Il recente rapporto sull’instabilità sociale
dei vari paesi elaborato dall’Economist Intelligence Unit e
un editoriale del quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore,
indicano concretamente le inquietudini dell’establishment e
lo spazio per l’azione politica dei comunisti dentro la
crisi che investe anche le principali economie capitaliste
dell’Europa . (1)
Se l’Economist segnala come il “rischio
instabilità” dovuto ai conflitti sociali sia più alto in
Francia e Grecia (e negli stessi USA) piuttosto che
nell’Italia dominata dal berlusconismo e ipotecata dagli
effetti di anni di concertazione, l’editoriale del Sole 24
Ore indica tutti i rischi di un conflitto sociale in cui
l’anticapitalismo sia più marcato sul piano politico e negli
attori sociali. Il quotidiano della Confindustria ad esempio
coglie la differenza tra i movimenti no global degli anni
scorsi e la rabbia degli operai che perdono il lavoro e
sequestrano i manager. “Il tratto distintivo più rilevante è
che nel caso francese l’attacco ai manager dell’industria –
e non della finanza – vede la partecipazione di lavoratori
coinvolti in consistenti licenziamenti, con la
partecipazione di qualche sindacalista” - scrive
l’editorialista - “Gli episodi di conflittualità segnalano
la possibilità che si diffondano forme di ribellismo con il
coinvolgimento diretto di lavoratori colpiti da
licenziamenti per effetti della crisi”.
Due sono le considerazioni che
l’editorialista confindustriale fa derivare da queste
constatazioni:
a) i rischi maggiori non vengono dai
movimenti anti-globalizzazione dove ci sono anche frange
violente ma estremamente minoritarie;
b) non bisogna assolutamente indebolire i
sindacati perché “il ribellismo diffuso può assumere
venature populistiche e tende a saltare le stesse
organizzazioni sindacali… è soprattutto il ricorso ai
licenziamenti e insieme la debolezza delle organizzazioni
sindacali che deve far riflettere”. (2)
Il giornale della grande industria italiana
ci manda dunque a dire di temere che il conflitto sociale
veda come protagonisti i lavoratori, che non si limiti a
contestare le banche ma prenda di petto anche l’industria,
che governo e padronato commetterebbero un errore
nell’indebolire troppo i sindacati concertativi (Cgil
inclusa e soprattutto) perché in Francia i sindacati sono
più deboli ma la conflittualità sociale è più dura e alta
che in Italia.
Questo articolo coglie bene – anche se del
tutto involontariamente – uno dei maggiori rilievi critici
che negli anni scorsi abbiamo mosso alla strategia
movimentista del bertinottismo ed ai movimenti no global nel
nostro paese e in Europa, ovvero quello di essere talvolta
molto radicali nelle forme di lotta ma sostanzialmente
riformisti negli obiettivi. La straordinaria indulgenza di
cui hanno goduto tutti gli apparati riformisti dentro
l’esperienza dei Social Forum (dalla Cgil, all’Arci, al PRC
bertinottiano etc.), ha fatto sì che questi movimenti
sociali venissero sistematicamente depotenziati dalla loro
carica conflittuale sul piano sociale mentre – qua e là –
venivano tollerate forme di protesta magari radicali ma
riconducibili sul piano politico al progetto riformista e
concertativo.
Non possiamo negare che certe azioni
esemplari di questi anni abbiano visto come protagonisti più
i fotografi e i cameraman che i militanti e gli attivisti
sociali.
Questo rapporto piuttosto malsano, è stato
però rotto dalla vittoria della destra con relativa
sconfitta della sinistra di governo e dall’irruzione della
crisi come parametro generale che conforma analisi, azione
politica, interessi in gioco e comportamenti sociali di
questi mesi.
