiva; ma, soprattutto per imporre dei provvedimenti repressivi contro le lotte dei lavoratori.

Molti rappresentanti dei gruppi extraparlamentari (figli di piccola e media borghesia di formazione cattolica) andavano in piazza a lanciare slogan del tipo “viva la dittatura del proletariato”, “fascisti borghesi ancora pochi mesi”, “fra 5 o 10 anni l’Italia sarà rossa”, “fascisti carogne tornate nelle fogne”, ecc. Dopo l’ondata emotiva di quel periodo e dopo aver annusato il profumo delle briciole offerte dal capitale, molti di questi “rivoluzionari” sono stati miseramente traghettati nelle file del centrodestra sotto l’ala protettrice della “dittatura della borghesia”. Questi “sessantottini” che si sentivano dei “grandi generali” (senza esercito come Sinistra Proletaria, Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, PC(ml)I “Servire il Popolo” e poi Democrazia Proletaria, Lotta Comunista, ecc.), dalla fine degli anni ’70; poco alla volta, facevano le file per entrare e cercare qualche “posticino” nei sindacati e nei vari partiti: CGIL, CISL e UIL, PSI, PDS, Verdi, Radicale fino a Forza Italia, ecc. Venti anni dopo, gli stessi “generali” soprattutto del gruppetto cosiddetto di “Democrazia Proletaria”, decidevano di entrare nel nascente movimento della Rifondazione comunista e altri successivamente nel PdCI, per dirigere “il rozzo popolo delle salamelle delle feste de L’Unità”. Da allora questi “grandi rivoluzionari”, in modo molto opportunistico, si sono riportati dietro la stessa concezione ideologica piccolo borghese “socialdemocraticista” che, oggi, sta alla base del cosiddetto “Partito Sociale”.

Molte volte, essi sono stati strumenti controllati dal sistema e facilmente usati in funzione antiPCI e antiCGIL, che in quel periodo, rappresentavano le organizzazioni più importanti dei comunisti e della classe operaia che stava dando vita al grande movimento dei Consigli di Fabbrica. L’illusione di questi gruppi autosedicenti “avanguardie politiche”, avrebbe dovuta essere quella di sottrarre le masse dall’influenza del revisionismo del PCI e della CGIL per “guidarle” sulla “via della rivoluzione proletaria”. In realtà, sono stati loro ad essere assorbiti nei meccanismi del capitale e il loro massimalismo era soltanto pragmatismo e cioè l’altra faccia della medaglia del riformismo. Tutto ciò non faceva che favorire il PSI, la CISL e la UIL, naturalmente la DC che governava il paese e l’ala destra interna del PCI. Il risultato finale è stato che la borghesia ha rafforzato il suo potere, i fascisti non sono finiti nelle fogne; ma, al contrario oggi sono al governo, il revisionismo e il riformismo non sono stati scalfiti, anzi si sono rafforzati, tanto che il riformismo ha vinto e il PCI è stato distrutto grazie anche al grande contributo di questi “grandi maestri e generali della rivoluzione”.

In realtà, il 1969 è stato un formidabile e grande terremoto sociale di potente intensità che, paragonato a quelli naturali, è stato preceduto da alcune piccole scosse premonitorie e poi seguito ancora da altre minori cosiddette di assestamento. Ecco, che il 1968 ha rappresentato un importante segnale politico che deve essere pienamente valorizzato per le rivendicazioni e le lotte del movimento degli studenti che annunciavano, appunto, l’arrivo di qualcosa di ben più grande che stava maturando e arrivando e che avrebbe coinvolto l’intera nostra società.

