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Non meno della questione
meridionale, la questione vaticana caratterizza la situazione
economica, politica e sociale dell’Italia. L’assenza di
un’analisi approfondita o addiruttura la sottovalutazione del
fenomeno ha finora impedito alle forze di sinistra di
posizionarsi nell’ambito del conflitto in modo efficace,
consentendo alla reazione una controffensiva devastante e,
forse, durevole.
Le arroganti prese di posizione di Joseph
Ratzinger o Angelo Bagnasco (per citare le più eclatanti :
riabilitazione di un vescovo negazionista, rifiuto del
preservativo, scomunica di una bambina brasiliana violentata,
caso Englaro, blocco delle leggi sulle unioni civili e sulla
fecondazione assistita, senza dimenticare la provocazione
antimusulmana a Ratisbona) hanno indignato tutti coloro che
hanno a cuore la libertà e il progresso e hanno riproposto
come tema d’attualità il carattere profondamente reazionario
del clero cattolico. Queste gravissime dichiarazioni
pontificie sono di risonanza mondiale, ma è bene tenere sempre
a mente che esse promanano da una centrale sovrana situata in
Italia, anzi in piena capitale, a Roma, e che in Italia è più
imperiosa e diffusa l’influenza del Vaticano. A fronte di ciò,
le forze progressiste italiane, in primo luogo i comunisti,
hanno il dovere di aggiornare le proprie analisi in merito
alla questione cattolica in Italia, tanto sul piano politico
quanto su quello sociale e latamente culturale.
Oggi siamo lontanissimi dallo
sprezzante ottimismo militare della battuta di Stalin « il
Vaticano, quante divisioni ? », come anche dal Discorso di
Bergamo del 1963, in cui Togliatti si riavvicinava ai
cattolici dopo le polemiche e la scomunica di massa
dell’immediato dopoguerra : non abbiamo quasi più forze in
campo, ad agire sono rimasti solo loro. Dopo il pontificato
strategico di Karol Wojtyla che, pur mantenendo un profilo di
« papa buono » e mediatico, ha impostato la svolta reazionaria
(alleanza con Thatcher/Reagan, riabilitazione/beatificazione
di Stepinac, riconoscimento della secessione croata e slovena,
ecc.), il nuovo pontefice passa alle maniere forti, con esiti
devastanti e senza che nessuno, a sinistra, sia in grado di
elevare la voce o, tanto meno, di opporre una resistenza
politica efficace, anche perché l’elettorato cattolico
italiano, disperso in mille rivoli a seconda delle sensibilità
politiche dopo la fine della D.C., fa gola a tutti i partiti e
rende difficile un’opposizione frontale.
Se questi sono i dati del
problema nella cornice odierna, occorre tuttavia riesaminare
l’intera questione, andare alle sue radici e studiarne gli
sviluppi fino alla situazione attuale, ponendo in luce tutti
gli aspetti, da quelli più legati alla mentalità – il « senso
comune » per dirlo con Gramsci, o l’« educazione », nei
termini di Machiavelli, due fra gli autori che più hanno
contribuito alla comprensione del senso politico del papato –
agli aspetti della prassi, cattolica in generale, clericale o
specificamente vaticana, in Italia. Solo in tal modo si può
contestualizzare il dato attuale e si può ragionare sui
compiti del nostro movimento. In questa sede, ci limitiamo ad
una riflessione di fondo che tocchi i punti a nostro avviso
centrali.
Chi e cosa sono reazionari
nella Chiesa romana ?
Abbiamo usato la parola
« reazionario » per definire l’atteggiamento politico della
Chiesa. Sappiamo bene, però, che alcuni cattolici – senza
risalire a Francesco d’Assisi ! – sono progressisti o
addirittura si sentono
comunisti : dalla svolta sociale
del Lamennais e dal « modernismo », nell’Ottocento, fino ai
moderni teologi della liberazione e ai preti operai, o ai
parroci antimafia. Su tutti questi movimenti esistono ampi
studi settoriali e si potrebbe fare una sintesi politicamente
utile, ma non va dimenticato il dato essenziale : essi sono
rimasti largamente minoritari e sono sempre stati condannati,
isolati e repressi dalla centrale vaticana. Prima però di
ritornare sugli orientamenti del Vaticano, è bene ricordare un
elemento di metodo : occorre distinguere sempre tra « alto » e
« basso » clero, per ovvi motivi di analisi di classe. Non
deve allora sorprendere se una frazione del basso clero,
magari quella che quotidianamente e materialmente
si trova al fianco
di chi soffre, concepisce posizioni in linea con le
aspirazioni del proletariato, che peraltro può suffragare con
elementi, contenuti nei testi sacri, in favore dei « poveri »
e di condanna dei « ricchi » (che molto si avvicinano ad
alcune delle posizioni espresse dalla Seconda Internazionale).
Così come è ovvio che le alte gerarchie della Chiesa esprimano
in larga parte (ed abbiano espresso nel passato) posizioni
opposte, conservatrici, fasciste o reazionarie, e, grazie al
loro potere, volgano l’opinione cattolica media alle loro
idee.
