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Le elezioni europee ed
amministrative di giugno assumono una valenza politica che
oltrepassa le normali connotazioni di un passaggio elettorale
pure così rilevante.
Due sono i fattori che interagiscono in questo passaggio: la
crisi economica che sta sempre più fortemente impattando con
la condizione sociale e il tentativo di consolidare un sistema
bipolare/bipartitico che impedisca al conflitto sociale ed
alle forze del cambiamento, e quindi prima di tutto ai
comunisti, di avere spazio nelle istituzioni.
Il secondo aspetto è legato al primo in quanto è il tentativo
di “gestire” le contraddizioni che il sistema capitalistico
genera convogliandole nell’ambito dell’alternanza o
relegandole a periodiche esplosioni di “rabbia sociale” facili
da circoscrivere e da reprimere.
Gli operai che in una recente trasmissione televisiva
ammettevano di aver votato Berlusconi con la speranza che
salvasse l’azienda e quindi il posto di lavoro, o quelli che
al nord votano Lega, o sperano di trovare rifugio nella tutela
del sindacalismo di destra, dimostrano che le contraddizioni
sociali non sfociano automaticamente in una critica del
sistema, ma possono, se manca un soggetto politico in grado di
trasformarle in coscienza di sé, essere usate a vantaggio di
quelle classi sociali che le hanno generate.
Non è una novità di questi tempi; il consenso sociale di
alcuni regimi fascisti ( da quelli europei a quelli
latinoamericani ), il modo con cui i colonialismi costruivano
un consenso interno mentre sfruttavano i ceti popolari , per
massacrare e dominare i popoli di altri paesi, sono solo due
esempi del fatto che non vi è mai stato un qualche automatismo
tra condizione sociale e comprensione della necessità del
cambiamento.
Ma anche la falsa alternativa tra due poli (o partiti)
dell’alternanza fa parte di questo tentativo di gestione delle
sue proprie contraddizioni piegandole ad una continua
internità al sistema , facendo oscillare il malcontento tra l’
uno o l’ altro dei due partiti (o poli) che comunque hanno
alla base l’accettazione degli attuali rapporti economici e
sociali, oppure costringendolo verso l’astensione.
Vista la partita che è in gioco ed il grave quadro sociale che
si prospetta, la capacità da parte dei comunisti e delle forze
anticapitaliste di costruire un’alternativa, prima di tutto
nei contenuti e nel conflitto sociale, ma anche nel passaggio
elettorale che abbiamo davanti è fondamentale.
Per questo riteniamo che la costruzione di una lista unitaria
tra i comunisti e le forze anticapitaliste per le elezioni
europee sia una scelta giusta ed importante, ma proprio per
questi motivi tale scelta non può essere , e non può apparire
solo come una scelta motivata dallo sbarramento del 4%: ne
risulterebbe minata la credibilità verso la nostra base
sociale, mancherebbe di forza ed attrattiva politica, non si
distinguerebbe di molto da altre aggregazioni che usano
l’etichetta della sinistra anche se abbinata al concetto
ambiguo di “libertà”.
Né sarebbe comprensibile perché le stesse forze politiche nel
passaggio delle elezioni amministrative compiano scelte
diverse, tanto più in situazioni che non vedono forti
divergenze politiche, di programma o di collocazione rispetto
alle alleanze, o che addirittura le vedano collocate in una
stessa coalizione elettorale.
Per questo motivo riteniamo importante che in tutte le
situazioni in cui è possibile anche a livello di elezioni
amministrative si presenti una sola lista con lo stesso
simbolo delle elezioni europee.
Anche un bambino capisce che in questo modo la connotazione
coerente di alternativa ovviamente alla destra ma anche
all’impostazione del Pd ne risulterebbe enormemente rafforzata
e ben più chiara agli elettori che si troverebbero davanti una
proposta che a partire dalla propria realtà territoriale si
articola fino al livello dell’Europa, mentre di converso
farebbero ben fatica a capire come le stesse forze che gli
propongono un voto unitario a livello europeo poi si
contendano il suo stesso voto in ambito locale.
Alcuni dentro il partito rifiutano questa proposta perché
temono che prefiguri un processo di riaggregazione dei
comunisti che non condividono, ma questo sì che è un
pregiudizio ideologico che rischia di compromettere un
risultato politico.
Noi sosteniamo da tempo la necessità della riaggregazione dei
comunisti, lo abbiamo fatto anche nell’ultimo congresso, ma
sappiamo bene che tale processo andrà avanti o meno se saprà
svilupparsi a livello politico e nella pratica del conflitto
sociale, non può essere solo un passaggio elettorale (come
qualcun altro pensava per l’arcobaleno) a determinare una
aggregazione politica, ma di converso chi rifiuta di costruire
liste unitarie nelle elezioni amministrative dimostra di
continuare a riprodurre la stessa mentalità politica che vede
il determinarsi dei processi principalmente nell’ambito
politico ed elettorale e pensa di impedirli o ostacolarsi
principalmente attraverso le scelte elettorali.
Nessuno, a parole, teorizza la semplice autosufficienza del
PRC, è evidente vista la situazione difficile e complessa in
cui ci troviamo, ma come si può pensare di costruire alleanze
ed aggregare forze se non si riesce neppure a produrre
elementi di unità a partire dai comunisti, e quando diciamo
questo non pensiamo solo ai due partiti (PRC e PDCI), ma
soprattutto a quelle centinaia di migliaia di compagne/i che
sono passati in questi anni per i due partiti ed oggi sono il
cuore dei conflitti sociali, dei comitati e delle associazioni
che animano quel mondo “in basso a sinistra” cui spesso ci
riferiamo.
*Direzione nazionale PRC
** Capogruppo PRC Comune di Milano |