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26 maggio 2009
Bulletti e bulloni
di Antonio Musella |
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COPYRIGHT
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”Nelle pratiche dei movimenti si consuma il
trionfo dell’individuo sulla società, o piuttosto la rottura
dei fili che nel passato avevano avvinto gli uomini al
tessuto sociale. Il tessuto sociale infatti non era formato
soltanto dalle effettive relazioni fra esseri umani e dalle
loro forme organizzative, ma anche dai modelli generali di
tali relazioni che dovevano regolare i comportamenti
reciproci, i cui ruoli erano gia’ prescritti”
E.J.Hobsbawn “Il secolo breve”
Ciò che e’
accaduto alla manifestazione nazionale degli operai Fiat a
Mirafiori segna senza dubbio un passaggio importante
rispetto ai conflitti sociali che interessano il nostro
paese davanti alla crisi.
La faccia di Gianni Rinaldini buttato giù dal palco, senza
dubbio racconta tanto di quella che e’ la crisi che il mondo
sindacale sta attraversando. Lo e’, allo stesso modo, la
faccia dell’operaio dello Slai Cobas di Pomigliano d’Arco
che faceva volteggiare la cinta sulla sua testa pronto ad
assaltare “il nemico di classe”. Due concezioni residuali
delle dinamiche di conflitto nel nostro paese hanno
inscenato cio’ che e’ accaduto davanti a Mirafiori.
Uno scontro le cui ragioni non vanno cercate, come qualcuno
sostiene, in uno scontro generazionale tra operai, ne’
tantomeno in un problema di rappresentanza sindacale. La
crisi della forma sindacato evidentemente racchiude nella
sua complessità diverse ragioni. Innanzitutto la crisi
stessa del sindacato. Anni ed anni di concertazione non
riescono in nessun modo a tenere il passo con la logica di
un governo che in tempo di crisi declina un concetto di
sovranità assolutamente nuovo per il nostro paese, così come
altrettanto nuova e’ la dimensione dello governance dello
scontro sociale fondata sul restringimento sempre crescente
dello spazio del dissenso, che non viene affatto gestito, ma
bensì gli si scarica addosso il massimo dell’esplicitazione
del monopolio della forza.
La dimensione confederale fatta di compartecipazione alle
politiche di governance, esercizio di lobbing nel mondo del
lavoro, consociativismo con il centro sinistra tanto da
diventare in alcuni casi parte integrante dell’istituzione
(i casi di Campania, Toscana ed Emilia Romagna sono
emblematici in questo) sono tra le cause della crisi del
primo sindacato italiano. Di conseguenza la rottura
dell’unità sindacale, in questa ottica, risulta essere
necessaria per un sindacato, la Cgil, che non si e’ mai
saputa immaginare al di fuori dello schema sopra descritto.
Il ritorno ad una radicalita’ solo ed esclusivamente
annunciata da parte della Cgil rappresenta la sola scelta
che Epifani riesce ad immaginare. Ma ovviamente la crisi del
sindacato la si legge nella sua stessa incapacita’ di
adeguarsi ad un mondo del lavoro profondamente cambiato
rispetto agli anni ’60 – ’70, la nuova composizione del
mercato del lavoro, la trasformazione delle tipologie
contrattuali, la mancanza di diritti sindacali per milioni
di lavoratori, mettono in crisi la forma sindacato stessa.
