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L’altra
sera ho assistito all’inverecondo spettacolo che la cosiddetta
“sinistra radicale” ha nuovamente dato di sé in televisione e sui
giornali, appena dopo l’elezione a segretario di Pierluigi Bersani. Gli
interessati c’erano tutti e tutti litigavano per aver il privilegio di
fare il primo passo di danza con il nuovo capo del PD. All’O.d.G. della
allegra combriccola la necessità di una bella alleanza della sinistra
contro il tiranno Berlusconi. Affermare oggi che Berlusconi non sia un
grave problema per il nostro paese contribuirebbe a far pensare che chi
lo afferma è scemo oppure vive in un paese diverso dal nostro. Tuttavia
occorreva, a mio parere, prima di pestarsi i piedi per “salutare”
Bersani, verificare che lo stesso fosse interessato alla cosa. E per
sapere il punto di vista di Bersani bastava semplicemente chiederglielo
in privato: questo avrebbe comportato l’eliminazione del rischio di
lanciarsi, secondo lo stile degli ultimi anni, in pericolose avventure
dalle quali poi è difficile rientrare. Avrebbero dovuto verificare se
l’interessato non sia d’accordo ad una ipotetica alleanza solamente con
lo scopo di farci fuori con l’astuzia e, più importante di tutto,
avrebbero dovuto verificare che Bersani avesse almeno uno straccio di
programma condivisibile.
Lasciando da parte l’ironia mi sembra davvero che ci sia, nella testa
di molti, una grande confusione ed in quella di qualcun altro un
calcolo preciso: far fuori definitivamente la prospettiva comunista in
Italia.
Ora di questo non possiamo certo fare una colpa a Vendola: è uscito da
Rifondazione proprio perché lui ed il suo capo castellano, Bertinotti,
ritengono “ormai indicibile la parola Comunista”. Hanno fatto un
Congresso e l’hanno perduto proprio su quella questione: il superamento
del comunismo. E l’hanno perduto contro chi? Contro uno che non è di
certo un castellano ma diacono sì: Paolo Ferrero, sé-dicente comunista,
il quale non avendo i voti per vincere il congresso, va da Grassi a
chiedere sostegno. Grassi glielo dà e da quel momento Ferrero, che non
è un eroe, è sotto il suo continuo ricatto. Un po’ come mettere la
volpe a guardia del pollaio. Grassi lo strattona due volte al giorno,
lo tiene sulla corda, ma senza tirarla troppo, anche perché sa che con
Ferrero non ce n’è bisogno: è già molle di suo.
Finché si arriva alle elezioni europee, dove RC, PDCI e residuati vari
si presentano tutti sotto lo stesso simbolo. Ma non è che si mettono
d’accordo sei mesi prima o lavorano affinché i militanti delle varie
formazioni si amalgamino bene, come logica imporrebbe: no, troppo
facile! L’accordo arriva pochi giorni prima delle elezioni. Con un
simbolo del tutto simile a quello di Rifondazione, tanto per far capire
chi comanda. Una bella fusione a freddo, un bell’accordo tra ceti
politici, avulso dalla base, come direbbe Lenin (si può ancora
nominare, Lenin?)
Il risultato delle elezioni lo conosciamo.
Non paghi del grandioso risultato ottenuto, i due partiti comunisti
convocano una conferenza per il 18 luglio a Roma nel quale verrà, udite
udite!, lanciata la Confederazione. La base dei due partiti lo apprende
dalle televisioni e dai giornali, nella migliore delle tradizioni a cui
ci hanno abituati in questi anni. Non se ne è discusso in nessun luogo,
nemmeno negli organismi dirigenti, come se, in fin dei conti, si
dovesse poi solo decidere a chi intestare la Sezione di Mompantero e
non il futuro dei due partiti comunisti italiani.
Il 18 luglio Diliberto, alla conferenza, parla di Federazione come
punto di partenza (e non di arrivo), Ferrero parla di tutto ma della
parola Nuovo Partito Comunista non se ne sente nemmeno l’eco.
