C’è la ripresa, ma i licenziamenti aumenteranno; si intravede una luce, ma i consumi ripartiranno nel 2013: che razza di storia è questa?
Le persone di buon senso non possono fare a
meno di chiedersi che cosa stia succedendo nell’economia
e nell’informazione. Se la crisi economica – o
almeno la sua fase più pesante – è davvero a un punto
di svolta, com’è possibile che contemporaneamente gli affari vadano meglio – o almeno meno peggio – e i licenziamenti crescano? In casi del genere molti sono portati a pensare – correttamente – che in realtà la crisi non abbia finito di dispiegare i propri effetti
negativi, ma non si tratta solo di questo: è
allora il caso di riprendere il filo della
teoria, per cercare di venire a capo della questione.
Un primo punto da
chiarire è che non è utile limitare la nostra
ottica al breve periodo per misurare eventuali miglioramenti
o peggioramenti sulla base di dati relativi a
pochi mesi quando non addirittura a singoli episodi relativi alla borsa valori, ai tassi di cambio o agli
ordinativi dell’industria. Occorre considerare
un orizzonte temporale più ampio, così non solo
possiamo ragionare meglio sull’eventuale
ripresa, ma anche inquadrare più correttamente la
dinamica della crisi, i cui sintomi erano più che
evidenti ben prima dell’estate del 2008. Durante – per non andare troppo indietro - i cinque anni successivi all’esplosione della bolla relativa ai titoli del settore
TLC, ossia dal 2000 al 2005, c’ è stata una –
relativa - crescita dell’economia statunitense
e – di conseguenza – dei paesi occidentali
dominanti, ma si trattava con tutta evidenza di
una crescita drogata, alimentata da una politica monetaria
di bassi tassi di interesse e credito facile che ha
costruito nel tempo le condizioni per la formazione della nuova bolla, stavolta legata al mercato immobiliare.
Dopo l’ubriacatura della
cosiddetta ‘new economy’ è stato il vecchio
mattone a scatenare l’euforia, con un meccanismo che
a questo punto è abbastanza noto: i prezzi delle
case salivano a ritmi elevatissimi, i banchieri accettavano questo valore degli immobili come collaterale per erogare nuovi mutui, e i soggetti che si indebitavano – parliamo soprattutto di quello che è successo negli Usa - utilizzavano spesso i prestiti per acquistare titoli
finanziari il cui valore cresceva in una
spirale tipicamente speculativa.
La pratica della
cartolarizzazione ha spinto molte banche a
erogare mutui anche a soggetti di dubbia solvibilità: i prestiti a rischio venivano impacchettati e trasformati in obbligazioni dai titoli fantasiosi che le banche si incaricavano di piazzare, giocando sulla prospettiva di lauti – nonché incerti – guadagni, sull’opacità tipica dei mercati finanziari, e sulle provvigioni dei manager legati alla rischiosità dei prodotti piazzati. Un meccanismo del genere
può avere successo nel breve periodo e
riuscire a far crescere il reddito di alcuni soggetti (non
tutti e non ovunque), ma è evidente che si tratta di un
contesto speculativo e per questo altamente instabile in cui, non
appena si modifica uno degli elementi, il castello di
carta crolla. E così è successo.
Ma non era la prima
volta, e allora il ciclico gonfiarsi di bolle speculative che
riguardano prima il mercato
dell‘informatica, poi
quello immobiliare, le materie prime, le valute, cioè uno dopo
l’altro tutti i settori dell’economia, non può più essere
considerato un caso dovuto a ragioni particolari
inerenti quel determinato mercato o quel singolo paese. Ci
deve essere una ragione più profonda, strutturale, se l’unico
modo di far crescere il reddito nei paesi dominanti è
legato alla speculazione e di conseguenza la crisi non
è più un evento eccezionale, ma il modo normale in cui
il sistema funziona.
Da una prospettiva
marxista la ragione va rintracciata nella tendenza alla
sovrapproduzione di capitale che fa sì che, di fronte
a un prodotto mondiale lordo dell’ordine di sessantamila miliardi
di dollari, la massa di capitale finanziario che
vaga continuamente sui mercati alla ricerca di
opportunità di profitto sia qualcosa come dieci volte superiore,
seicentomila miliardi - ma sono cifre ampiamente
approssimative - forse un milione di miliardi, è difficile
ottenere stime sufficientemente precise.
Si tratta di una crisi da
eccesso, non da scarsità: troppo capitale rispetto
al profitto che è possibile tirarne fuori, e allora l’unica
cosa da fare è svalutare e distruggerne una parte. E siccome il
capitale, pur essendo un soggetto unico, si
presenta sotto forma di capitale merce, di capitale monetario, di
capitale fisso e di capitale variabile (salario), a
dover essere svalutate e distrutte sono quote di tutte
queste diverse forme funzionali di esistenza del capitale in
eccesso. Quali forme di più e quali di meno, in quali
aree del pianeta e con quali mezzi è il risultato della
lotta di classe.