Le May Day già qualche anno fa hanno segnalato questo tipo
di crisi e di trasformazione allo stesso tempo. Ma una Cgil
che non e’ capace di leggere questo non e’ ovviamente
nemmeno capace di comprendere come negli anni la sua
subalternità non ha fatto altro che portare il sindacato di
Cofferati ed Epifani ad appoggiare tutto il piano normativo
che oggi mettono un sindacato di 4 milioni di iscritti ed
essere buttato giù dal palco davanti a Mirafiori. La Fiom in
questi anni ha rappresentato la cinghia di trasmissione tra
il carrozzone confederale e subalterno della Cgil ed il
mondo delle lotte sociali indipendenti. Un ruolo che li ha
piazzati su un crinale ad alta quota. Quello di vedere il
baratro, rendersi conto della crisi di organizzazione, ma
essere incapaci al tempo stesso di cambiare direzione. Senza
dubbio risulta ingeneroso il lancio del "Rinaldini dal
palco" davanti ad una storia recente della Fiom che li ha
visti rappresentare sempre una struttura capace di stare nei
movimenti e di marcare la differenza di linea politica
rispetto alla casa madre. Ma e’ l’errore di lettura di fase
che porta oggi la Fiom ad assaggiare con mano l’effetto
della crisi di organizzazione della forma sindacato. Su
Pomigliano, a differenza di quello che ha sostenuto Giorgio
Cremaschi, la lettura della Fiom continua ad essere
assolutamente incapace di vedere la portata della crisi. Il
piano vertenziale impostato con la Fiat rispetto alla
necessità di un piano industriale che rilanci gli
stabilimenti di Pomigliano e Termini Imerese con l’avvio di
una nuova vettura, non fa per nulla i conti con un paese
dove il rapporto tra capitale e rendita rischia di
sgretolarsi sotto i colpi della crisi.
L’insostenibilità di un nuovo piano industriale e’
sostanzialmente legata all’impossibilità di immaginarsi il
tessuto produttivo di questo paese legato ancora ed
esclusivamente al settore manifatturiero che campa con i
fondi statali e non comprende la necessità di una sua
radicale trasformazione. La Fiom ha pienamente avallato
invece una lettura vecchia del ciclo produttivo di questo
paese che non regge più. E proprio su Pomigliano si sta
mettendo in campo il piu’ grande esperimento di
ammortizzatore sociale territoriale che al momento si
sperimenta in questo paese. Si chiama Agenzia Pubblica per
il Territorio, e riguarda l’assorbimento dei cassintegrati
Fiat, di diverse migliaia di disoccupati in formazione come
quelli del progetto Isola (Inserimento Socio Lavorativo), ed
altre figure di precari. Lavori di pubblica utilità con
fondi pubblici della Regione Campania e del Governo che
riguarda circa 50.000 tra cassintegrati e disoccupati.
Proprio davanti alla mancanza di volontà del governo di
finanziare l’operazione della Regione Campania a Napoli, in
questi giorni, si consumano giorni di rabbia e lotta.
Per questo ciò che e’ accaduto a Mirafiori ha origini più
complicate di quelle che sembrano. Dall’altro lato a tirare
giù Rinaldini dal palco una forma di sindacato stalinista da
primo dopoguerra. Un sindacato che non riesce nemmeno a
trovare dei canali di comunicazioni con il resto dei
sindacati di base, che davanti ad una composizione del mondo
del lavoro sempre più moltitudinaria non riesce in nessun
modo a comprendere che la fase e’ cambiata... ma da alcuni
decenni....
Uno strumento residuale che non è in grado in nessun modo di
contribuire alla necessità di garantire continuità di
reddito agli operai di Pomigliano. Una manifestazione,
quella sul palco di Mirafiori, che potrebbe essere
tranquillamente annoverata anche come l’esasperazione di chi
non riesce a portare l’orologio del tempo avanti con le
lancette, sprezzante della contaminazione con le nuove forme
di precarietà e di povertà come i bulletti davanti ai
richiami degli adulti.
Certo i cartelli che lo Slai Cobas portava sotto il palco di
Rinaldini, raccontano proprio di quella subalternità della
Fiom che prima ricordavo. Su alcuni di quei cartelli c’era
scritto "Reparto confino di Nola", un reparto costituito
alcuni anni fa allo stabilimento Gian Battista Vico di
Pomigliano dove sono stati inseriti tutti i delegati
sindacali dei sindacati di base, tutti i soggetti più
propensi al conflitto. Un reparto che si trova fuori dalla
fabbrica, a Nola, in un’altro comune, per impedire la
comunicazione ed il contatto con gli altri operai.
Un’operazione fatta dalla Fiat con il pieno accordo dei
sindacati confederali che rappresenta inequivocabilmente la
subalternità dei sindacati confederali ed anche della Fiom
al padrone.
