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12 settembre 2009
Aspettando la seconda ondata della
crisi finanziaria
di Domenico Moro
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Il signor Thomas Mirow deve essere un menagramo di
professione o quantomeno un inguaribile pessimista. Secondo
Berlusconi, “uomo del fare” e inguaribile ottimista, la
crisi si sarebbe ormai “sfogata”, come una febbre seguita ad
un fastidioso raffreddore, mentre la borsa di Wall Street,
dopo i crolli del 6,3% e del 5,5% del Pil rispettivamente
nel quarto trimestre 2008 e nel primo trimestre 2009,
accoglie con giubilo il terzo calo consecutivo, nel secondo
trimestre 2009, che è “solo” dell’1,5%, tanto da parlare di
una prossima uscita dalla crisi.
Il signor Mirow, che non è uno qualsiasi ma è il presidente
della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, ha
invece avvertito venerdì scorso i paesi dell’Europa dell’Est
che è possibile l’arrivo di una seconda ondata della crisi
finanziaria. Mirow ha messo, con la sua dichiarazione, il
dito sulla piaga purulenta che continua a infettare
l’economia europea e mondiale.
Infatti, i paesi dell’Europa orientale, già scossi duramente
dalla prima ondata della crisi (tanto da aver già ottenuto
dal Fondo Monetario internazionale prestiti consistenti per
evitare la bancarotta), stanno facendo fronte ad una
vorticosa crescita dei fallimenti societari e dei crediti
insolventi, che potrebbero destabilizzare il loro
traballante sistema bancario. I crediti insolventi sono
raddoppiati nell’ultimo anno in Turchia, Romania, Ucraina e
Albania. In Romania, in particolare, le banche non riescono
più a percepire interessi dall’8% dei prestiti accordati.
In Turchia i crediti insolventi sono il 5%, mentre i
fallimenti delle carte di credito stanno crescendo con un
ritmo percentuale a doppia cifra. Sono proprio le carte di
credito, oggi, ad essere uno dei maggiori fattori di
criticità dell’economia internazionale. La politica del
credito facile, a sostegno dei consumi (e dei profitti)
declinanti per il calo decennale dei salari reali, è stata
praticata non solo accordando mutui senza garanzie ma anche
elargendo generosamente carte di credito, in specie del tipo
“revolving” (che rateizzano la spesa a fronte di alti tassi
d’interesse).
Così, negli Usa, alla crisi dei mutui si è accompagnata
quella delle carte di credito. Banche come Citigroup e Bank
of America e società specializzate in carte di credito come
American Express hanno già perso miliardi di dollari. Ora si
paventa, come fa il Financial Times di lunedì, il
trasferimento della crisi delle carte di credito dagli Usa
all’Europa. Con la differenza che, mentre negli Usa il
debito al consumo è di 1.914 miliardi di dollari, in Europa
raggiunge i 2.467 miliardi, dei quali il 7% di potrebbe
andare perduto.
La maggior parte di queste perdite sarebbe concentrata nel
Regno Unito, il paese che ha seguito maggiormente le orme
degli Usa nella finanziarizzazione dell’economia e
nell’indebitamento, e dove le insolvenze sono arrivate a
29.774 nel primo trimestre del 2009. Le perdite, inoltre,
saranno sostenute interamente dai Lloyds (le assicurazioni
britanniche), dal momento che le banche non sono riuscite a
includere le carte di credito tra i 260 miliardi di sterline
di titoli tossici assicurati col governo britannico.
La cosa più strabiliante e paradossale, ma solo in
apparenza, è che né gli Usa né il Regno Unito sembrano aver
tratto alcuna lezione dalla crisi dei subprime, legata agli
effetti nefasti della mancanza di regolamentazione. Infatti,
i due paesi stanno facendo pressioni affinché hedge fund e
private equity non vengano sottoposti a regolamentazioni
troppo strette da parte della Ue, che, sostengono,
danneggerebbero il settore finanziario e chiuderebbero i
fondi Usa agli investitori europei. A queste pressioni si
oppongono Francia e Germania, che vorrebbero introdurre,
come previsto dalla proposta contenuta nella “Direttiva sui
fondi di investimento alternativi”, limiti all’indebitamento
dei fondi, l’obbligo di tenere capitale sufficiente a
coprire perdite e smobilizzi, e la divulgazione degli
investimenti nel portafoglio dei private equity.
Come dicevamo, la mossa degli anglosassoni è solo
apparentemente paradossale. Chi pensava che l’avvento di
Obama e la pubblica gogna di qualche amministratore delegato
di banca disonesto avrebbe cambiato d’un colpo i meccanismi
di un sistema ormai consolidato (e conveniente per
l’aristocrazia finanziaria e industriale) ha peccato
d’ingenuità. La verità è che le misure anticrisi
dell’amministrazione Obama (infarcita di quegli economisti
clintoniani che diedero avvio al presente sistema) si basano
sull’immissione di una enorme liquidità e denaro a basso
costo. Niente di nuovo, rispetto all’ultimo quindicennio. O,
per dire meglio, sono nuove le dimensioni ancora più
spropositate della spesa statale Usa.
Secondo la dichiarazione shock dell’ispettore generale del
governo statunitense, ammonterebbe a 27.700 miliardi di
dollari la spesa totale per rimettere in funzione il sistema
finanziario. È solo grazie a questa immane liquidità che le
banche e le multinazionali nordamericane sono tornate in
utile. Per questo gli Usa (e il Regno Unito) hanno bisogno
di mantenere in funzione il sistema e rastrellare liquidità
dovunque, così come hanno bisogno che la Cina continui a
comprare titoli del tesoro Usa e a finanziare indirettamente
il loro debito commerciale e statale.
Altro discorso è quello della Germania e della Francia (e
aggiungerei dell’Italia), che non sono debitori (non hanno
debito del commercio estero) e scontano, viceversa, una
forte esposizione delle loro banche verso i paesi
dell’Europa orientale (non solo finanziariamente ma anche
industrialmente molto integrata con quella occidentale) e
verso le maggiori aree mondiali in via di sviluppo. È loro
interesse proteggere il proprio sistema bancario dai
contraccolpi della finanza Usa, che già gli ha trasmesso
l’infezione dei subprime, e da quelli della traballante
Europa orientale.
Intanto, la disoccupazione cresce in Europa (in Spagna il
record del 18%) e in Giappone (6 milioni di lavoratori
dichiarati in esubero), con un impatto negativo sulla
domanda di merci facilmente immaginabile nel prossimo
periodo.
Difficile dire se è alle porte una seconda ondata della
crisi finanziaria. Certo è che i fattori di criticità che
hanno portato alla crisi non sono stati risolti, anzi in
molti casi si sono aggravati, mentre si continua
imperterriti a perseguire nella stessa direzione: mancanza
di regolamentazione nella circolazione dei capitali e
interventi statali massicci ma del tutto subalterni alle
banche e alle grandi imprese.
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da: Resistenze.org -
http://www.resistenze.org/
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