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12 luglio 2009
Berlusconi, Prodi ed il nodo delle
tasse
di Domenico Moro
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Le tasse sono il chiodo fisso degli
imprenditori italiani, dei grandi, dei medi, dei piccoli e
della pletora dei piccolissimi che affolla la struttura
produttiva italiana. Ma le tasse ed il loro peso sono
sentite anche dagli oltre diciassette milioni di lavoratori
dipendenti e dagli otto milioni di partite Iva.
Spesso, specie ultimamente, si è parlato di
come il governo Prodi sia caduto a causa di Mastella e delle
dichiarazioni di Veltroni sulla necessità per il Pd di
andare da solo alle elezioni venture. Tutto questo ha
giocato un ruolo importante, come lo ha avuto
l’atteggiamento ostile nei confronti del governo tenuto, in
più occasioni, da Confindustria, Vaticano e Usa. Però, si
dovrebbe anche ricordare che, se il governo Prodi è caduto,
è stato perché vinse alle elezioni politiche del 2006 con
soli 24mila voti di scarto, perdendo negli ultimi giorni
quasi tutto il vantaggio di cui tutti i sondaggi lo
accreditavano.
Quale ne fu la ragione? Proprio sul filo di
lana delle ultime apparizioni Tv, ci furono le improvvide
dichiarazioni di Prodi su possibili aumenti delle tasse,
cui, invece, corrispose l’abile proposta di Berlusconi di
taglio dell’Ici. La maggioranza che uscì dalle elezioni fu
così troppo risicata per permettere a Prodi di resistere
alle pressioni che successivamente vennero esercitate
dall’esterno e dall’interno della sua compagine.
La questione, però, è più complessa e va al
di là di singole dichiarazioni o “errori di comunicazione”.
Del resto, come lo stesso Prodi ha ammesso, intervistato da
Fazio, per la seconda volta gli fu fatto fare il “lavoro
sporco” di riequilibrio dei conti pubblici, per poi
liquidarlo nel momento in cui si accingeva alla “redistribuzione”.
Errare è umano, ma perseverare …
Ad ogni modo, se Berlusconi vince non è
soltanto perché è a capo di un impero televisivo (su cui
peraltro per due volte il centro-sinistra al governo non ha
fatto la legge sul conflitto d’interessi) ed è l’uomo più
ricco d’Italia. Le televisioni da sole non bastano, ci vuole
la capacità di realizzare alleanze sociali, ovvero di
costruire quello che con una categoria gramsciana si
definirebbe “blocco sociale”. Al cavaliere va senz’altro
riconosciuta la capacità di aver saputo realizzare un blocco
sociale di cui la questione delle tasse è uno dei collanti
principali.
La base di massa di questo blocco sociale
sono le oltre mezzo milione di piccole e piccolissime
imprese, che nella struttura produttiva italiana hanno un
peso molto superiore rispetto agli altri Paesi a capitalismo
avanzato. Una parte consistente di tali imprese non ha le
dimensioni per reggere sul mercato, specie internazionale,
ed è prosperata fino ad ora solo perché il sistema politico
(dalla Dc e dal Psi fino a Berlusconi, che di quei partiti
ereditò la gran parte del sistema di potere) si è sempre
dimostrato tollerante verso le loro irregolarità, verso il
lavoro nero e specialmente verso l’evasione fiscale, che
raggiunge nel nostro Paese la cifra astronomica di 100
miliardi di euro e che contribuisce a determinare l’alto
debito e deficit pubblico.
La questione paradossale è che se, da una
parte, la tolleranza verso le irregolarità di una parte
consistente dell’imprenditoria, provoca un aumento generale
dell’imposizione fiscale che si scarica su quelli che non
possono evadere, principalmente i lavoratori dipendenti,
dall’altra, i lavoratori dipendenti delle piccole imprese,
in mancanza di una fattiva solidarietà di classe e di una
alternativa a sinistra, si sentono legati alla sorte dei
loro padroni e padroncini. Il risultato è che, anche i
lavoratori dipendenti, specie quelli del nord-est ma non
solo, per i quali l’impatto delle tasse sulla busta paga è
più visibile delle perdite per l’aumento dello sfruttamento
e dei profitti, hanno subito l’egemonia del blocco sociale
berlusconiano.
La gravità della crisi attuale, però, rende
insufficienti i soliti metodi basati su evasione fiscale,
lavoro nero, bassi salari. Migliaia sono stati i fallimenti
tra le microimprese nel 2008, e centinaia di migliaia di
aziende scontano pregressi indebitamenti, mentre le banche
concedono finanziamenti solo alle grandi imprese, negandoli
a quelle piccole. Inoltre, la pressione fiscale non si è
alleggerita, tantomeno quella sui redditi da lavoro
dipendente, ed in generale è aumentata recentemente dello
0,7%.
Di fronte alla crisi e alla ristrettezza dei
margini di intervento statale, data l’entità del debito
pubblico esistente, si è scatenata la lotta per ottenere i
finanziamenti statali e la contestazione del governo da
parte delle associazioni imprenditoriali. Il blocco sociale
berlusconiano ne è risultato così abbastanza scosso, come
del resto si è visto alle ultime elezioni europee, nelle
quali il Pdl ha perso 2,8 milioni di voti. A trarre
vantaggio dalle “scosse”, è stata la Lega, che si sta
facendo interprete di un nuovo “blocco dei produttori”,
composto non solo dalla sua tradizionale base sociale,
l’imprenditoria piccola e piccolissima e l’artigianato, ma
anche dai salariati, fino ad arrivare a esponenti della
media impresa.
Al contrario, nessun vantaggio è stato tratto
dal Pd, dal cui dibattito è assente una vera riflessione
sulla struttura sociale italiana, e che anzi vede la Lega
penetrare nei territori (Emilia-Romagna, Toscana), dove da
decenni è sedimentato il suo “patto tra produttori”. Gli
ultimi provvedimenti del governo Berlusconi, contenuti nella
manovra d’estate, mirano a tacitare le critiche della grande
impresa e di Confindustria. Centrale, non a caso, è la
decisione di tagliare le tasse del 50% sugli investimenti in
macchinari. Una misura che non avrà effetti positivi sulle
piccole imprese, soprattutto commerciali e del terziario, e
neanche su quelle industriali, che non sono in grado di
effettuare nuovi investimenti, permettendo invece alle
grandi imprese di cogliere l’occasione della crisi per
ristrutturarsi. Gli effetti sui lavoratori non saranno
positivi, in quanto le nuove tecnologie e i nuovi macchinari
permetteranno di sostituire forza lavoro e dovranno essere
finanziate prendendo i soldi da qualche altra parte.
Come ha ricordato lo stesso Epifani,
dovrebbero essere invece le spese dei lavoratori dipendenti
ad essere detassate. Il nodo delle tasse è centrale in
Italia e troppo spesso la sinistra è apparsa come il partito
dell’aumento indiscriminato delle tasse. Per staccare gli
operai dal blocco sociale berlusconiano e leghista, oltre a
rilanciare una battaglia a favore del salario e degli
ammortizzatori sociali, bisogna affrontare di petto il
problema fisco, mettendo insieme lotta all’evasione e
riduzione delle tasse per i redditi dei lavoratori
dipendenti e di quell’”esercito delle partite iva”, che, in
non piccola parte, rappresenta lavoro dipendente mascherato.
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tratto da:
http://www.resistenze.org
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