Tunisia, Egitto, Libia, il vento della rivolta alle feroci dittature dell'area mediterranea africana ha abbattuto o scuote dalle fondamenta regimi che per diversi decenni hanno oppresso, ucciso, incarcerato i propri popoli.In Tunisia e Egitto la determinazione popolare è bastata a spodestare regimi trentennali corrotti e impopolari, in Libia l'ondata di rivolta resiste e passa al contrattacco nonostante i pesanti attacchi subiti da parte dei caccia militari e dei mercenari (?) dotati di armi pesanti.
Regimi (quello tunisino e quello egiziano) che sembravano eterni e immutabili sono crollati in pochi
giorni come castelli di carte sotto l'impeto e la rabbia popolare. Il versante e le specificità delle rivolte in questi paesi nordafricani sono diversi anche se accomunati dai forti sommovimenti popolari.
In Tunisia e Egitto la rabbia e il malcontento delle masse di proletariato e sottoproletariato delle città e dei piccoli centri ulteriormente immiserite dalla forte crisi economica e dall'aumento vertiginoso dei beni di primo consumo e dei cereali, pane in particolare, (aumenti determinati anche dagli incendi dei campi di grano in Russia di questa estate e la successiva ondata speculativa dei mercati internazionali), combinata al profondo malessere e all'aspirazione alla democrazia della parte intellettualmente e culturalmente più avanzata di quelle società e dalle spinte religiose dell'islamismo moderato, hanno dato il via alla costituzione di un unico fronte popolare della rivolta non etero diretto e poco organizzato che però ha saputo rovesciare i regimi di questi paesi con in prima linea sul fronte delle rivolte soprattutto giovani senza futuro (oltre il 45% di disoccupati), mal sopportanti l'onnipresente repressione poliziesca e la corte di dirigenti corrotti.
In Libia, viceversa, è riemersa dal pozzo profondo della storia di quel paese l'avversione tradizionale delle popolazioni di zone importanti del paese come la Cirenaica nei confronti di Gheddafi (ancora vivo è il mito della Senussia) e il pesante malcontento degli ufficiali dell'esercito libico e dell'Intellighenzia più avanzata della società che hanno mal digerito la svolta operata da Gheddafi sul fronte dei rapporti continentali africani e internazionali.
L'utilizzo dei mercenari da parte del regime libico (se la circostanza è veritiera) potrebbe essere il segnale specifico di quanto siano ormai ridotte le capacità di manovra di Gheddafi all'interno dell'esercito libico, esercito guidato da una elitè di ufficiali ben pagata e foraggiata dal regime ma in larghi strati politicamente legata a doppio filo con i gruppi dirigenti politici facenti capo agli ex alti ufficiali cresciuti nel mito della resistenza anticolonialista, mentre, nelle zone ormai libere, starebbe decollando un governo ad interim guidato da Mustafa Abdeljalil.
E la chiave di lettura più probabile su quanto accade in Libia rispetto alle altre rivolte in Tunisia e Egitto è legata per l'appunto, oltre che alla miseria e allo stato di bisogno del popolo libico, al mutamento di linea politica del rais libico e al regolamento di conti con pezzi dell'apparato militare.
Gheddafi da socializzatore delle risorse libiche e sostenitore e foraggiatore tenace dei movimenti anticolonialisti, che nell'ultimo trentennio hanno percorso da nord a sud le regioni africane, è divenuto novello interprete del capitalismo accentratore oltre che disinvolto sostenitore degli interessi delle multinazionali, in particolare quelle petrolifere, nonchè ferreo guardiano e imprigionatore delle migliaia di disperati diretti verso le coste italiane a difesa degli interessi razzisti europei.
Nonostante queste "aperture" di credito all'occidente Gheddafi rimane un despota inaffidabile per gli interessi molteplici del capitalismo internazionale in Libia, la situazione della Cirenaica (che citavamo sopra) è la dimostrazione che dietro gli scenari delle sommosse popolari si muovono consistenti interessi imperialisti; in Cirenaica è partito il terzo tentativo di secessione della regione da sempre in contrasto con Gheddafi.
L'attuale secessione sembra diretta dal Vice comandante dello Stato Maggiore El Arabi, una secessione militare (probabilmente) sostenuta dagli Stati Uniti, che hanno nel paese diverse multinazionali del petrolio con interessi cospicui, soprattutto le ingerenze americane sono il tentativo di gestire futuri interessi geopolitici volti a smembrare la Libia in più parti così da meglio governare lo scacchiere nordafricano in chiave militare, e su questo punto la storia recente dei Balcani insegna.
