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Home Lavoro&Precarietà L’indirizzo sindacale di classe, il problema del controllo operaio e i comunisti

L’indirizzo sindacale di classe, il problema del controllo operaio e i comunisti

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45Il percorso di ricostruzione del Partito Comunista nel nostro paese non può prescindere dalla necessità di affrontare due questioni politiche che riguardano direttamente gli interessi, l’unità, l’autonomia e l’identità di classe dei lavoratori:
1) - l’indirizzo politico da tenere nell’organizzazione della forza-lavoro nella sua lotta economica di resistenza contro lo sfruttamento del capitale.
2) - la definizione dello strumento organizzativo della forza -lavoro (nella sua qualità di produttrice di merci) nella lotta per il controllo del lavoro e della produzione in fabbrica. Sono due temi che sono collocati su due piani differenti e che rappresentano due punti strategici nella formazione del partito politico della classe operaia che si vuole costruire.
A maggior ragione, tale necessità assume un carattere di notevole importanza in un periodo come quello che stiamo attraversando che è investito da una profonda e radicale crisi strutturale del capitalismo e dell’imperialismo a livello nazionale ed internazionale.
Per tutte e due le questioni, il punto di partenza resta l’esperienza storica del proletariato del nostro paese e il patrimonio teorico che abbiamo ereditato e che insieme rappresentano la base sulla quale i comunisti possono avviare un dibattito culturale, politico in grado di definire, da una parte, l’indirizzo sindacale di classe da adottare e individuare, da l’altra parte, gli strumenti necessari attraverso cui i lavoratori possano esercitare il proprio controllo sull’organizzazione del lavoro e della produzione in fabbrica.
Due obiettivi fondamentali che, insieme alla collocazione internazionale e alla lotta per la formazione teorica, sono indispensabili per l’affermazione della concezione marxista-leninista e gramsciana nella ricostruzione del Partito Comunista. Vale sempre ricordare che senza un tale partito politico, la classe operaia non riuscirà mai a risolvere le contraddizioni tra capitale-lavoro, tra la proprietà privata e la socializzazione dei mezzi di produzione, tanto meno lottare per l’edificazione della società socialista e portare a compimento l’emancipazione di tutti i lavoratori nella lotta per la liberazione dal lavoro salariato in una società senza classi.
La mancanza di chiarezza teorica e politica su questi due punti, farà crescere la confusione che da lungo tempo è presente nella sinistra con il rischio di trasformare anche un nuovo partito politico in un luogo in cui prende posto l’anarchia e il diritto di cittadinanza di vari indirizzi sindacali, nonché concezioni astratte sulla formazione degli organismi di base legati ad una piuttosto che ad un’altra corrente politica. Dallo scioglimento del PCI, non si è mai aperto un vero dibattito politico in grado di portare chiarezza teorica nell’analisi delle classi e di conseguenza per elaborare adeguate politiche finalizzate all’obiettivo di ottenere, per i comunisti, un unico indirizzo sindacale di classe.
È prevalsa la logica del pluralismo delle politiche sindacali, fino a mettere in soffitta la stessa esperienza storica dei lavoratoti anche nel campo del controllo operaio nei luoghi di lavoro e di produzione. Questo è lo scenario che, a tutt’oggi, continua a dominare in tutta la sinistra, nel PRC e, anche se in misura minore, nel PdCI. Senza alcun vincolo, in questi partiti ognuno può “liberamente” aderire alla maggioranza o ad una delle minoranze della CGIL, oppure di iscriversi ad uno dei tanti organismi sindacali extraconfederali o addirittura anche nei sindacati corporativi come la CISL e la UIL, oppure di svolgere la propria attività sindacale in qualche micro comitato o collettivo cosiddetto di “base” che sono presenti in alcune aziende e che, tra l’altro, sono al di fuori da qualsiasi controllo dei lavoratori.
 