Non esiste ovviamente nessuna teoria dei "vasi comunicanti",
ovvero il meccanismo per il quale davanti alla crisi del
sindacato confederale c’e’ un aumento di peso specifico e di
iscritti per i sindacati di base. A Pomigliano, così come a
Termini Imerese , ma così come all’Atitech, a Fincantieri,
alla Ixfim, dove si stanno consumando le lotte operaie in
questa fase, il peso specifico dei sindacati di base e’
bassissimo. A testimonianza di come la crisi delle forme
dell’organizzazione investe tutti. Infatti a parlare di
continuità di reddito, di riconversione degli impianti, di
trasformazione del ciclo produttivo non ci pensa nessuno.
Per un ragazzo di 25 anni, che sogna di essere “la classe
dirigente del futuro” (così come facevano gli operai
diplomati all’inizio degli anni ’80) la fabbrica e’ il posto
più brutto del mondo. La sua vita passa da una sveglia alle
4:00 del mattino ad un autobus dell’azienda. Badge, catena
di montaggio, sirena, autobus, Maria De Filippi, pallone in
Tv, e via nel letto. Se qualcuno gli proponesse di restare
lì per tutta la vita a fare macchine non penso che possa in
nessun modo essere la sua massima aspirazione. Gli operai
seguono le vertenze da casa, perche’ a Pomigliano si lavora
una settimana al mese. La rassegnazione e l’incapacità dei
sindacati di costruire percorsi di lotta reali,
probabilmente dettati dal soccorso della politica di
ammortamento sociale, producono come conseguenza naturale il
fatto che un lavoratore decida di non avvalersi più della
collaborazione di nessun sindacato. Questo però non in
un’ottica di liberazione di autonomia collettiva, ma come
scelta individuale, come rifugio del singolo davanti al
naufragare di ogni identità di classe, davanti
all’impossibilità di immaginarsi un comune.
Davanti a questo scenario non possiamo dimenticare
un’ulteriore elemento che nell’attuale vicenda Fiat ha un
peso significativo. Gli unici due stabilimenti a chiudere,
nonostante l’acquisto di Chysler negli Usa, la fusione con
Opel in Germania, sono quelli di Termini Imerese e
Pomigliano d’Arco, due stabilimenti del Sud. Un elemento che
continua a caratterizzare le scelte sia del governo sia del
capitale – rendita. La dismissione del ciclo di produzione
del settore manifatturiero nel Sud Italia, frutto della
scellerata presunta industrializzazione degli anni ’50 e
’60, significa la distruzione del solo tessuto industriale
produttivo esistente per alcune decine di milioni di
persone. E soprattutto il dato risulta ancor più pesante se
e’ associato all’assenza totale della prefigurazione di uno
scenario di trasformazione di fronte alla dismissione del
settore industriale manifatturiero accompagnato dalla
insufficienza del settore della produzione derivato dal
lavoro cognitivo. Se da un lato l’Agenzia Pubblica per il
Territorio risulta essere il solo esempio di ammortizzatore
sociale messo in campo al momento davanti alla crisi, non
può rappresentare una nuova visione più complessiva del
sistema produttivo del Mezzogiorno, ovviamente.
Con questo non si può affermare in forma netta che dietro ai
fatti di Mirafiori ci sia uno scontro tra operai del Sud ed
operai del Nord. Ma di certo non si può affermare nemmeno
l’esatto contrario.
Davanti a questo scenario risulta quanto mai ragionevole
pensare che buttare Rinaldini giù dal palco non sia
esattamente la risoluzione strategica dei problemi degli
operai, per non parlare poi di sciagurati paragoni con lotte
degli anni settanta che sono serpeggiati in questi giorni.
Oggi gli operai probabilmente non li rappresenta nessuno. E
forse l’identità sociale di quei ragazzi e di quelle ragazze
di Pomigliano non risulta in nessun modo vicina a quella dei
cicli di lotta precedenti.
* Laboratorio Occupato
Insurgencia, Napoli
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