La storia dei giorni seguenti è un prosperare di cazzate che
meriterebbero poca attenzione se non fossero coinvolte la vita ed i
drammi di troppa gente. Vita e drammi reali, come fingono di
dimenticare i protagonisti di questa commedia. E così assistiamo alle
uscite del segretario di Rifondazione che non va in ferie ma sarebbe
stato meglio fosse andato, perché ovunque vada parla di tutto tranne
che di Federazione (figurarsi di riunificazione comunista), al
saltimbanco Grassi che invia una graziosa letterina a Vendola,
invitandolo ad aderire alla Confederazione (a parte la stupidaggine in
sé: con chi l’ha concordato e parla a nome di chi?), insomma un
impazzimento generale. In mezzo a tutto questo bailamme qualcuno con la
testa sul collo, Fosco Giannini, spazientito dalla vorticosa girandola,
fa la Domanda doverosa a Ferrero: ma perché non vuoi fare la
riunificazione delle forze comuniste in Italia?
Sembrerebbe una domanda ridicola: chiedere ad un comunista se vuole o
no unirsi ad altri comunisti ma non è ridicola per nulla. Perché
Ferrero non è comunista (dice di essere persino più valdese che
comunista…) e perciò a lui della riunificazione non importa nulla:
censura le lettere inviate a Liberazione che trattano dell’argomento,
fa rispondere a Giannini da un rifondarolo qualunque che in sostanza
nega la necessità e l’urgenza, nonché l’opportunità, della
riunificazione.
E siamo finalmente al punto:
Cosa diavolo è questa maledetta Federazione anticapitalista? A cosa serve e soprattutto a chi?
Facciamo un passo indietro però e diamoci prima un’occhiata attorno,
che non fa mai male. Una volta avremmo detto che era urgente fare
un’analisi della fase, ma non esageriamo, ché tra l’altro non ne
avremmo neanche il tempo.
Perché la situazione in Italia si sta facendo sempre più drammatica ed
insostenibile e di analisi ne abbiamo già sentite sin troppe.
Naturalmente la situazione si sta facendo drammatica per le classi
subalterne, perché banche e padroni da questa crisi ci hanno guadagnato
e non poco.
La disoccupazione ha toccato livelli mai raggiunti in questi ultimi
decenni, la precarizzazione del lavoro avanza a ritmi forsennati,
l’indigenza degli strati popolari più bassi è ormai evidente anche ad
un osservatore distratto. Una situazione eccellente per il padronato:
massima liquidità sociale, massima ricattabilità dei lavoratori,
nessuna lotta degna di tale nome all’orizzonte. Ognuno con la testa
china, ripiegato su se stesso, in lotta col vicino più prossimo per
l’ultimo pezzo di pane.
Esagerazioni? Andiamolo a chiedere a chi vive con 600-700 euro al mese,
a chi ha perso definitivamente il lavoro, a chi ha fatto del lavoro
saltuario una regola e non un’eccezione!
Ma non è una casualità. Ci sono i responsabili ed hanno tutti un nome ed un cognome.
Siamo di fronte ad un vero e proprio regime autoritario di massa,
costruito scientificamente dal comitato d’affari della borghesia che
governa l’Italia, con il fondamentale apporto e contributo di gran
parte della sinistra. Siamo di fronte ad un blocco sociale solido e ben
installato, formato dall’alta borghesia, che sta al suo vertice
superiore, e da vastissimi strati popolari che ne formano la base. La
sua anima perversa è la Lega Nord (quelli che vogliono ammazzare i
bambini rom, quelli che vogliono sparare sui gommoni, quelli che
vogliono il fucile e l’elmetto per liberare la Padania), il capo è
Berlusconi e quelli (più o meno occulti) per cui lavora . Questo regime
quindi ha un indiscutibile consenso di massa: se non partiamo da questa
certezza non saremo nemmeno in grado di trovare la strada per uscirne.
Ma se avessimo studiato un po’ la storia sapremmo però che un blocco
sociale così strutturato non si scioglie da solo.
C’è bisogno di qualcosa di più, c’è bisogno di una formazione politica
organizzata, determinata, strutturata territorialmente, che conosca
dettagliatamente il problema e sappia porre le basi per affrontarlo e
risolverlo. Una formazione che non fa del linguaggio politichese una
scelta di campo, una formazione in grado di parlare lo stesso
linguaggio del lavoro, dei deboli, degli oppressi.