Quali erano le forze politiche in campo, in quel momento? Il quadro politico era costituito dal governo Rumor a cui è succeduto quello di Forlani, entrambi DC, come sempre sostenuti dai socialisti; mentre il PCI era all’opposizione. Le coalizioni politiche di centrosinistra erano nate dopo le grandi mobilitazioni popolari che avevano fatto cadere il Governo DC di Tambroni sostenuto dai fascisti del MSI, nel 1960. Il fermento politico interno ai vari partiti era determinato non solo dalle loro contraddizioni interne, ma anche dalle forti sollecitazioni esterne di massa che crescevano sempre di più nella società e che ponevano dei problemi sempre più grandi anche alle componenti riformiste e cattoliche che in quel momento erano rappresentate dai socialisti e dai socialdemocratici, dai sindacati CISL e UIL e dalle ACLI. Le loro azioni politiche entravano in simbiosi, oggettivamente, con le forze governative, con i socialisti e con la corrente di destra interna al PCI capeggiata da Amendola tra i cui seguaci vanno ricordati l’attuale Presidente della Repubblica Napolitano e il Segretario nazionale della CGIL Lama (succeduto a Novella nel 1970), oltre ai vari rinnovatori, miglioristi, istituzionalisti e riformisti come Macaluso, Cossutta ed altri più giovani come Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Ferrara, ecc. Nel 1964 Amendola, fu uno dei maggiori sostenitori del socialdemocratico Saragat per la sua elezione alla Presidenza della Repubblica e fin dal 1965 teorizzava la necessità di un unico partito di sinistra comprendente i comunisti, i socialisti e i socialdemocratici. In “contrapposizione” ad Amendola c’era l’ala cosiddetta movimentista del PCI di cui Ingrao era il riferimento che sosteneva, sostanzialmente, la necessità di un’alleanza con il mondo cattolico. Da questa contraddizione interna, alcuni aderenti alla corrente movimentista vennero allontanati dal PCI i quali diedero vita a “il manifesto”.

Il ruolo che doveva svolgere il riformismo (esterno ed interno al PCI) era quello di segregare le lotte dei lavoratori nei confini della legalità borghese, allo stesso modo con cui il PSI lo aveva svolto nel biennio rosso ’19-’20. Il riformismo ha sempre operato per egemonizzare e mutare la natura della Confederazione Generale del Lavoro per farla correre in aiuto alle crisi del capitalismo e frenare le lotte del movimento operaio. In questa direzione, insieme a CISL e UIL nate nel ’48 per volontà della DC, della Confindustria, del Vaticano, della CIA e dei poteri occulti (soprattutto la massoneria) il riformismo ha sempre operato per spaccare l’egemonia comunista e dividere la classe lavoratrice. Essi rivendicavano l’”autonomia” dai partiti con lo scopo di spezzare il rapporto politico che c’era tra la CGIL e il PCI e l’egemonia culturale di questo sulla Classe Operaia. Ieri come oggi, la CISL e la UIL continuano ad agire per disarticolare il movimento di classe dei lavoratori e trasformare l’organizzazione sindacale in strumenti corporativi di sudditanza allo stato e alle aziende capitalistiche.

Il vero supporto ideologico, politico e organizzativo al movimento operaio che entrava in maniera dirompente nel conflitto di classe con le sue lotte contro il grande capitale era dato: a) dal PCI che contava ca.1,5milioni di iscritti di cui oltre il 40% di provenienza operaia i cui quadri erano presenti per oltre il 40% negli organi dirigenti del partito; b) da una CGIL con milioni di iscritti e con forti connotazioni di classe, soprattutto la Fiom, autonoma dagli industriali e dal governo; c) da un grande movimento di Consigli di Fabbrica, articolato in tutto il Paese, nato proprio con la formazione spontanea di delegati di reparto nei primi anni ’60 nelle lotte a cominciare dagli elettromeccanici e da altre categorie di lavoratori. Basta ricordare che il 1969 in Italia aveva contato un numero di ca.8milioni di scioperanti con oltre 300milioni ore di sciopero, contro ca.4milioni di scioperanti con 74milioni di ore di sciopero del 1968 - (dati ISTAT).

