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12 settembre 2009 Antiamericanismo o antimperialismo?
di Domenico Moro
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”È inutile attaccare l'imperialismo o il militarismo nella
loro manifestazione politica se non si punta l'ascia alla
radice economica dell'albero e se le classi che hanno
interesse nell'imperialismo non vengono private dei redditi
eccedenti che cercano questo sfogo”
(Hobson,
L'imperialismo)
Quando critichiamo gli Stati Uniti,
alcuni ci dicono, da destra e sempre più spesso anche da
sinistra: "Ecco, vedete, il vostro è il solito
antiamericanismo di maniera, tipico di certa sinistra". "Gli
americani", continuano costoro, "certo commettono errori,
anche gravi, ma ci hanno liberato dal nazifascismo, sono una
grande democrazia, e patria della lotta per i diritti civili
e delle espressioni più avanzate nell'arte, nella
letteratura, nella musica. Inoltre," aggiungono costoro,
"proprio perché sono una democrazia gli errori alla fine
vengono fuori ed è possibile criticarli e correggerli." A
sentire questa difesa degli Usa c'è veramente da
rammaricarsi della rozzezza di quei popoli, dai coreani, ai
latino-americani, ai vietnamiti, agli iracheni, e agli
afghani, che, a quanto pare, non riescono proprio ad
apprezzare i contributi dati dagli americani allo sviluppo
della civiltà umana. E c'è da felicitarsi che, dopo
bombardamenti e invasioni (sempre dopo, badate bene ...), si
ammetta candidamente di essersi sbagliati, come nel caso
della inesistenza delle armi di distruzioni di massa in
Iraq.
Ad ogni modo, è abbastanza ovvio che, se
critichiamo gli Usa, non ne critichiamo tout court i
cittadini. Tra questi numerosi sono quelli critici verso il
loro stesso governo, che, ricordiamolo, viene eletto solo da
una minoranza degli aventi diritto, e attraverso un sistema
elettorale rigidamente maggioritario, che esclude a priori
posizioni critiche, come ci ricorda Luciano Canfora nel suo
"Democrazia storia di una ideologia". Quello che si critica,
criticando gli Usa, è il loro ruolo imperialista e, in
particolare, la natura imperialista dello Stato
statunitense. E qui veniamo al nocciolo del discorso.
Infatti, una delle categorie che più ha fatto le spese della
sconfitta culturale della sinistra è quella di imperialismo.
Nella generale rincorsa al "nuovismo" politico e culturale
la meschina è finita in soffitta, evidentemente macchiatasi
della colpa di essersi di essersi troppo compromessa con il
comunismo.
Del resto, come dimenticare,
"L'imperialismo fase suprema del capitalismo" di Lenin?
Qualcuno, per la verità, oggi potrebbe stupirsi sapendo che
la categoria di imperialismo fu elaborata inizialmente
(1902) da un liberale inglese, Hobson, e ulteriormente
sviluppata da un socialdemocratico austriaco, Hilferding,
verso i quali Lenin riconobbe il suo debito. La teoria
dell'imperialismo è complessa. Comunque, al nocciolo
sostiene che nelle economie capitalistiche più avanzate, ad
un certo stadio del loro sviluppo, prevale il capitale
finanziario e speculativo. Si afferma così una tendenza al
dominio di altri paesi, per accaparrarsi mercati di sbocco
per i propri capitali e per controllare le fonti e la
distribuzione delle materie prime. Da ciò deriva una
permanente competizione tra gli Stati e una continua
tendenza alla guerra. Di conseguenza lo Stato, il suo
apparato militare, e il debito pubblico si sviluppano con
l'imperialismo a livelli mai visti prima. Nella categoria di
imperialismo vengono così sintetizzati un aspetto economico,
uno politico e uno militare, visto che si presuppone una
trasformazione interna alle società capitalisticamente più
evolute come base per una politica militarista ed
espansionista. Dunque, un paese non è imperialista
semplicemente per predisposizione culturale, psicologica o
morale dei suoi abitanti, ma per precise ragioni
strutturali, sociali ed economiche.