I comunisti devono raccogliere la
sfida
In tale scenario, diventa dunque importante
discutere e decidere sul come l’opzione comunista possa
agire dentro la crisi del sistema capitalista e cercare di
volgerla a favore degli interessi popolari. E’ importante
sapere però che in questo ambito non sono solo la sinistra
anticapitalista e i comunisti a riflettere su questa storica
“finestra di opportunità”. Il governo, i padroni e i loro
apparati ideologici ad esempio si sono già posti il problema
e si sono messi al lavoro adottando una serie di
contromisure molto pesanti:
1) Il varo da parte del governo del
provvedimento antisciopero che non solo impedisce il
conflitto in un settore strategico come i trasporti ma che
penalizza fortemente ogni manifestazione che interrompa la
mobilità (blocchi stradali, ferroviari etc.). E’ evidente
come questo provvedimento punti ad impedire anche lo
sciopero di chi è rimasto senza lavoro o è stato espulso
dalle fabbriche e che quindi non può ricorrere alla forma di
lotta dello sciopero sul posto di lavoro. I piqueteros
argentini ci hanno spiegato in questi anni come i blocchi
stradali fossero di fatto lo sciopero dei senza lavoro. Lo
stesso provvedimento governativo si prepara anche a
destrutturare la rappresentatività sindacale per indebolire
distruggere il sindacalismo di base e conflittuale con nuove
e più rigide norme limitative sia sulla convocazione degli
scioperi sia nella partecipazione alle trattative;
2) I padroni – nel senso proprio dei padroni
delle industrie – fino ad oggi hanno lavorato alla divisione
dei sindacati concertativi imponendo la modifica della
contrattazione collettiva, marginalizzando la Cgil e
firmando accordi separati (vedi Piaggio e Fincantieri). Il
rischio di questo atteggiamento è oggi però ben visibile, e
le preoccupazioni segnalate dall’editoriale del Sole 24 Ore
lasciano intendere che in qualche modo la Cgil va recuperata
al più presto al suo ruolo di garante della concertazione e
del controllo sindacale sui lavoratori e il conflitto
sociale;
3) La crisi, nel suo manifestarsi concreto
sull’economia reale fatta di posti di lavoro, salari,
consumi, mutui, affitti, fiducia, condizioni e aspettative
di vita delle famiglie dei lavoratori, produce un
cambiamento nei comportamenti sociali. Una radicalizzazione
di questi comportamenti può essere incalanata nella
competizione tra poveri o nel razzismo contro gli immigrati
oppure può produrre una conflittualità sociale più avanzata.
Come ha detto giustamente Giorgio Cremaschi in un recente
dibattito, oggi un lavoratore può essere un crumiro o un
rivoluzionario nello stesso giorno, dipende dalle
indicazioni e dai livelli di organizzazione che si trova a
disposizione in quel momento. La differenza tra gli operai
italiani che intendono molto spesso condividere la sorte con
i padroni della loro azienda e gli operai francesi che
sequestrano i loro manager per costringerli a non chiudere
la fabbrica, salta agli occhi. E’ evidente come in questo
caso la funzione della soggettività di una sinistra
anticapitalista (e dentro questa dei comunisti) possa
rivelarsi decisiva.
Sul piano politico, possiamo infine rilevare
come la coscienza di questi fattori stia producendo idee e
progetti definiti nello schieramento politico. Le destre
unite nel nuovo Partito della Libertà ripropongono una forma
attualizzata del corporativismo fascista fondato sul Lavoro,
un concetto questo che mette insieme gli interessi dei
padroni e dei loro operai rendendo inservibili i sindacati
così come li abbiamo conosciuti e riducendoli a mera
struttura di servizio.
I liberisti del Partito Democratico non vanno
troppo lontano e ripropongono un patto neocorporativo con
gli stessi presupposti ma dentro cui il ruolo dei sindacati
è decisivo ai fini della concertazione generale.
Una domanda ci si pone obbligatoriamente. E
noi? Come e cosa devono proporre in un contesto di crisi
economica e sociale sistemica una sinistra anticapitalista
ed insieme ad essa i comunisti?
Fino ad ora i due maggiori partiti comunisti
(PRC, PdCI) hanno stentato enormemente a far decollare
proposte e atteggiamenti di rottura con il riformismo e la
mentalità “governista”. Essi alternano proposte formalmente
giuste come la nazionalizzazione delle banche (ma che se
restano scritte sui manifesti e non diventano azione
politica si rivelano velleitarie), proposte arretrate come
gli ammortizzatori sociali o proposte congiunturali come il
recupero di una dimensione mutualistica (il partito
“sociale”) attraverso la diffusione dei mercatini popolari
per il pane, i libri usati e quant’altro.
In questo scenario, pesa ancora la rinuncia
ad una vera riflessione sull’organizzazione,
sull’indipendenza politica dal PD, sulla costruzione di una
identità e di un punto di vista di classe e comunista
sostanziale e non formale, pesa cioè un impianto politico e
culturale che ha rimosso tutti i fattori decisivi di un
progetto comunista ma sul quale sono cresciuti e si sono
adeguati migliaia di compagne e compagni nel nostro paese
che oggi sono in seria difficoltà.