A sinistra, neanche su questi ultimi si è voluto fare chiarezza politica, perché questo avrebbe comportato necessariamente la messa in discussione di tutta la variegata e frazionata realtà sindacale esistente organizzata in correnti. Questo è stato il prodotto degenerativo di concezioni burocratiche e movimentiste determinate dal cosuttismo e dal bertinottismo! Questo modo di concepire il sindacato e la sua attività, senza regole né disciplina, è vecchissimo e rientra nelle obsolete e fallite concezioni dell’”anarco-sindacalismo” o del “sindacalismo rivoluzionario” che individuavano nel sindacato uno strumento politico autonomo, in grado di fare a meno del partito politico dei lavoratori. Da qui nasce quell’atteggiamento individualista del rivoluzionarismo piccolo borghese che spinge alla frammentazione sindacale attraverso correnti che fino ad oggi hanno continuato a svolgere un ruolo di forte condizionamento delle politiche relative ai problemi del lavoro e dei lavoratori all’interno degli stessi partiti di sinistra soprattutto nel PRC. Non si è voluto aprire alcun dibattito teorico-politico che avrebbe permesso di entrare nel merito delle questioni che interessano i lavoratori e di comprendere a fondo le ragioni storiche che hanno dato origine all’organizzazione sindacale e soprattutto quale è il suo ruolo e la sua funzione all’interno della lotta tra le classi. Come non è stato mai affrontato il grande tema della divisione del lavoro e quindi del controllo dell’organizzazione del lavoro e della produzione che non è affatto materia sindacale, ma riguarda soprattutto il partito politico.
È stato lasciato il tutto alla vaghezza e all’imprecisione totale perché, in realtà, questo modo di far politica ha permesso di non mettere mai in discussione i piccoli centri di potere delle correnti organizzate anche dentro il sindacato. Questo quadro non favorisce la crescita della coscienza di classe delle masse lavoratrici e quindi l’avvio di un percorso rivolto alla ricomposizione dell’identità, dell’unità e dell’autonomia della classe operaia; ma, produce esattamente il suo contrario: il rafforzamento dell’egemonia culturale e politica del riformismo che è dominante e che in assenza del ruolo politico di classe dei comunisti, agisce indisturbato nella più grande organizzazione di massa del nostro paese che è la CGIL.
 
Siamo consapevoli degli ostacoli che ci sono su questo terreno da cui emerge un quadro di forte frammentazione e divisione che è del tutto sfavorevole, ma che i comunisti devono saper affrontare e superare. In un’organizzazione politica di classe non possono coesistere diversi indirizzi sindacali che, di fatto, rappresentano un altro modo di tenere in vita delle correnti che derivano da vecchie e superate piccole formazioni politiche che vogliono mantenere le proprie nicchie di potere di autoconservazione e che hanno favorito la degenerazione del progetto iniziale che aveva dato vita al PRC per la ricostruzione di un Partito Comunista.
Senza chiarire tale confusa situazione, un partito che fa riferimento alla classe operaia non riuscirà mai a dare ai propri quadri comunisti gli strumenti necessari per svolgere un ruolo di classe, ovvero fare scuola di comunismo, nelle organizzazioni di massa. Dalla nascita del PCd’I nel 1921 fino all’ultimo momento di esistenza del PCI, l’indirizzo sindacale assunto dai comunisti è sempre stato chiaro anche sulla scelta dell’organizzazione sindacale in cui svolgere il proprio ruolo e cioè nella storica CGIL. Gramsci ci ha indicato: “Noi siamo, in linea di principio, contro la creazione di nuovi sindacati…..Ogni tentativo fatto per organizzare a parte gli elementi sindacali rivoluzionari è fallito in sé ed ha servito solo a rafforzare le posizioni egemoniche dei riformisti nella grande organizzazione….
 