Si dice da più parti con
molte ragioni e altrettanti fraintendimenti: la quota
maggiore da svalutare e distruggere (tassare, regolamentare)
è quella speculativa. Partiamo da qui. La
relazione tra il versante finanziario e quello produttivo
dell’economia viene presentata di solito con la causalità
invertita, limitandosi all’apparenza per cui, siccome la crisi si
manifesta prima nei suoi aspetti monetari, allora sarebbe
la finanza a ‘contagiare’ l’industria con i propri
comportamenti sballati.
Le relazioni di
produzione stanno invece prima e a monte della finanza, e
allora, se è certamente vero che
stiamo assistendo a una
relativa autonomizzazione delle funzioni speculative del
capitale rispetto a quelle produttive, vanno indagate le ragioni
di questa tendenza, che non possono essere
spiegate in termini di avidità dei banchieri o altre
connotazioni di tipo morale. E’ questo un aspetto importante da
chiarire, giacché operare una distinzione non
correttamente fondata tra capitale speculativo e industria può
implicare ripercussioni politiche di un certo rilievo, come
quella di una supposta necessaria alleanza tra lavoro e
capitale industriale, contro la rendita e il capitale speculativo.
La domanda è: perché
tanta speculazione? Perché, nonostante i
tassi di interesse siano stati portati a livello zero,
l’accumulazione non riparte? Sono le banche – in occidente – a non
voler finanziare nuovi progetti di investimento (e perché
mai?) o sono le imprese che non ne presentano? La
traccia che propongo di seguire è quella dei tassi di
profitto.
All’epoca in cui Marx
scriveva il Capitale, la tendenza alla diminuzione dei
tassi di profitto non era negata
come evidenza da nessun
economista della scuola classica; il problema era
la sua interpretazione. A un secolo e mezzo di
distanza la questione non è cambiata: il saggio medio di
profitto nell’industria moderna, almeno per quanto riguarda i
paesi capitalisticamente più sviluppati, è storicamente e
tendenzialmente in calo, con tutta la cautela necessaria
alla costruzione e all’interpretazione dei dati. E oggi più di
ieri, una delle controtendenze più potenti nel
ritardarne gli effetti, è l’espansione del credito e delle
innovazioni finanziarie. La lezione di questo
biennio è che ad essere entrata in crisi è proprio la
gestione di questa controtendenza, nel senso che ritardare
gli effetti della diminuzione del saggio di profitto
attraverso la speculazione finanziaria produce l’effetto di
amplificare i problemi nel ciclo successivo, come è
prevedibile che accada per quanto riguarda l’esplosione del
debito pubblico nei paesi che hanno impegnato alcune
migliaia di miliardi di dollari in salvataggi di banche
virtualmente fallite. Idem per le quotazioni del mercato
azionario: se il prezzo delle azioni delle imprese quotate in
borsa è negli Usa 22 volte il loro valore, e in Europa
questo multiplo è pari a 44, questo significa che, nonostante
il crollo, la speculazione è ancora una molla
fondamentale che regge il sistema. Se si sostiene che alcuni
soggetti economici (per lo più banche, ma anche
imprese) sono troppo grandi e troppo interconnesse per
essere lasciate fallire, si capisce anche come agisce l’altra
tendenza tipica della crisi, quella relativa alla
centralizzazione del capitale, in cui le piccole imprese possono
chiudere senza eccessivi problemi, mentre le grandi
transnazionali diventano ancora più potenti
ristrutturandosi magari delocalizzando parte della filiera produttiva. Così – scusandomi per le
ipersemplificazioni – è possibile dire
contemporaneamente che si sta uscendo dalla crisi: salvataggi
che generano nuova speculazione stavolta legata al debito
pubblico e liquidità monetaria a tasso zero che genererà
inflazione, almeno con riferimento all’area valutaria
dominata dal dollaro. Gli Stati nazionali e le
Banche centrali di mezzo mondo (il nostro mondo
soprattutto, la parte ricca del pianeta) hanno speso
alcune migliaia di miliardi di dollari che sono andati a finire
in grandissima parte nei portafogli dei banchieri che li
hanno utilizzati non già per finanziare un’accumulazione che ha i
suoi problemi ‘reali’, ma per tamponare parte delle
falle di bilanci che ancora oscillano tra la fantascienza e i
tribunali. Molte banche sono fallite, moltissime
imprese pure, specialmente se di piccola o piccolissima
dimensione, e questi fallimenti rappresentano allo stesso
tempo ghiotte opportunità per il grande capitale che,
attraverso fusioni e acquisizioni, continua la sua corsa
verso la centralizzazione. Se, dal versante del
capitale, svalutazione e distruzione significa scomparsa di
molte piccole e medie imprese, per quanto
riguarda i lavoratori, svalutazione e distruzione del capitale
variabile in eccesso vuol dire rendere ancora più a buon
mercato il lavoro, dunque ridurre il salario e
contemporaneamente considerare eccedente una quota
sempre maggiore di forza-lavoro, nel senso di
licenziamenti di massa. Ma se tutto ciò non bastasse, e la storia
delle grandi crisi passate ce lo insegna, il capitale non esita a
ricorrere alla guerra, che costituisce la forma moderna della
politica.