Credo che in questi anni si sia fatto di tutto tranne che procedere in
questa direzione. Anzi qualcuno ha lavorato coscientemente in senso
contrario ed è arrivato vicino all’obbiettivo che gli è stato
assegnato: eliminare, come ho detto sopra, le forze comuniste
organizzate in Italia.
Con un’operazione, almeno per me, evidentissima, che è passata
attraverso la progressiva subalternità, in questi anni, dei due partiti
comunisti, lo svuotamento delle loro strutture organizzate,
l’incapacità assoluta di mantenere ferme quelle poche proposte
politiche coraggiose, il cambio sostanziale (almeno dentro RC) degli
obbiettivi e delle prospettive, l’indebolimento del sostegno
ideologico, il crollo preordinato dell’organizzazione capillare del
partito. Di fronte ad un’operazione del genere è davvero difficile
resistere. Eppure dobbiamo almeno provarci, forse non tutto è
perduto.
Cominciamo innanzitutto a sgomberare il campo da un’affermazione che
fin troppo spesso circola tra di noi: bisogna evitare il rischio
dell’arroccamento, bisogna aprirsi per non crollare.
Ma non è quello che in questi anni ha teorizzato il bertinottismo? Non
è forse la progressiva apertura ai movimenti che ha distrutto la
fisionomia di RC? Non è forse il tentativo evidente di mettere un
cappello dirigistico ai movimenti che ha indebolito Rifondazione e
disarmato anche i movimenti?
Posso comprendere, anche se non lo condivido, che quel partito abbia
voluto mettere da parte le esperienze dei paesi comunisti del secolo
scorso; posso altresì capire, anche se non lo condivido, che abbia
voluto rompere con la tradizione dell’internazionalismo comunista, ma
perché mettere da parte Marx, Lenin, Gramsci, il comunismo?
Se io estrometto dal mio bagaglio Marx e Gramsci, con quali strumenti
di analisi sarò in grado di affrontare la realtà? Se liquido Lenin con
quali armi sarò in grado di combattere?
La parola comunismo è stata lentamente e sottilmente sostituita con
altre parole, che al massimo possono fare da contorno ma non da piatto
principale: anticapitalismo, ecologismo, femminismo,
globalizzazione,alternativa… Parole che sono da sempre patrimonio dei
comunisti italiani, ma che se assunte singolarmente, o come architrave
della propria azione politica, hanno le gambe corte.
A questo proposito ho letto su “Liberazione” l’intervista del compagno
Licandro, il nostro responsabile nazionale dell’organizzazione: dice
che la Federazione della sinistra (della sinistra, quindi ha già deciso
lui per tutti che non sarà la federazione Comunista) va fatta subito e
deve partire dal basso e dall’alto.
Sembrano le indicazioni diramate da un imbianchino al “bocia” lasciato
solo nell’alloggio a terminare il lavoro. Ma di cosa sta parlando il
compagno Licandro? Ma si rende conto che in questi anni sono accadute
“alcune” cose per permettersi di pensare che indicazioni prive
completamente di contenuti possano davvero essere prese in
considerazione? Probabilmente lo può pensare per coloro che,
disciplinati soldatini e in odore di posticini futuri, si metteranno in
fila fuori dalla porta del suo ufficio per comunicargli (con l’intento
di curare i loro interessi) la giustezza della sua posizione. Quante
corti di questo tipo abbiamo visto in questi anni, per poi scoprire che
il tutto era fondato sull’argilla?
Apprezzo Diliberto al contrario di Licandro per due motivi: la coerenza
dimostrata nella decisione di non fare parte degli organismi dirigenti
della “Federazione della sinistra” e la sua caparbietà, dimostrata ad
europee concluse con la famosa conferenza stampa dove dichiarò alle
compagne e ai compagni che i Comunisti non erano scomparsi ma ben
consci della necessità di ricominciare a lottare. Come dire… coerenza
contro subalternità!
Togliamo di mezzo anche un altro (presunto) equivoco che spesso, in
questo periodo (vedi il compagno Stefano Azzarà del PRC cacciato dal
Partito sul tema alleanza con il PD), i comunisti devono affrontare: le
alleanze.