Sul piano elettorale il PCI contava oltre 8milioni di voti nel 1968 e oltre 9milioni di voti nelle elezioni successive del 1972. In quell’anno il Segretario Nazionale del PCI era Luigi Longo, mentre il Segretario nazionale della CGIL era Agostino Novella di origine operaia che, molto giovane, aveva partecipato alle lotte del "biennio rosso" del ‘19/’20 e poi alla resistenza antifascista. Come tutte le esperienze storiche dei lavoratori, anche il 1969 era l’erede di grandi lotte svolte dalle precedenti generazioni del proletariato come quelle, appunto, del “biennio rosso ’19-‘20”. Politicamente, questi due anni erano stati diretti dalla rivista “Ordine nuovo” fondata da Gramsci che indicava nei Consigli di fabbrica la base su cui avrebbe dovuta essere edificata la società socialista nel nostro paese. Il vento della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e l’esperienza dei Soviet avevano influito molto positivamente sulle lotte operaie mondiali e in Italia; ma, l’elemento politico centrale era determinato dall’azione politica dei comunisti e dalla presa di coscienza della classe operaia e del movimento consiliare italiano. In questa fase storica Gramsci elabora e sviluppa le analisi sulla natura del Sindacato, sulle strutture Consiliari, sul riformismo, sul massimalismo e sul Partito politico della classe operaia e quindi sui rapporti politici che dovevano (e devono) intercorrere tra i CdF, il Sindacato e il Partito Politico. Tutti elementi di estrema attualità e da cui dovremmo trarre insegnamento! In pratica, l’analisi di Gramsci indicava come indica ancora oggi che la costruzione di un Partito Comunista è determinata dalla necessità interna alla lotta di classe e dal legame organico con la classe operaia che non possono più trovare nel riformismo, alcuna soluzione delle contraddizioni del capitale.

A livello mondiale, il 1968 era stato caratterizzato da lotte di studenti in Giappone, negli USA, in altre parti del mondo e in Europa soprattutto in Francia. Anche in Italia cominciavano a prendere corpo importanti mobilitazioni di studenti e il ’68 si chiudeva con i primi scioperi di alcune grandi fabbriche del nord e con le lotte dei braccianti di Avola in cui la repressione del Governo DC provocava la morte di due braccianti e 48 feriti. In questo modo si apre il 1969 ed esplodono scioperi di centinaia di migliaia di lavoratori in Toscana, Sicilia, Campania, Puglia, Veneto, Lazio contro le “gabbie salariali”, per migliori condizioni di vita e di lavoro, nuovi contratti, per le pensioni, contro il caro vita, per il diritto alla casa, ecc. Nel mese di febbraio, la CGIL proclamava lo sciopero generale a cui, successivamente, aderirono anche la CISL e la UIL per la riforma delle pensioni sociali e di anzianità, il sistema contributivo, la scala mobile, gli assegni familiari e l’abolizione delle “gabbie salariali”.

Le lotte operaie e del PCI riuscivano a coinvolgere anche il movimento degli studenti e cominciavano ad assumere alcuni tratti politici anche di carattere internazionalista. Con la visita di Nixon a Roma, in tutta Italia veniva proclamata una giornata di mobilitazione antimperialista contro la Nato e la guerra USA in Vietnam. In quella occasione, utilizzando le provocazioni di alcuni gruppi fascisti, si scatenò la repressione della polizia che provocava un morto, decine di feriti e centinaia di arresti. Anche a Milano ci furono violenti scontri nei pressi del Consolato Americano tra i manifestanti e le forze di polizia. L’insegnamento più importante della lotta di liberazione del popolo Vietnamita era quello che anche a fronte di possibili trattative, la lotta non avrebbe dovuto mai essere sospesa. Questa indicazione influenzò molto positivamente anche le stesse lotte operaie del nostro Paese negli anni ’60 e ’70, che entravano sempre di più in contrasto con le prime politiche concertative del riformismo del PSI, della destra del PCI e della CGIL e naturalmente della CISL e della UIL.

Nello stesso periodo iniziarono ad entrare in sciopero impiegati, tecnici e ricercatori a fianco degli operai delle grandi aziende come la Fiat, Pirelli, Magneti Marelli, Sit-Siemens poi Italtel, Aem, Alfa Romeo, Falck, ecc. Queste lotte si estendevano sempre di più anche nel sud del paese e a seguito della minaccia di chiusura del tabacchificio di Battipaglia in cui lavoravano oltre 600 lavoratrici, le operaie diedero vita a una delle più forti mobilitazioni del meridione. Anche qui, la repressione della polizia provocava la morte di un giovane e di una donna, per i quali venne indetto uno sciopero generale che mobilitò milioni di lavoratori e lavoratrici in tutta Italia. Intanto, la repressione della polizia continuava ad estendersi anche a Roma, Firenze, Milano parallelamente ai licenziamenti attuati dagli industriali nei confronti di attivisti sindacali e militanti comunisti. Di fronte al fatto che il riformismo non riusciva più ad arginare, frenare e controllare le lotte dei lavoratori, le classi dominanti cominciarono ad utilizzare e finanziare i gruppi di destra aprendo la stagione nera della “strategia della tensione”. Il 25 aprile del 1969, diverse bombe vennero fatte esplodere al padiglione Fiat nella Fiera e alla stazione ferroviaria di Milano.

