Marchionne sta presentando
piani industriali in tutto il mondo tranne che in Italia (la
qual cosa non sorprende) e la sua risposta alla crisi in
corso, nonostante gli incomprensibili attestati di stima che
ha ricevuto anche da sinistra (padrone “illuminato” lo
definì Bertinotti nel 2007), è la più classica delle
politiche Fiat.
Prima di parlare
dell’operazione Fiat-Opel vorremo però partire dai bilanci e
cioè dai profitti fatti dalla proprietà mentre si gettavano
sul lastrico i lavoratori.
Profitti e salari
Nel consiglio di amministrazione che si è tenuto a fine
ottobre (quando si cominciava a mandare in cassa integrazione
migliaia di lavoratori) nella sede Cnh di Racine nel
Wisconsin, sotto la presidenza di Luca Cordero di Montezemolo
sono stati presentati i dati: l’utile netto nel terzo
trimestre dell’anno 2008 era in crescita del 3,1% (468 milioni
di euro, 14 milioni in più rispetto all’analogo periodo del
2007). I ricavi del gruppo aumentavano del 3,2% (a 14,3
miliardi di euro).
Per quanto attiene strettamente
alle auto (Fga – Fiat Group Automobiles) si sono registrati
utili in crescita dell’1,9% rispetto al 2007, per un ammontare
di 1,541 miliardi di euro (1,457 miliardi nello stesso periodo
del 2007). Dati positivi insomma confermati alla fine
dell’anno 2008 (utile netto complessivo: 1,7 miliardi di
euro).
Le cose sono certamente cambiate
con l’anno nuovo, ma comunque nel primo trimestre 2009, in un
contesto di crisi globale e di obiettiva difficoltà non c’è
stato il tracollo di Fiat a differenza dei colossi
statunitensi. Nel panorama europeo il Lingotto è tra le case
che meglio ha saputo affrontare la crisi dei mercati.
Questi risultati ovviamente non
piovono dal cielo ma sono stati fatti grazie agli enormi
sacrifici sopportati dai lavoratori a cui oggi viene
presentata un’altra parcella. A non pagare mai sono i padroni.
È la stessa musica da 25 anni.
Infatti la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale è
salita a razzo, amputando quella dei salari. Secondo uno
studio della Bri (Banca dei regolamenti internazionali) nel
1983 la quota del Prodotto interno lordo (Pil) intescata dai
profitti era al 23,12%, quella destinata ai lavoratori
superava i tre quarti. Oggi i profitti si attestano attorno al
31-32% e ai lavoratori dipendenti è rimasto in tasca poco più
del 68%. Una cifra enorme, otto punti in meno di Pil che
corrispondono a circa 120 miliardi di euro.
Se i rapporti di forza fossero
gli stessi di 25 anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche
dei lavoratori, invece che dei capitalisti. Per i 17 milioni
di lavoratori dipendenti, vorrebbe dire 7.000 euro, in media
all’anno, in più in busta paga.
Fiat esce dall’auto?
L’accordo con Chrysler e il tentativo di acquisire Opel viene
presentato dai media come una grande operazione del Lingotto
di cui tutto il paese dovrebbe andare fiero. Secondo
Berlusconi si tratta di “un’operazione che sarebbe un sogno
per gli azionisti Fiat, gli operai e tutti gli italiani”.
Per Marchionne: “Fiat non vuole
acquisire Opel; vogliamo costruire una nuova e forte casa
automobilistica internazionale. In questo modo saremmo il
secondo costruttore più grande al mondo dietro Toyota e ciò
rende sicuri anche in futuro posti di lavoro sia a livello
mondiale che in Germania” (dall’intervista rilasciata al Bild).
Secondo le indiscrezioni del
quotidiano tedesco Handelsblatt l’accordo prevede la perdita
di 9-10mila posti di lavoro e la chiusura di almeno due
stabilimenti, che se non saranno in Germania è lecito pensare
siano in Italia.
Il sogno di cui parla il
presidente del consiglio è tale per gli azionisti ma si può
trasformare in un vero e proprio incubo per i lavoratori visto
che, di fronte, più che un’acquisizione abbiamo una vera e
propria uscita di scena della famiglia Agnelli che si prepara
a scorporare Fiat Auto dal resto del gruppo (il cosiddetto
spin-off di cui parlano al Lingotto da almeno 15 anni).
Nessuno è in grado di sapere chi realmente controllerà il
futuro assetto azionario della nuova impresa che nascerà e che
dovrebbe produrre 6 milioni di auto.