Un comunista, per principio, non ne ha paura, anzi le costruisce e le
sostiene. E’ il cardine della nostra politica, specie di quella dei
comunisti italiani.
Ma le alleanze si fanno tra soggetti forti e dai forti connotati. Come
si intuisce, v’è una grossa differenza tra un’alleanza di liberi
soggetti ed una sua federazione.
Per federazione intendiamo un accordo tra soggetti che hanno in comune
obbiettivi condivisi e che si uniscono per superarli. Ciascuno dei
soggetti deroga e rinuncia ad una parte della propria sovranità ed
autonomia in favore dell’entità nuova che si è creata. Ovvero, in
parole povere (e crudamente): discutiamo fin quando vogliamo
all’interno del nostro partito ma le decisioni saranno demandate
all’istanza superiore (la federazione) che avrà l’ultima parola .
E qui entra in gioco un altro concetto di cui ci siamo facilmente
dimenticati: l’egemonia. Che presuppone la ricerca dell’alleanza tra
liberi soggetti, la costruzione di una forte organizzazione tra di loro
e l’assunzione della sua guida da parte dei comunisti, che sono l’unica
forma di organizzazione storicamente data, ancor oggi, capace di
indicare le lotte, prenderne la testa e condurle alla vittoria. Ma
questa forza non può che essere organizzata in Partito. I movimenti
contengono, nel loro stesso termine, la debolezza e l’incapacità di
guidare un qualsivoglia progetto destinato a risultare vincente.
Quindi è per il Partito che dobbiamo lottare e per nulla di meno.
L’idea di federazione nasce gracile e dalla vista corta. In questi mesi
non ha prodotto né partecipazione né entusiasmo e finirà
inevitabilmente per allontanare dalla politica e dalla lotta gli ultimi
compagni che ancora resistono. La lotta politica, di cui c’è così
bisogno in questo momento, presuppone passione ed abnegazione, fiducia
ed impegno. L’idea della federazione, scaturita dalla fantasia di
dirigenti troppo spesso lontani dalla base dei loro militanti, non ha
scatenato nulla di tutto ciò.
Sinceramente non mi affascina per nulla l’idea di finire tra la
categoria dei cani sciolti. Voglio, vogliamo, lottare per qualcosa in
cui valga la pena credere. Abbiamo bisogno di ritrovarci in qualcosa
che ci unisca tutti a partire dalle nostre idee e dall’analisi che
facciamo di questa società.
Un luogo che sappia ritrovare la strada che porta al Partito Comunista,
alla sua ricostruzione. Che sappia ricacciare la federazione nella
cantina da cui è uscita, che tenga lontani, con alti reticolati, tutti
coloro che in questi mesi ed anni (a partire da Grassi e Ferrero) hanno
scientificamente lavorato per l’estinzione dei comunisti. Che sappia
ridare fiducia e soprattutto SPERANZA ai milioni di lavoratori, di
disoccupati, di emarginati che stanno morendo sotto il tallone di ferro
della modernizzazione capitalista.
Non possiamo restare alla finestra. C’è bisogno già da subito, ora ed
in questo Partito, di lasciare da parte le fumisterie e le alchimie
federative, c’è bisogno di uno scatto organizzativo e di orgoglio. Non
possiamo attendere il sol dell’avvenire: siamo noi che dobbiamo
costruire l’avvenire.
Basterebbe mettere in cantiere poche ma significative iniziative per
ridare un po’ di fiato e di consapevolezza ai simpatizzanti ed ai
militanti.
Mi piacerebbe, ad esempio, che il Partito si interessasse,
concretamente e non solo a chiacchiere ed a convegni, della drammatica
situazione del lavoro. Non voglio ritornare su cose che sono note anche
ai sassi ma la questione lavoro sta franandoci addosso e ci trascinerà
tutti nella catastrofe.
Non è l’invenzione di una fantasia malata il fatto che sono moltissimi
i lavoratori iscritti alla CGIL che votano la Lega Nord: li abbiamo
abbandonati! Non è un’invenzione la massa crescente di lavoratori senza
alcuna garanzia, senza contratto, senza sicurezza. Non è un’invenzione
l’imponente massa di disoccupati che sopravvivono solamente in virtù di
lavori svolti in nero.