Torniamo ora all'antiamericanismo. Gli
Usa rappresentano oggi forse la concretizzazione più
perfetta della categoria di imperialismo. Gli Usa, potendo
contare su una egemonia mondiale quasi assoluta sui mercati
finanziari e valutari, hanno spostato negli ultimi trenta
anni gran parte delle loro potenzialità industriali
all'estero. Ne è risultato un enorme debito del commercio
estero e del bilancio statale, che accentua la natura
parassitaria degli Usa, facendone il più grande debitore
internazionale. Gli Usa alimentano i loro mercati finanziari
e il loro debito con il risparmio che affluisce da tutto il
mondo, soprattutto sotto forma di investimenti in titoli del
tesoro Usa. Ma ciò è possibile solo nella misura in cui il
dollaro mantiene il ruolo di moneta di riserva e di scambio
internazionale e, visto che l'economia americana si
indebolisce nei confronti di altre economie più dinamiche e
con forti attivi commerciali (Germania, Cina, Giappone), gli
Usa possono mantenere il dollaro nel suo ruolo solo
conservando lo strapotere militare di cui fino ad ora hanno
beneficiato. L'invasione irachena, ad esempio, fu dettata
dal timore che l'Iraq potesse quotare il petrolio in valute
diverse dal dollaro, spingendo altri paesi produttori (Iran,
Venezuela, Russia) a fare lo stesso, e mettendo in crisi il
dollaro come valuta internazionale.
Cambiare questa situazione non è facile,
proprio perché è strutturale e ormai molto radicata, proprio
per la grandezza del debito e la cronica dipendenza
dall'estero. Bisognerebbe mutare i rapporti economici
interni e andare ad uno scontro radicale con chi detiene il
potere finanziario ed industriale. Anche ammettendo che il
sistema elettorale Usa rifletta la volontà della maggioranza
e non sia controllato dall'elite economica, un nuovo
presidente che desiderasse modificare la situazione,
incontrerebbe tali difficoltà da trovare impossibile
realizzare il suo progetto. Ad ogni modo, i primi atti del
presidente Obama non sembrano rivelare intenzioni del
genere, se li guardiamo al di là della mitizzazione
massmediatica del personaggio. Obama si è circondato di
quegli stessi consiglieri e ministri che con Clinton
inaugurarono la deregulation della finanza e dell'economia e
ha riconfermato a capo della Federal Reserve proprio
Bernanke, autore della deleteria politica dei bassi tassi
d'interesse. Uomini che sono espressione dell'elite
finanziaria Usa e che hanno costruito le basi per le enormi
speculazioni e arricchimenti dell'elite finanzia negli
ultimi quindici anni e per lo scoppio della crisi dei mutui.
Le enormi spese destinate da Obama in
grandissima parte a salvare Wall Street e le grandi banche
hanno non solo aumentato debito e deficit statale a livelli
insostenibili, ma hanno anche creato, insieme ai tassi
d'interesse ormai allo zero, nuove occasioni speculative e i
presupposti per nuove e più pericolose bolle finanziarie. Il
meccanismo perverso dell'indebitamento non è in via di
smantellamento, anzi viene rafforzato. Sul piano della
politica militare, al di là del nuovo approccio "realistico"
(come lo definisce il neocon Wolfowitz), che mette da parte
il fondamentalismo "democratico" e religioso di Bush, la
sostanza non cambia. Il ministro della Difesa di Obama,
Robert Gates, è quello di Bush, le spese militari sono state
aumentate, e persino la pratica delle famigerate
extraordinary rendition è stata mantenuta. I mutamenti nella
strategia militare sono quelli già decisi dalla precedente
amministrazione: il baricentro dell'azione bellica è
spostato dall'Iraq, ormai sotto controllo, verso
l'Afghanistan, che ricopre oggi una importanza geostrategica
unica (al centro tra l'Europa, le intatte risorse
energetiche dell'Asia centrale, la Russia, l'India e ... la
Cina), ancora maggiore che nel XIX secolo, quando fu terreno
di scontro tra gli imperialismi britannico e russo. Infatti,
in Afghanistan il conflitto si sta allargando anziché
restringersi, grazie all'aumento progressivo delle truppe
disposto da Obama (cui vanno aggiunti 68mila soldati
privati), mentre continuano i sanguinosi bombardanti dei
civili, ad opera anche della Nato, come ci conferma anche la
cronaca odierna. Un presidente con una immagine nuova e
migliore, come Obama, rispondeva all'esigenza di
implementare meglio quella strategia di maggiore
coinvolgimento degli alleati occidentali (attraverso la
Nato), già avviata nell'ultimo periodo dell'amministrazione
Bush, nella consapevolezza che gli Usa non hanno risorse
finanziarie e umane per gestire i vari fronti di guerra
aperti.
Gli Usa non sono la sola potenza
imperialista, ma sono sicuramente la potenza imperialista
più pericolosa, in parte perché la loro egemonia un tempo
assoluta è ora a rischio e in parte perché hanno una forza
bellica preponderante. Il combinato disposto di decadenza
economica e strapotere militare spingono oggettivamente gli
Usa alla destabilizzazione dei nuovi rapporti di forza
economici tra aree economiche mondiali, e quindi alla
guerra, sia minacciata che guerreggiata.
[anche su
aprileonline del 07/09/2009]
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da: Resistenze.org -
http://www.resistenze.org/
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