Milioni di lavoratori erano in uno stato di agitazione permanente nelle grandi fabbriche del nord e del sud del Paese per conquistare migliori condizioni di vita, di lavoro e l’agibilità sindacale e politica. Nelle assemblee i lavoratori spinti dalla necessità di controllare ciò che avveniva nell’organizzazione del lavoro nella propria Azienda, rivendicavano il riconoscimento dei propri delegati di reparto e quindi l’organizzazione dei delegati in Consigli. La critica ai rappresentanti delle Commissioni Interne si delineava sempre di più con una forte differenziazione tra le loro funzioni nelle nascenti strutture Consiliari e quelle sindacali incorporate dalle CI. Di conseguenza crescevano gli scontri politici tra i delegati di fabbrica e i funzionari sindacali soprattutto con i riformisti e quelli della CISL e della UIL che avevano come hanno ancora oggi una concezione corporativa dei rapporti di lavoro.

Era una fase di transizione verso un’economia industriale che comportava mutazioni nell’organizzazione del lavoro e della produzione con l’introduzione di nuove tecniche e tecnologie nella fabbrica che coinvolgevano sempre di più la responsabilità diretta degli stessi lavoratori. Questi problemi non potevano più essere affrontati e risolti con la sola azione sindacale che entrava sempre di più in collisione con il ruolo emergente dei delegati di reparto. Cioè, si stava delineando una contraddizione tra la democrazia diretta e di base generata dai lavoratori la cui necessità era quella di comprendere ed avere una visione complessiva dei cicli lavorativi-produttivi e la classica democrazia delegata e rappresentativa sindacale. In realtà era in corso il consolidamento del fordismo e non il suo superamento, come qualche intellettuale e politico come Revelli e il socialdemocratico Bertinotti ed altri hanno tentato di sostenere (negli anni successivi) sostenendo che il Toyotismo rappresentava una nuova fase che avrebbe superato il modello fordista. Peggio ancora altri come il liberale americano J.Rifkin che ha parlato addirittura di fine del lavoro e, purtroppo, anche alcuni pezzi di sinistra, ci hanno pure creduto.

Le catene di montaggio, la forte parcellizzazione del lavoro in micro-mansioni, l’introduzione dei primi elementi di micro-elettronica, l’informatica, l’automazione e la robotica con i processi di proletarizzazione degli strati impiegatizi, tecnici e di una parte di quadri aziendali e di piccola borghesia (piccoli commercianti caduti in rovina), insieme a tutti quelli che determinavano la produzione di un oggetto finito, rappresentavano processi su cui era necessario intervenire. Ogni lavoratore si identificava sempre di più con la produzione e cominciava ad acquisire la coscienza attraverso cui individuava nella sua funzione un pezzo del suo lavoro, della sua personalità nella produzione attraverso la catena di montaggio in un insieme collettivo di classe. Il carattere sociale della produzione era l’elemento fondante della centralità della fabbrica e del rapporto tra la classe operaia con tutta la società. Ogni reparto di lavoro e di produzione rappresentava un momento di resistenza economica ma anche un momento di lotta politica conto il capitale. Ogni gruppo omogeneo rappresentava un pezzo dell’insieme della linea di produzione in cui veniva definito il proprio ruolo nei rapporti di produzione capitalistici di una determinata Azienda. Oggi, le RSU, come le vecchie CI, non sono in grado di controllare né contrattare nulla nei singoli reparti e nei processi di trasformazione della materia nelle linee di produzione. I loro compiti si riducono al “controllo” della disciplina del lavoro, a notificare le crisi aziendali e rilevare il tesseramento sindacale.

