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  31 ottobre 2009
La ripresa? della speculazione
di Maurizio Donato
Economista - Docente Università di Teramo

   
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C’è la ripresa, ma i licenziamenti aumenteranno; si intravede una luce, ma i consumi ripartiranno nel 2013: che razza di storia è questa? Le persone di buon senso non possono fare a meno di chiedersi che cosa stia succedendo nell’economia e nell’informazione. Se la crisi economica – o almeno la sua fase più pesante – è davvero a un punto di svolta, com’è possibile che contemporaneamente gli affari vadano meglio – o almeno meno peggio – e i licenziamenti crescano? In casi del genere molti sono portati a pensare – correttamente – che in realtà la crisi non abbia finito di dispiegare i propri effetti negativi, ma non si tratta solo di questo: è allora il caso di riprendere il filo della teoria, per cercare di venire a capo della questione. Un primo punto da chiarire è che non è utile limitare la nostra ottica al breve periodo per misurare eventuali miglioramenti o peggioramenti sulla base di dati relativi a pochi mesi quando non addirittura a singoli episodi relativi alla borsa valori, ai tassi di cambio o agli ordinativi dell’industria. Occorre considerare un orizzonte temporale più ampio, così non solo possiamo ragionare meglio sull’eventuale ripresa, ma anche inquadrare più correttamente la dinamica della crisi, i cui sintomi erano più che evidenti ben prima dell’estate del 2008. Durante – per non andare troppo indietro - i cinque anni successivi all’esplosione della bolla relativa ai titoli del settore TLC, ossia dal 2000 al 2005, c’ è stata una – relativa - crescita dell’economia statunitense e – di conseguenza – dei paesi occidentali dominanti, ma si trattava con tutta evidenza di una crescita drogata, alimentata da una politica monetaria di bassi tassi di interesse e credito facile che ha costruito nel tempo le condizioni per la formazione della nuova bolla, stavolta legata al mercato immobiliare.
Dopo l’ubriacatura della cosiddetta ‘new economy’ è stato il vecchio mattone a scatenare l’euforia, con un meccanismo che a questo punto è abbastanza noto: i prezzi delle case salivano a ritmi elevatissimi, i banchieri accettavano questo valore degli immobili come collaterale per erogare nuovi mutui, e i soggetti che si indebitavano – parliamo soprattutto di quello che è successo negli Usa - utilizzavano spesso i prestiti per acquistare titoli finanziari il cui valore cresceva in una spirale tipicamente speculativa.
La pratica della cartolarizzazione ha spinto molte banche a erogare mutui anche a soggetti di dubbia solvibilità: i prestiti a rischio venivano impacchettati e trasformati in obbligazioni dai titoli fantasiosi che le banche si incaricavano di piazzare, giocando sulla prospettiva di lauti – nonché incerti – guadagni, sull’opacità tipica dei mercati finanziari, e sulle provvigioni dei manager legati alla rischiosità dei prodotti piazzati. Un meccanismo del genere può avere successo nel breve periodo e riuscire a far crescere il reddito di alcuni soggetti (non tutti e non ovunque), ma è evidente che si tratta di un contesto speculativo e per questo altamente  instabile in cui, non appena si modifica uno degli elementi, il castello di carta crolla. E così è successo.
Ma non era la prima volta, e allora il ciclico gonfiarsi di bolle speculative che riguardano prima il mercato
dell‘informatica, poi quello immobiliare, le materie prime, le valute, cioè uno dopo l’altro tutti i settori dell’economia, non può più essere considerato un caso dovuto a ragioni particolari inerenti quel determinato mercato o quel singolo paese. Ci deve essere una ragione più profonda, strutturale, se l’unico modo di far crescere il reddito nei paesi dominanti è legato alla speculazione e di conseguenza la crisi non è più un evento eccezionale, ma il modo normale in cui il sistema funziona.
Da una prospettiva marxista la ragione va rintracciata nella tendenza alla sovrapproduzione di capitale che fa sì che, di fronte a un prodotto mondiale lordo dell’ordine di sessantamila miliardi di dollari, la massa di capitale finanziario che vaga continuamente sui mercati alla ricerca di opportunità di profitto sia qualcosa come dieci volte superiore, seicentomila miliardi - ma sono cifre ampiamente approssimative - forse un milione di miliardi, è difficile ottenere stime sufficientemente precise.
Si tratta di una crisi da eccesso, non da scarsità: troppo capitale rispetto al profitto che è possibile tirarne fuori, e allora l’unica cosa da fare è svalutare e distruggerne una parte. E siccome il capitale, pur essendo un soggetto unico, si presenta sotto forma di capitale merce, di capitale monetario, di capitale fisso e di capitale variabile (salario), a dover essere svalutate e distrutte sono quote di tutte queste diverse forme funzionali di esistenza del capitale in eccesso. Quali forme di più e quali di meno, in quali aree del pianeta e con quali mezzi è il risultato della lotta di classe.