La discussione tra i comunisti per questi
motivi deve cessare di essere congiunturale e superficiale
ed entrare nel merito dei problemi attivando, insieme al
dibattito, anche l’inchiesta di classe, la mobilitazione, la
sperimentazione dell’organizzazione comunista, le forme di
lotta e la verifica delle idee dentro il conflitto sociale
esistente ed in quello potenziale.
La divaricazione tra le possibilità offerte
dalle contraddizioni reali determinate dalla crisi della
civilizzazione capitalista e le capacità soggettive di
intervenirvi per spostarne gli esiti in una direzione più
avanzata piuttosto che con un segno reazionario, continua a
essere il convitato di pietra del dibattito nella
“sinistra”, nei movimenti sociali e tra i comunisti. Al
contrario, le forze della destra - alimentando gli istinti
più belluini dell’Italia profonda - sembrano ancora meglio
attrezzate per indicare una soluzione reazionaria alla crisi
economica, sociale e morale che attanaglia il nostro paese.
Fare i conti con i passaggi che hanno
determinato la “nostra crisi”
Il come mettere mano a questa contraddizione
crescente sopraindicata, diventa giorno dopo giorno
l’emergenza politica con cui fare i conti per riorganizzare
una soggettività anticapitalista e comunista adeguata agli
scenari - interessanti e inquietanti allo stesso tempo – del
XXI° Secolo.
Da un lato banche, Confindustria e il loro
governo cercano di usare la mano pesante – dentro il guanto
di velluto del bipolarismo – per assicurarsi tutti gli
strumenti di governabilità dentro una crisi che si conferma
più pesante di quanto si lasci intendere; dall’altro il
nostro blocco sociale di riferimento stenta a reagire
adeguatamente sul piano del conflitto non trovando più
riconoscimento dei propri interessi di classe e
rappresentanza politica degli stessi. In mezzo la
soggettività politica dei comunisti e della sinistra
anticapitalista che appare ancora al di sotto delle
necessità del nuovo scenario e continua a muoversi e parlare
con gesti e linguaggi di una condizione storica ormai alle
spalle.
Le abitudini consolidate su cui si sono rette
e sono cresciute almeno due generazioni di compagni, non
esistono più e i residui di soggettività ancora in campo
stentano nel mettere in campo rotture politiche e culturali
adeguate alla situazione concreta, una situazione
caratterizzata tra l’altro dalla pessima sensazione di
essere sottoposti all’assedio incalzante della destra e
delle forze reazionarie.
Questo “assedio nel cuore” mette a dura prova
tutto l’impianto su cui si è agito politicamente negli
ultimi venti anni e in molti agisce segretamente la speranza
che in qualche modo – volutamente o fortunosamente – tutto
ritorni come prima delle elezioni del 13 aprile. Ma la
realtà ci indica che così non sarà e che se anche così
fosse, sarebbe – nella migliore delle ipotesi – la micidiale
riproposizione del “meno peggio” in cui l’alleanza con il PD
riemerge continuamente come orizzonte inevitabile.
Molte compagne e molti compagni, infatti,
hanno ritenuto che la dimensione elettoralista dell’azione
politica, fosse quella prevalente (3).
Alla luce dei risultati è difficile
disconoscere come questa cultura politica abbia prodotto una
crescita smisurata degli apparati e la burocratizzazione
della militanza, uno scollamento crescente tra l’attività
politica e la società, tra l’attivismo dei militanti della
sinistra e le relazioni con i settori popolari, fino al
punto da esacerbare al massimo quella “autonomia del
politico” che ha rotto in più punti anche l’internità dei
comunisti alla stessa classe di riferimento. La differenza
tra un funzionario di partito e un rivoluzionario di
professione rimane in tal senso abissale.
La conseguenza di questa mutazione è che
proprio quando la condizione materiale della classe dentro
la crisi sistemica del capitale chiama ad un maggiore
riconoscimento degli interessi materiali di classe e del
loro conflitto con interessi materiali contrapposti, molte
compagne e compagni si dichiarano predisposti ad “andare a
casa” qualora il modello politico su cui si sono fondati e
su cui sono cresciuti (e che è andato in crisi) non
funzionasse più. Ma un lavoratore salariato, un insegnante,
un futuro lavoratore della conoscenza, possono
realisticamente pensare di andarsene a casa dentro questa
crisi? Oppure devono recuperare – individualmente oltre che
collettivamente – un punto di vista di classe che parta
anche dalla propria condizione materiale e dalla propria
funzione dentro l’insieme delle relazioni sociali?