In questo quadro l’Italia
rischia di perdere l’industria dell’auto che attualmente
contribuisce (con l’indotto, il movimento terra e tutte le
collegate) all’11% del Pil dando lavoro complessivamente a
circa un milione di persone. Facile immaginare quali
conseguenze potrebbe avere nel già povero contesto produttivo
italiano.
Marchionne in tutta questa
vicenda si è mosso in maniera spregiudicata: ha prima fatto la
trattativa con gli americani ottenendo soldi dal governo Usa e
da quello canadese, poi sono arrivati i soldi del fondo
pensione Veba del sindacato Uaw, successivamente ha aperto il
tavolo con il governo tedesco dal quale ci si attende
finanziamenti pubblici per 5-7 miliardi di euro.
Solo alla fine di questo lungo
peregrinare si aprirà la partita italiana. E visto i soldi che
ci stanno mettendo i governi è del tutto logico aspettarsi che
gli esuberi saranno fortemente condizionati da scelte di tipo
politico.
Il 23 aprile scorso alla
presentazione dei bilanci del primo trimestre Marchionne è
stato chiaro. Di fronte alla domanda di un’analista: “La Fiat
farà affari che possono essere ripagati con gli aiuti di Stato
o riesci a vedere un aumento di capitale e nuovi investitori”,
la risposta è stata: “voglio essere onesto, di privati
disposti a fare un affare del genere non ne vedo”. Di
conseguenza gli unici che sono disposti a metterci dei soldi
(visto che la proprietà Fiat non ha intenzione di metterne)
sono i governi che vogliono evitare tensioni sociali.
Ma se Germania e Usa insieme
arriverebbero a mettere sul tavolo 12-13 miliardi di euro,
cosa mette il governo italiano? L’assenza di un piano
industriale in Italia e l’incertezza che ne deriva serve in
primo luogo a ricattare il governo Berlusconi che pare
infischiarsene, ma serve soprattutto a ricattare i lavoratori
e il sindacato.
Ovviamente Marchionne teorizza
l’intervento “ponte” degli stati (e una loro entrata nella
proprietà) a patto che sia prevista con chiarezza la via del
ritorno sul mercato delle aziende oggi sussidiate.
Si torna al punto iniziale;
quando si perde sono gli Stati (e dunque i lavoratori) che ci
rimettono, quando ci sono profitti intascano lor signori.
Marchionne diventerà con tutta
probabilità l’amministratore delegato di un grande gruppo
internazionale dell’auto, la famiglia Agnelli incasserà grandi
plusvalenze dalla vendita delle proprie azioni mentre gli
stabilimenti vanno verso la chiusura. Questo è il capitalismo,
bellezza…
Le sovrapposizioni Fiat-Opel (e Chrysler)
Pomigliano attende da tempo un’auto nuova (attualmente nello
stabilimento napoletano si producono la 147 vecchia di 10 anni
e la 159 che ha un target elevato) ma sembra che le nuove Alfa
per il mercato americano si assembleranno a Detroit. Si parla
della Milano e della Giulia. La Milano dovrebbe essere
commercializzata a partire dal 2010, mentre la Giulia sarà
pronta non prima del 2011. Per quanto riguarda le utilitarie
(500 e Panda 4x4) dovrebbero essere prodotte nella fabbrica
messicana di Toluca. Chi nel sindacato vedeva positive
ricadute occupazionali in Italia dall’accordo con Chrysler è
stato per ora smentito.
Se il mercato americano non
aggiunge nulla l’accordo tedesco rischia di togliere, e molto.
Le sovrapposizioni tra il Lingotto e l’Opel sono molte ed è su
questo punto che andranno realizzati i tagli, i cosiddetti
“consolidamenti” come li chiama Marchionne.
Mentre il segmento A (le city
car) non tocca l’Italia (la Fiat produce in Polonia, l’Opel in
Germania dell’Est, Polonia e Ungheria) le sovrapposizioni
maggiori, che rischiano di avere più conseguenze sono proprio
nei segmenti B, C e D.
Nel segmento B delle utilitarie
(Melfi produce la Grande Punto, Termini Imerese la Lancia Y)
c’è la competizione con Opel Corsa (prodotta ad Eisenach e a
Saragozza). Nel segmento C la sovrapposizione è tra Bravo e
Delta (prodotte a Cassino), Alfa 147 (Pomigliano) e il
gioiello della Opel, l’Astra che è prodotta in vari
stabilimenti distribuiti tra Belgio, Germania e Inghilterra.