Il 1969 ha dimostrato che la classe lavoratrice era riuscita a rivelare tutta la sua capacità di aggregare diverse alleanze intorno a se, soltanto nel conflitto sociale e nella contraddizione capitale-lavoro; coinvolgendo intorno alle proprie lotte contadini, braccianti, pubblico impiego, studenti e persino i pastori in Sardegna che scesero in lotta occupando le terre per i disastri provocati nell’isola dalle manovre militari delle basi Nato. È un periodo che molti delegati riportavano le loro esperienze di fabbrica direttamente nelle assemblee studentesche in diverse scuole medie superiori e nelle università. Ancora una volta ritornava in tutta la sua attualità l’elaborazione teorica gramsciana sulle capacità organiche della classe operaia e sulla potenzialità delle sue strutture consiliari che rilanciavano la questione del controllo e della gestione della produzione. In altre parole, venivano messi in discussione i rapporti di produzione capitalistici direttamente nei luoghi di lavoro.

Nel mese di agosto del 1969, un altro passo della “strategia della tensione” si manifestò con altre bombe fatte esplodere su alcuni treni mentre un’altra venne ritrovata a Roma. Nel frattempo, altre lotte si articolavano per la casa, i trasporti, la salute, il diritto allo studio, la parità salariale tra lavoratrici e lavoratori, la sicurezza e l’ambiente partendo proprio dall’interno della fabbrica che era divenuta il centro di tutta la società. Nel mese di settembre venne indetto lo sciopero generale dei metalmeccanici, poi seguito anche dagli edili, chimici, marittimi e farmaceutici. Il livello dello scontro di classe fece un salto di qualità con grandi manifestazioni di massa alla cui testa erano soprattutto i metalmeccanici e i quadri comunisti delle grandi fabbriche. Vennero assunte anche forme di lotta sempre più incisive come gli scioperi a scacchiera e articolati, picchetti, cortei interni nelle Aziende, blocchi delle merci, occupazioni di molte fabbriche fino alla gestione diretta della produzione di altre.

Venne indetta un’altra grande mobilitazione antimperialista in tutto il mondo a cui aderirono centinaia di milioni di manifestanti che condannavano l’imperialismo USA per la guerra in Vietnam. In quella giornata di lotta in Italia sono state protagoniste le grandi fabbriche e intanto un’altra bomba venne scoperta al cinema Brancaccio di Roma. Nello stesso periodo viene indetto lo sciopero generale nazionale per la casa e per le riforme sociali e al termine di una manifestazione sindacale presso il teatro Lirico a Milano, la polizia attacca i cortei dei lavoratori fino ad estendere gli scontri anche all’Università Statale. In questa occasione avviene la collusione frontale di due mezzi della PS che provoca la morte di un agente. Nel mese di novembre esplode un ordigno alla lapide del Partigiano e un altro contro la caserma dei carabinieri in piazza del Popolo a Roma.

Le lotte dei lavoratori non davano alcun segno di cedimento per il rinnovo dei CCNL e della lotta per i diritti e la democrazia in fabbrica. Esse raggiunsero la punta più elevata, quando il 28.11.1969, centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici metalmeccanici/che decisero di sfilare a Roma in una grande manifestazione nazionale per dare una risposta alla rottura delle trattative da parte della Confindustria. Al centro delle manifestazioni non c’era soltanto la richiesta di aumenti salariali, ma la qualità del lavoro, il modo di produzione, il controllo dell’Organizzazione del Lavoro e la democrazia in fabbrica. L’alta partecipazione agli scioperi di molte altre categorie di lavoratori, la crescente simpatia e solidarietà del popolo verso i lavoratori in lotta, l’unione degli studenti con gli operai rappresentava un grande momento di unità e di egemonia culturale di classe che si estendeva nel paese e si rifletteva positivamente anche dentro la stessa CGIL e il PCI con un significativo aumento di nuovi iscritti. Queste forti mobilitazioni dei lavoratori diedero un primo grande risultato politico storico che pose le basi alla successiva approvazione dello “Statuto dei Lavoratori”.