La Confederazione generale del lavoro nel suo complesso rappresenta ancora la classe operaia italiana. Ma qual è l’attuale sistema di rapporti tra la classe operaia e la Confederazione? Rispondere esattamente a questa domanda vuol dire, secondo me, trovare la base concreta del nostro lavoro sindacale, e quindi stabilire la nostra funzione e i nostri rapporti con le grandi masse.” (“Il nostro indirizzo sindacale” - Stato Operaio, 18 ottobre 1923) Fin dalla sua nascita, la CGIL ha dimostrato di essere l’organizzazione sindacale di massa che ha ereditato tutta l’esperienza storica della lotta di resistenza e di solidarietà a partire dalle prime forme organizzative di difesa della classe operaia che erano le “Società Operaie di Mutuo Soccorso”.
E, passando attraverso le modifiche dell’organizzazione di fabbrica determinate da una divisione sempre più articolata del lavoro salariato, i lavoratori sentirono il bisogno di generalizzare le proprie forme organizzative di resistenza per trasformarle appunto nel sindacato confederale che oggi conosciamo. Non è un caso, come ci spiega Gramsci nei suoi scritti, che fin da allora il riformismo (allora incarnato nel PSI) agì per estendere la propria egemonia e controllare la più grande organizzazione sindacale di massa del nostro paese. Con la crescita e la forza del PCI prima, durante e dopo la resistenza, per un certo periodo l’influenza dei comunisti in CGIL aveva assunto una posizione dominante fino alla prima metà degli anni ‘70. Per spezzare questa egemonia nonché il ruolo protagonista della classe operaia all’interno del sindacato, i riformisti interni ed esterni al PCI con l’aiuto dei sindacati cattolici e socialdemocratici (CISL e UIL) e sostenuti da Confindustria passarono all’offensiva, teorizzando con molta ipocrisia la necessità dell’“autonomia sindacale” dai partiti, con l’obbiettivo vero di voler sostituire l’influenza comunista con la loro. Questo è ciò che è avvenuto ed è importante precisare che l’organizzazione sindacale (vale per tutti i sindacati) non ha mai smesso di svolgere la funzione di cinghia di trasmissione per uno o più partiti politici, ovviamente non più per il PCI che non c’è più; ma, continua a svolgerla efficacemente per i partiti riformisti e cattolici, soprattutto per il PD che è dominante in CGIL, altro che “autonomia” dai partiti. Questo è stato il processo di burocratizzazione della CGIL che ha invertito la direzione del moto della cinghia di trasmissione: non più dal basso verso l’alto; ma, dall’alto verso il basso esattamente come funziona oggi! A sinistra, tale processo degenerativo è stato poco compreso e tanto meno c’è stata la volontà di comprenderlo. Questa è la ragione per cui la battaglia contro il riformismo passa soprattutto attraverso la battaglia politica e culturale dei comunisti dentro la CGIL, perché in questa organizzazione è presente tutto il patrimonio storico delle lotte dei lavoratori e sono presenti, in carne ed ossa, la maggior parte delle masse lavoratrici organizzate del nostro paese. La CGIL è la casa dei lavoratori ed è in questa casa che i comunisti devono riuscire ad espugnare la roccaforte del riformismo e tutte le micro correnti per trasformare la CGIL in un sindacato di classe.
Il secondo punto non è di natura sindacale e riguarda soprattutto la battaglia politica e culturale che un partito politico deve investire per la ricostruzione delle strutture di classe finalizzate al controllo operaio sull’organizzazione del lavoro e della produzione in fabbrica. Un obiettivo che assume un valore ancor più strategico perché pone la questione della centralità, della democrazia, del potere e dell’egemonia culturale della classe operaia e del suo ruolo dirigente in fabbrica e nella società. I capitalisti sono ben consapevoli che il campo del controllo è il campo su cui viene conteso il potere e il ruolo dirigente tra le due classi in fabbrica e nella società. Non è un caso che, alla fine degli anni ’70 e inizi anni ’80, con l’offensiva padronale contro i lavoratori (primo fra tutti il caso FIAT), le direzioni sindacali CGIL-CISL-UIL, controllate dai vertici riformisti del PCI, del PSI, del PSDI e dai vertici della DC, approfittarono della situazione per far calare sulla testa dei lavoratori le “nuove” politiche concertative dei primi anni ’90.