Infine Croma (Cassino) e 159 (Pomigliano) dovranno combattere
sul segmento D imbattendosi contro lo stabilimento più
importante della Opel in Germania, il quartier generale di
Russelsheim dove si producono la nuova Insigna e la Vectra.
Nella misura in cui il governo
tedesco (a differenza di quello italiano) sta intervenendo in
questa vicenda è lecito pensare che ad essere tutelati saranno
in primo luogo gli stabilimenti tedeschi (con l’eccezione
forse di Kaiserslautern che non ha un marchio e produce solo
motori e componentistica per altri stabilimenti). In Italia
sono Cassino, Termini Imerese e Pomigliano gli stabilimenti
più a rischio. Forti dubbi restano sul futuro di Saragozza in
Spagna. Per giunta è possibile che la Fiat trasferisca parte
della produzione di Mirafiori in Serbia. Il che determina un
quadro che non da garanzie di alcun tipo neanche allo
stabilimento torinese.
La nazionalizzazione è l’unica risposta
In realtà si tratta di semplici deduzioni, ipotesi visto che
nessuno in casa Fiat si è ancora sognato di aprire un tavolo
in Italia con i sindacati. Per la verita anche in Germania,
Marchionne, mentre scriviamo, ha parlato solo con il governo e
non ha ancora incontrato i sindacati, che infatti giustamente
manifestano preoccupazione e si oppongono all’acquisizione di
Fiat. Finalmente sembra che nei prossimi giorni una
delegazione dei sindacati italiani incontrerà quelli tedeschi,
si auspica per tenere una linea di condotta comune, che
impedisca aste al ribasso e mantenga i necessari vincoli di
solidarietà tra i lavoratori di tutti i paesi.
Ma ciò che è chiaro è che la
standardizzazione delle produzioni rende possibile una
“razionalizzazione” a geometrie variabili, secondo la
compiacenza dei governi, delle maestranze, dei sindacati. In
un contesto di crisi come quello attuale ogni governo
nazionale e persino le regioni e i lander possono entrare in
competizione per proteggere i propri stabilimenti. Un vero e
proprio gioco al massacro teso al protezionismo, che
indebolisce ancor più i lavoratori e aumenta il potere di
ricatto padronale.
Per questo è necessario lavorare
a un percorso di mobilitazione a livello mondiale dei
lavoratori di tutti i gruppi coinvolti nell’operazione ma
soprattutto è necessario avanzare una proposta alternativa che
eviti il massacro sociale.
Se il privato non è in grado di
intervenire a tutela dei posti di lavoro, nonostante i
profitti fatti in questi anni e l’ingente quantità di denari
messi dal pubblico, allora si faccia da parte. Se siamo
arrivati al paradosso che un fondo pensione di un sindacato
controlla il 55% della Chrysler non si capisce perché poi a
fare l’amministratore delegato debba essere Marchionne e non
una rappresentanza regolarmente eletta dai lavoratori.
Se Fiat vuole uscire dall’auto,
faccia pure ma gli stabilimenti devono essere nazionalizzati
sotto il controllo dei lavoratori. Lo Stato italiano, la Fiat,
l’ha già pagata più volte (con varie forme di incentivo e
finanziamenti a fondo perduto) per cui non ruberebbe niente a
nessuno.
Controllo pubblico e democratico
significa anche produrre in funzione dei bisogni sociali e non
del profitto, significa poter ripensare la mobilità e il
trasporto. Si potrebbero affrontare e risolvere i problemi
delle emissioni inquinanti che producono le auto termiche a
proprietà individuale e aprire un discorso serio di auto
ecologica, così come hanno proposto i compagni del circolo di
Rifondazione Comunista della Fiat di Pomigliano.
Radicalizzare il conflitto fino alla vittoria!
Allo sciopero del comprensorio che si è tenuto il 27 febbraio
a Pomigliano si è visto l’enorme potenziale di questa
mobilitazione. Una vera e propria lotta di popolo, un’intera
città si è stretta attorno alla fabbrica. 30mila persone in
piazza con una determinazione che poche volte si è riscontrata
nelle lotte sindacali di questi anni.
La risposta della Fiat è quella
repressiva di sempre: reparti confino, vigilantes armati che
girano in fabbrica, avvisi di garanzia che giungono ai
principali attivisti sindacali, minacce quotidiane ai
lavoratori e via di questo passo. E questo perché Marchionne
vuole il “dialogo con il sindacato”, sappiamo bene che tipo di
sindacalismo ha in mente.