Ovviamente non ci sono solo interessi americani ma anche francesi con la vendita di aerei militari, di Gran Bretagna e altri paesi (come L'Italia di cui scriviamo più avanti) con interessi che vanno dalla costruzione di strade (la Litoranea) alla costruzione di line ferroviarie, allo sfruttamento delle risorse petrolifere.
Il futuro ci svelerà quanto potranno essere conciliabili gli interessi statunitensi e europei con gli interessi indipendentisti senussiti in cirenaica.
L'Italia ha notevoli interessi economici in Libia, dalla Libia importa oltre 19 milioni di tonnellate di petrolio l’anno (la Libia è il primo fornitore), di solo gas importiamo circa l’11% di tutto il gas importato. Su 85 miliardi di metri cubi annui, dalla Libia ne arrivano otto miliardi, oltre che prodotti derivati in misura diversa.
La Libia risulta essere al quinto posto nella graduatoria dei Paesi fornitori dell’Italia con una percentuale di 4,5% sul totale delle importazioni. L’Italia è il terzo Paese investitore tra quelli Europei, petrolio e derivati escluso, ed il quinto a livello mondiale. Numerose aziende italiane hanno interessi notevoli in Libia, l’Eni ha contratti di estrazione fino al 2042, Finmeccanica, Fiat, Impregilo, Enel, Telecom, e altre aziende italiane. Da non sottovalutare il commercio di armi, commercio sotto la lente d'ingrandimento europeo dopo le segnalazioni di triangolazioni con paesi terzi (Malta) così come recentemente dichiarato (24 febbraio) dalla Rete Italiana per il Disarmo e Tavola della Pace, ammontante a ben 79 milioni di euro di sole armi leggere.
Nella sola Lombardia l’import dalla Libia nel 2010 ha superato 1,3 miliardi di euro (primi 8 mesi), il 15% del totale nazionale con una percentuale sensibilmente in crescita. Petrolio greggio e gas naturale la fanno da padrone (70,9%), mentre l’export lombardo, riguarda principalmente prodotti manifatturieri. La Libia pesa il 37% circa sul totale delle importazioni della Lombardia dall’area del Mediterraneo e solo il 6% dell’export.
Nel contesto intercontinentale dello spostamento di enormi masse di migranti La Libia è diventata un punto di passaggio obbligato per chi emigra dall'Africa e cerca di raggiungere l'Europa, in questo scenario l'Italia è assurta a principale baluardo del capitalismo europeo al contrasto all'immigrazione clandestina. In questa logica non di secondario impatto appare, in funzione di barriera anti-migranti, lo scellerato e razzista patto (anti emigrazione) firmato dall'attuale governo di centrodestra con Gheddafi. Il Ministro dell'interno Roberto Maroni dichiara: ”l’accordo di cooperazione con la Libia funziona ed è diventato un modello nel Mediterraneo. Stiamo cercando di applicare questo modello anche con la Tunisia”. La Libia, secondo Maroni e il governo di centrodestra, assurgono con i suoi campi di concentramento a modello per la difesa degli interessi forti dell'Europa dei padroni.
In conclusione di questa breve e parziale analisi su quanto è avvenuto in Egitto, Tunisia e Libia, ci sentiamo di scrivere che il futuro di questi rivolgimenti è tutto interno alle capacità delle masse in rivolta di costituirsi in strutture sociali organizzate.
Partendo dai reali bisogni di libertà e benessere collettivo i popoli tunisini e egiziano devono costruire sistemi sociali alternativi alle dittature e alle democrazie eterodirette scongiurando il pericolo di un semplice "cambio di padrone", ieri il despota e domani l'esercito, ieri come oggi e domani a senso unico nel presidiare e difendere gli interessi imperialisti.
In Libia il quadro si presenta diverso, all'orizzonte di quel paese si profila l'intervento di alcune potenze neocolonialiste che con le "cannoniere", o con nuovi fantocci, riporterebbe il paese all'ordine e alla stabilizzazione capitalista.
Nelle mani delle masse in rivolta è riposto il destino della lotta rivoluzionaria in questi paesi.
Antonio Ingrao
27/02/2011
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