Da quel momento, tutti i temi che ruotavano intorno al problema del controllo operaio sono stati volutamente esclusi da qualsiasi dibattito politico, per impedire alla classe operaia di acquisire la propria autonomia che aveva ottenuto per un certo periodo storico con la creazione spontanea dei Consigli di fabbrica a livello nazionale e in modo autonomo dalle stesse organizzazioni sindacali. Tali questioni non vengono poste sul tappeto e a sinistra nessuno ne parla più, compreso una buona parte del mondo intellettuale. Manca la volontà di riprendere a piene mani la memoria storica delle esperienze di classe avvenute nel nostro paese negli anni ‘18- ‘20 e negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Senza tali conoscenze diventa molto difficile elaborare politiche di classe senza le quali il riformismo interno ed esterno alla CGIL nonché il corporativismo di CISL e UIL rafforzano le loro posizioni nei luoghi di lavoro.
I Consigli di fabbrica sono stati di fatto soffocati dalla sovrapposizione del modello di democrazia rappresentativa e delegata della funzione sindacale sul modello di democrazia diretta attraverso la quale, per un certo periodo, la classe operaia era riuscita ad esercitare la propria funzione di controllo e (in determinati momenti storici) anche di gestione del lavoro, della produzione e della loro organizzazione in fabbrica. Con le stesse modalità burocratiche con cui i Consigli di fabbrica vennero smantellati e sostituiti dalle strutture sindacali (Commissioni Interne) dopo la 1ª guerra mondiale; anche nei primi anni ’90 con gli accordi sulla concertazione tra Governo-Sindacati-Confindustria vennero smantellati e sostituiti i Consigli di fabbrica con le RSU che a tutti gli effetti rappresentano ancora oggi una “nuova” edizione delle vecchie Commissioni Interne. In questo modo si è rafforzato ulteriormente il potere dei padroni nei luoghi di lavoro e di produzione, i quali, passo dopo passo, si sono arraffati tutto ciò che era stato conquistato dai lavoratori e dal loro movimento dei Consigli di fabbrica. L’opera di demolizione, delle strutture consiliari, svolta dal riformismo interno ed esterno alla CGIL e al PCI, con la collaborazione attiva e protagonista delle organizzazioni sindacali CISL e UIL in concertazione con le forze politiche cattoliche e le forze industriali, aveva lo scopo di espropriare i lavoratori di quelle strutture generate direttamente da loro in grado di opporsi ai processi di ristrutturazione del grande capitale e che rappresentavano gli embrioni di una nuova e futura società socialista. Per raggiungere l’obiettivo di distruzione delle strutture consiliari, le classi dominanti colsero il momento più alto di debolezza politica della classe operaia che coincideva, appunto, con lo smantellamento del PCI. 
Anche su questo punto, la battaglia contro il riformismo passa attraverso il rilancio di un dibattito teorico e politico dei comunisti per la ricostruzione degli strumenti finalizzati al controllo della classe lavoratrice sui processi lavorativi e produttivi in Fabbrica. Riaprire il dibattito su questi temi significa rilanciare il dibattito sulla società socialista da costruire e come dice Gramsci: “I Consigli di fabbrica sono stati una prima forma di queste esperienze storiche della classe operaia italiana che tende all’autogoverno nello stato operaio. Un secondo passo, e dei più importanti, sarà il primo congresso dei consigli di fabbrica: ad esso saranno invitate tutte le fabbriche italiane: il congresso sarà di tutta la classe proletaria italiana, rappresentata dai suoi delegati eletti espressamente e non dai funzionari sindacali.” (“Partito di governo e classe di governo” - L’Ordine Nuovo, 28 Febbraio e 6 Marzo 1920)
E ancora: “Questa lotta deve avere come risultato la costituzione di un Consiglio nazionale della classe operaia che sia eletto, in tutti i suoi gradi, dal Consiglio di fabbrica al Consiglio urbano, al Consiglio nazionale, con sistemi e secondo una procedura fissati dalla classe operaia stessa, non dal Parlamento nazionale, non dal potere borghese.” (“Controllo operaio” - L’Ordine Nuovo, 10 febbraio 1921).
 
Spero, che i due temi che sono stati trattati per sommi capi in questo articolo possano diventare invece materia di profondo dibattito teorico e politico per i comunisti a cui la nostra rivista intende dare il proprio contributo.
 
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Informazioni:
 
Piazza Liberazione.it ringrazia l'autore
l'articolo © pubblicato in questa pagina è di Rolando Giai-Levra
la foto inserita nell'articolo è di AMANITO / Vase Petrovski, licenza
pubbicata nel sito con uguale licenza
 

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