In quello sciopero Rinaldini ha
esposto la piattaforma della Fiom e ha annunciato la
manifestazione del gruppo Fiat a Torino, che però è arrivata
solo 80 giorni dopo, il 16 maggio!
I compagni di Pomigliano e non
solo loro hanno fatto ogni sforzo per superare le resistenze
(che esistevano anche in Fiom) nel dare continuità alla
mobilitazione, se necessario, anche in forme separate (visto
l’atteggiamento tenuto da Fim-Uilm e Fismic). Dopo il 16
maggio è però necessario dare maggiore operatività nel
condurre lo scontro che, se vuole vincere, deve essere molto
più incisivo.
È necessario che le riunioni del
coordinamento dei lavoratori del gruppo Fiat diventino degli
ambiti in cui non ci si parla addosso, ma si decide una
precisa strategia di lotta per portare il conflitto, se
necessario, fino alle sue estreme conseguenze. Non è più
possibile che ogni realtà territoriale cammini per conto suo.
Non si può parlare di sindacato europeo o mondiale se poi non
si è in grado di coordinare una linea nazionale della Fiom che
veda le diverse realtà, da Mirafiori a Termini Imerese,
muoversi all’interno di una strategia complessiva.
Per compattare il fronte, dare
fiducia ai lavoratori e colpire duro bisognerebbe scioperare
lì dove fa più male alla Fiat che non è certo a Pomigliano o a
Termini Imerese ma dove il lavoro c’è come a Termoli dove al
reparto motori (per la Polonia) si lavora su 17 turni e si
chiedono straordinari mentre ai cambi si fa cassaintegrazione,
o a Melfi dove a febbraio e marzo si è lavorato anche al
sabato per 5 settimane (e meno male che per la domenica la
Fiom ha resistito, perchè Film e Uilm erano disposte a
firmare).
Se questa lotta si perde, si
perde tutti, non solo i lavoratori che vengono buttati in
mezzo alla strada, ma anche quelli che restano che dovranno
chinare la testa e ingoiare qualsiasi cosa. E anche la Fiom,
in quanto tale non può pensare di continuare ad esistire come
sindacato conflittuale e di classe se non è in grado di
respingere questa offensiva.
Se vogliamo evitare la guerra
tra poveri che cerca la Fiat, l’unico modo è lottare offrendo
una prospettiva complessiva a tutti i lavoratori, mantenendoli
uniti.
La Fiom ha tutte le potenzialità
per farlo, ma ci sono ancora troppe esitazioni al suo interno
e c’è indubbiamente un problema di quadri per guidare un
conflitto di questa natura.
In questi anni di concertazione,
senza voler fare generalizzazioni eccessive, troppe volte si è
smesso di prendere quadri dalle fabbriche e si è iniziato a
selezionarli dalle università, funzionari che non sono stati
educati alla lotta di classe ma al compromesso. Questo è senza
dubbio un problema.
Ma nuovi quadri disposti a
condurre una lotta in modo più audace ci sono, sono i giovani
operai entrati in questi anni nelle fabbriche che essendo
spesso in cassa integrazione, hanno anche il tempo per
dedicarsi alla lotta politica e sindacale. Per poter attingere
da queste forze fresche è però necessario rompere le logiche
gerarchiche che hanno guidato il sindacato (anche la Fiom) per
troppi anni e sviluppare nuove forme di democrazia dal basso,
di tipo consiliare.
La lotta deve generalizzarsi,
dalla fabbrica alla società e c’è bisogno dell’appoggio di
tutti: dell’Onda, dei centri sociali, dell’associazionismo,
dei partiti della sinistra, deve nascere una coalizione di
movimento attorno alla lotta del gruppo Fiat e delle grandi
fabbriche da cui dipende il futuro di un’intera generazione.
Se venisse annunciata la
chiusura di uno qualsiasi dei siti bisogna discutere e
prepararsi all’occupazione degli stabilimenti, organizzando
casse di resistenza che permettano alla lotta di resistere il
più a lungo possibile. È l’unico modo per fermare la Fiat.
Sottoscriviamo le parole di
Rinaldini: “se pensano di chiudere Pomigliano si preparino a
mandare l’esercito”. È lo spirito giusto da cui partire.
La manifestazione del 16 maggio
a Torino deve essere solo il primo passo per una mobilitazione
che punta a scuotere il sistema dalle fondamenta, solo così
potremo vincere e uscire positivamente da una crisi che
altrimenti rischia di travolgerci.
*responsabile nazionale Prc sui
luoghi di lavoro |