Nonostante la situazione lo richieda con
evidenza, dobbiamo chiederci come mai anche la discussione
sul programma minimo di fase e sugli obiettivi strategici
stenti ancora a decollare? Eppure è proprio su questi
contenuti e sulla consapevolezza della propria funzione che
il dibattito è urgente e stimolante allo stesso tempo. E’
inevitabile che questo percorso debba produrre quanto prima
una sorta di rivoluzione culturale tesa ad evitare
l’avventurismo e l’elettoralismo, due fattori perfettamente
convergenti sul piano della mera rappresentazione del
conflitto ma inservibili sul piano della sua capacità di
rottura sociale sostanziale (4).
Non solo tattica. Cominciare a
discutere anche sui “fini” di un partito comunista
Oggi il dibattito e la messa in campo di un
progetto politico e strategico per l’alternativa al
capitalismo (il socialismo nel XXI° Secolo) e
contemporaneamente di un programma di fase come fattore di
resistenza, organizzazione, controtendenza di vari segmenti
del blocco sociale antagonista oggi ancora disgregato, è una
necessità della situazione e una possibilità che la realtà
stessa rende praticabile e non più velleitaria.
Abbiamo scritto e detto anche pubblicamente
che alle elezioni europee è meglio che ci sia la falce e
martello piuttosto che le paccottiglie bertinottiane contro
cui ci siamo battuti da sempre, ma sarebbe suicida pensare
di ricostruire una soggettività comunista ripartendo
nuovamente ed esattamente da un modello politico e culturale
che ha prodotto la crisi politica in cui si trovano da anni
i militanti della sinistra e i comunisti nel nostro paese (5).
L’alternativa è quella di continuare una
logorante “marcia sul posto” spacciata per “accumulazione
delle forze” mentre le contraddizioni imposte dalla crisi
del capitalismo si delineano impetuosamente ed impongono di
sapersi dotare di soggettività e intellettualità collettiva
più avanzate, una condizione questa decisiva per avviare una
vera controtendenza di classe nel conflitto politico e
sociale nel nostro paese. Dentro questa ambizione ad avviare
tale controtendenza sta la funzione e la legittimità dei
comunisti.
Se ricominciamo ad avere in mente anche “i
fini” del nostro agire politico, della nostra identità, del
carattere dell’organizzazione dei comunisti e del suo
insediamento sociale e di un partito comunista consapevole
di agire dentro una dimensione oggettiva come quella
europea, possiamo discutere nel concreto anche di salario
garantito, riduzione dell’orario di lavoro, requisizione
degli alloggi sfitti, riduzione dell’IVA sulle tariffe dei
servizi, blocco delle spese per gli armamenti e solidarietà
internazionalista con le resistenze dei popoli, come
contenuti per una possibile ed emancipatrice battaglia
anticapitalista dentro la crisi nel nostro paese. Oggi
possiamo dire con una certa credibilità che questo percorso
si può fare e che il non farlo dipenderà moltissimo dalla
nostra soggettività. Su questo i compagni della Rete dei
Comunisti hanno da tempo dichiarato la loro disponibilità al
confronto e all’unità.
(2) Carlo Trigilia.“Se la rabbia antimanager
fa più danni dei “no global”, Sole 24 ore del 2 aprile
(3) Usiamo appositamente la categoria di”
elettoralismo”e non elettorale perché riteniamo che anche
quello elettorale sia un terreno di lotta che vada
praticato. Al contrario riteniamo che la prevalenza del
terreno elettorale su quello politico sia una delle
deformazioni da cui dobbiamo liberare la sinistra
anticapitalista e i comunisti.
(4) A maggio del 2008 la Rete dei Comunisti
ha elaborato una proposta politica per i comunisti e la
sinistra anticapitalisti contenente sette punti
programmatici. Ma dopo una partenza incoraggiante dovuta al
clima post batosta elettorale di aprile, le interlocuzioni e
il confronto dentro le forze della sinistra alternativa e
nei movimenti sociali si è come al solito”
ibernato”rimettendo in moto la coazione a ripetere
(5) E’ questa la ragione per cui i compagni
della Rete dei Comunisti non hanno accettato candidature
nella lista per le elezioni europee.
* Direttore di Contropiano/ Rete dei
Comunisti