Non a caso, il 12.12.1969 una bomba viene fatta esplodere nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano provocando diciassette morti e ottantotto feriti. Era la STRAGE DI STATO! Subito dopo, in piazza della Scala, venne trovata un’altra bomba nella Banca Commerciale e nella sede della Banca Nazionale del Lavoro a Roma esplose un ordigno che ferì 14 persone. Un’altra bomba deflagrò sotto il portabandiera dell’Altare della patria dove esplose un terzo ordigno che provocò 3 feriti. Ancora una volta, le indagini vennero tutte orientate provocatoriamente sui comunisti, la sinistra parlamentare ed extraparlamentare e soprattutto su ambienti anarchici che rappresentavano l’anello più debole della sinistra. Lo scopo principale era quello di fermare l’evoluzione della lotta della classe operaia del nostro Paese, di colpire a morte il movimento dei Consigli di Fabbrica embrioni di un nuovo potere e di una nuova democrazia alternativa alla società borghese, di spaccare il movimento sindacale isolando la CGIL e soprattutto impedire, in tutti i modi, la salita al potere del PCI. Tutto ciò venne confermato nel ventennio successivo dal ruolo svolto dalla massoneria, dai servizi segreti nazionali e internazionali, dalle forze di destra, da pezzi di apparato dello stato, dalle forze governative e soprattutto dalla P2 a cui faceva parte l’attuale presidente del consiglio Silvio Berlusconi.

Il 13 dicembre 1969 l’Italia antifascista si mobilitava e una settimana dopo, la Fiom e i metalmeccanici vinsero la loro battaglia con la conquista del nuovo CCNL in cui vennero riconosciuti gli aumenti salariali, le 40 ore di lavoro settimanale, i diritti sindacali, l’agibilità politica e sindacale nei luoghi di lavoro, il riconoscimento dei Consigli di Fabbrica, ecc. Alla fine di dicembre vennero effettuate, per la prima volta le assemblee retribuite per la consultazione dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Le mobilitazioni e gli scioperi continuarono contro le rappresaglie degli industriali nei confronti degli attivisti sindacali e dei comunisti che si erano posti all’avanguardia delle lotte dell’”autunno rosso” in fabbrica. Insomma, il 1969 ha rappresentato una grande ed entusiasmante stagione di lotta, un periodo di grande fioritura e creatività operaia, la produzione di centinaia di giornali e bollettini di fabbrica, un vero e proprio movimento politico di classe nel Paese. La bandiera delle lotte era stata presa saldamente e direttamente in mano dalla classe operaia che si era posta alla testa delle grandi mobilitazioni sociali anticapitaliste, antimperialiste, antifasciste e antirepressive ponendo le basi per la costruzione di una nuova società. Con la conquista dello “statuto dei diritti dei lavoratori” (legge n. 300 del 20.05.1970), la classe operaia era riuscita a trasferire, un pezzo della Costituzione Italiana all’interno dei luoghi di lavoro e di produzione!

Il 1969 fu un anno che aprì il decennio successivo ad altre grandi lotte e a nuove conquiste fino al biennio ‘79/’80 in cui, dopo l’assassinio di Aldo Moro (1978) e dell’operaio sindacalista-comunista dell'Italsider di Genova il compagno Guido Rossa (1979) per mano delle brigate cosiddette “rosse”, ci fu la drammatica sconfitta operaia nella FIAT che segnò l’inizio di una discesa del movimento dei CdF, del movimento sindacale di classe e del PCI, soprattutto grazie alla funzione svolta dal riformismo che si era reso complice dello spostamento sempre più a destra dell’asse politico del paese rendendo un grande servizio politico-ideologico all’imperialismo USA, alla Massoneria, agli Industriali, al Vaticano e a tutta la borghesia. In tutti questi elementi politici risiedono (forse) le chiavi di lettura dell’evoluzione politica successiva a partire dallo scioglimento del PCI e dei CdF, lo sviluppo del craxismo e del berlusconismo, la nascita del PDS, del movimento di Rifondazione Comunista e poi del PdCI, il fallimento elettorale dell’arcobaleno, la nascita del PD, la scomparsa della sinistra e dei comunisti in Parlamento e lo strapotere dell’erede della P2 Silvio Berlusconi.

Forse, la costruzione di un nuovo e unico Partito Comunista di massa, un sindacato di classe e il superamento delle RSU per la creazione di nuovi C.d.F. in Italia passa attraverso la comprensione di tali processi!

 

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Informazioni:

Piazza Liberazione.it ringrazia l'autore

L'articolo © pubblicato in questa pagina è di Rolando Giai-Levra
(L'articolo è stato già pubblicato in questo sito nell'aprile del 2009)
la foto inserita in questa pagina è di CGIL Nazionale
pubblicata con licenza: Alcuni diritti riservati
pubblicata nel sito con uguale licenza

 

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