Si dice da più parti con molte ragioni e altrettanti fraintendimenti: la quota maggiore da svalutare e distruggere (tassare, regolamentare) è quella speculativa. Partiamo da qui. La relazione tra il versante finanziario e quello produttivo dell’economia viene presentata di solito con la causalità invertita, limitandosi all’apparenza per cui, siccome la crisi si manifesta prima nei suoi aspetti monetari, allora sarebbe la finanza a ‘contagiare’ l’industria con i propri comportamenti sballati.
Le relazioni di produzione stanno invece prima e a monte della finanza, e allora, se è certamente vero che
stiamo assistendo a una relativa autonomizzazione delle funzioni speculative del capitale rispetto a quelle produttive, vanno indagate le ragioni di questa tendenza, che non possono essere spiegate in termini di avidità dei banchieri o altre connotazioni di tipo morale. E’ questo un aspetto importante da chiarire, giacché operare una distinzione non correttamente fondata tra capitale speculativo e industria può implicare ripercussioni politiche di un certo rilievo, come quella di una supposta necessaria alleanza tra lavoro e capitale industriale, contro la rendita e il capitale speculativo.
La domanda è: perché tanta speculazione? Perché, nonostante i tassi di interesse siano stati portati a livello zero, l’accumulazione non riparte? Sono le banche – in occidente – a non voler finanziare nuovi progetti di investimento (e perché mai?) o sono le imprese che non ne presentano? La traccia che propongo di seguire è quella dei tassi di profitto.
All’epoca in cui Marx scriveva il Capitale, la tendenza alla diminuzione dei tassi di profitto non era negata
come evidenza da nessun economista della scuola classica; il problema era la sua interpretazione. A un secolo e mezzo di distanza la questione non è cambiata: il saggio medio di profitto nell’industria moderna, almeno per quanto riguarda i paesi capitalisticamente più sviluppati, è storicamente e tendenzialmente in calo, con tutta la cautela necessaria alla costruzione e all’interpretazione dei dati. E oggi più di ieri, una delle controtendenze più potenti nel ritardarne gli effetti, è l’espansione del credito e delle innovazioni finanziarie. La lezione di questo biennio è che ad essere entrata in crisi è proprio la gestione di questa controtendenza, nel senso che ritardare gli effetti della diminuzione del saggio di profitto attraverso la speculazione finanziaria produce l’effetto di amplificare i problemi nel ciclo successivo, come è prevedibile che accada per quanto riguarda l’esplosione del debito pubblico nei paesi che hanno impegnato alcune migliaia di miliardi di dollari in salvataggi di banche virtualmente fallite. Idem per le quotazioni del mercato azionario: se il prezzo delle azioni delle imprese quotate in borsa è negli Usa 22 volte il loro valore, e in Europa questo multiplo è pari a 44, questo significa che, nonostante il crollo, la speculazione è ancora una molla fondamentale che regge il sistema. Se si sostiene che alcuni soggetti economici (per lo più banche, ma anche imprese) sono troppo grandi e troppo interconnesse per essere lasciate fallire, si capisce anche come agisce l’altra tendenza tipica della crisi, quella relativa alla centralizzazione del capitale, in cui le piccole imprese possono chiudere senza eccessivi problemi, mentre le grandi transnazionali diventano ancora più potenti ristrutturandosi magari delocalizzando parte della filiera produttiva. Così – scusandomi per le ipersemplificazioni – è possibile dire contemporaneamente che si sta uscendo dalla crisi: salvataggi che generano nuova speculazione stavolta legata al debito pubblico e liquidità monetaria a tasso zero che genererà inflazione, almeno con riferimento all’area valutaria dominata dal dollaro. Gli Stati nazionali e le Banche centrali di mezzo mondo (il nostro mondo soprattutto, la parte ricca del pianeta) hanno speso alcune migliaia di miliardi di dollari che sono andati a finire in grandissima parte nei portafogli dei banchieri che li hanno utilizzati non già per finanziare un’accumulazione che ha i suoi problemi ‘reali’, ma per tamponare parte delle falle di bilanci che ancora oscillano tra la fantascienza e i tribunali. Molte banche sono fallite, moltissime imprese pure, specialmente se di piccola o piccolissima dimensione, e questi fallimenti rappresentano allo stesso tempo ghiotte opportunità per il grande capitale che, attraverso fusioni e acquisizioni, continua la sua corsa verso la centralizzazione. Se, dal versante del capitale, svalutazione e distruzione significa scomparsa di molte piccole e medie imprese, per quanto riguarda i lavoratori, svalutazione e distruzione del capitale variabile in eccesso vuol dire rendere ancora più a buon mercato il lavoro, dunque ridurre il salario e contemporaneamente considerare eccedente una quota sempre maggiore di forza-lavoro, nel senso di licenziamenti di massa. Ma se tutto ciò non bastasse, e la storia delle grandi crisi passate ce lo insegna, il capitale non esita a ricorrere alla guerra, che costituisce la forma moderna della politica.
   
  da Gramsci Oggi n° settembre 2009 -  http://www.gramscioggi.org/

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