Lo sappiamo tutti di chi è la principale responsabilità: delle leggi
che in questi anni hanno liberalizzato il mondo del lavoro, della legge
30. Quelle leggi non le ha fatte il governo Berlusconi, le hanno
studiate e votate le maggioranze di centro-sinistra che si sono
succedute, negli anni scorsi, alla guida di questo sventurato paese e
di cui anche noi facevamo parte.
Vorrei che tentassimo, ora, di abbattere quelle leggi. Di modificarle.
Sarebbe non solo una battaglia per i diritti, per la democrazia ma
soprattutto per la sopravvivenza. E non solo per i lavoratori, per i
precari e per i disoccupati: anche per noi!
Vorrei che il Partito indicesse un Referendum abrogativo della legge 30
e delle leggi che le fanno da corollario. Una battaglia persa? Io non
ne sarei poi tanto sicuro. Sicuramente una battaglia vinta per la
nostra sopravvivenza, perché rimetterebbe in campo tanti compagni
stanchi e sfiduciati, ridarebbe forza alla nostra organizzazione, non
consentirebbe più a nessuno di dichiararsi fuori.
Anche per quanto concerne la situazione sindacale,è tempo di
scelte,precise,coraggiose. Tralasciando Cisl e Uil, che sono diventati
oggettivamente un sindacato giallo in mano ai padroni, la salute della
stessa CGIL non è delle migliori. Al prossimo congresso ci sarà la
definitiva resa dei conti. E già si può intravvedere che la corrente
che vincerà non sarà certamente quella vicina al sindacalismo di
classe. La Fiom è asserragliata nel fortino e non bisogna essere maghi
per capire che verrà tentata la sostituzione del suo attuale gruppo
dirigente con uomini e donne fedeli ad un altro progetto. Quale
progetto? Quello della sua definitiva sottomissione al revisionismo ed
all’opportunismo.
La Fiom è un’anomalia che deve essere cancellata, la Fiom non rientra nei disegni del capitale.
Il capitale ha bisogno di sindacati (come appunto Cisl e Uil)
subalterni e sottomessi. Ha bisogno di sindacati che siano la cinghia
di trasmissione del nuovo ordine economico e politico. Che rompano con
la tradizione di lotta e di conflitto che ha caratterizzato un
quarantennio della vita sociale e politica italiana. Il compito loro
assegnato dal capitale, alla fine degli anni ’80, era di distruggere,
sul versante delle lotte e del conflitto, l’anomalia italiana; di
riportare il nostro paese nell’orbita della subordinazione
capitalistica e padronale. Il loro contributo a questo disegno è stato
determinante. La CGIL si è incamminata anch’essa da tempo sulla
medesima strada, compatibilità e concertazione sono state le sue armi
principali. La CGIL è ormai quasi completamente asservita al Partito
Democratico. Un partito che ha gettato la maschera ed appare oggi
finalmente per quel che è: l’altra faccia della medaglia del potere
padronale. La faccia “presentabile” e “democratica”, ma pur sempre
della stessa medaglia, non scordiamocelo.
Come non vedere quindi nelle RDB e nel sindacalismo autonomo e di base
l’unica vera alternativa a questa deriva neocentrista e subalterna?
Vorrei che il mio Partito aprisse gli occhi, vorrei che lo facessero
tutti i comunisti. Vorrei che iniziassimo a sostenere con convinzione
il sindacalismo di base, dando un taglio definitivo a questa
indecisione che per troppo tempo ha paralizzato la nostra iniziativa
politica rispetto al sindacato. Questo percorso non è solo auspicabile
ma obbligatorio, se vogliamo recuperare, anche su quel versante, tra i
lavoratori, la fiducia e l’autorevolezza che i comunisti hanno sempre
avuto.
Questo è quello che chiedo al mio Partito, per il quale ci siamo
sacrificati in tanti e ci rifiutiamo di vederlo scomparire
nell’ignominia, nell’immobilismo e nella vergogna.
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