Ma la minoranza progressista in
seno alla Chiesa ha anche interiorizzato l’atteggiamento di
sottomissione tipico del cattolicesimo, sa che il suo ruolo
non può che essere di « testimonianza » e di (innocua)
organizzazione dal basso e, in definitiva, non ha vocazione a
contestare il potere dei superiori in quanto tale e
ancor meno ad uscire dalla Chiesa stessa… la quale è anche una
comoda, redditizia mangiatoia : insomma, questi contestatori
interni paiono prigionieri della loro gabbia dorata. In tal
modo, pur tenendo conto delle sincere spinte democratiche di
tanti cattolici, non si può che prendere atto della loro
debolezza di fronte al blocco sociale e politico formato dalle
alte gerarchie e dal Vaticano, che esprime la linea generale
per tutti, anche per i ribelli. Questa linea oggi è, se non
più apertamente fascista, reazionaria nel senso classico : si
oppone al progresso sociale e scientifico, teme il mondo
moderno, cerca di ripristinare antichi riti ed usanze, di
appoggiare nel mondo le forze più conservatrici, fino a
riecheggiare l’epoca delle crociate contro l’Islam. Le vaghe
diatribe contro il lusso, il consumismo e l’eccessiva
ricchezza non possono far velo alla sostanza : basti pensare
alla natura dei gruppi più accarezzati dal potere centrale :
Compagnia delle Opere e Comunione e Liberazione, Opus Dei, la
rete radiofonica oscurantista di « Radio Maria »…
Quali sono le cause profonde
di questa svolta reazionaria ?
In realtà, si tratta di un
atteggiamento connaturato alla Chiesa romana ed è stato
soltanto l’episodio del Concilio Vaticano II che l’ha, in
parte, rimesso in discussione. Oggi quella parentesi sta per
essere richiusa, per iniziativa, appunto, di Ratzinger.
Sicché, più che di svolta reazionaria, sarebbe corretto
parlare di « ritorno ai fondamentali » cattolici. È bene non
dimenticare che, prima ancora che alla borghesia moderna, la
Chiesa cattolica è storicamente legata alle forze economiche
più arretrate, quelle del possesso feudale delle terre. In
effetti, contrariamente a quanto lasci credere sulla propria
storia (la favola della sede romana fondata sul martirio di
san Pietro), è solo nel corso dell’Undicesimo secolo, in pieno
Medioevo occidentale, che essa si è svincolata dalla comunione
con le più antiche Chiese cristiane imperiali-apostoliche e ha
fondato la sua autonomia religiosa e politica : lo Stato della
Chiesa. Questa scissione viene ricordata dagli storici
compiacenti col nome di « Scisma d’Oriente », come se fossero
stati gli attuali ortodossi a staccarsi da Roma ! Ma, per chi
volesse soffermarsi solo un momento su queste antiche ma
fondamentali divisioni, si può precisare che a quell’epoca la
struttura ecclesiale cristiano-imperiale comprendeva cinque
patriarcati, tra i quali quello di Roma, antica capitale
dell’impero, era preposto ai territori d’Occidente e godeva di
una preminenza onoraria-protocollare, nulla di più. Sul piano
politico, era ovviamente la sede di Costantinopoli, la nuova
capitale dell’impero romano dal 325 d.C. e, poi, del potente
Stato bizantino, a far la parte del leone. L’impostura
giuridica su cui si è fondato il tradimento della Chiesa
romana nei confronti delle altre sedi patriarcali fu
completata dalla diffusione della falsa « Donazione di
Costantino » (smascherata secoli dopo da Lorenzo Valla), che
sancì l’esistenza legale di un territorio direttamente
governato dal papato, e poi venne coronata dalle crociate che
permisero a Roma e all’Occidente di fagocitare alcuni
territori gestiti da altri patriarcati, Gerusalemme e
Antiochia.
Certo, lo scisma romano,
all’origine dell’attuale Chiesa cattolica, ha radici che si
possono far risalire all’epoca di Carlomagno, ma quel che
importa qui ribadire è la sua stretta relazione con
l’ordine socio-economico feudale : possesso delle terre e
rendite fondiarie, struttura politica anarchico-baronale,
ripartizione arcaica delle funzioni teorico-ideologiche,
attribuite in gran parte a chierici non sposati, staccati dal
resto della società (monaci). Anche la struttura interna di
questa Chiesa riflette quell’orizzonte sociale e giuridico :
la figura del papa e tutta la gerarchia di cardinali, vescovi,
sacerdoti, diaconi e conventuali riflettono la gerarchia
feudale con a capo l’imperatore e, sotto di lui, i duchi,
marchesi, conti, baroni e vassalli vari. Va sottolineato che
tale organizzazione è assente dalle altre Chiese cristiane e
caratterizza in modo totalizzante le strutture e la mentalità
del cattolicesimo romano.
Ora, con la crisi del sistema
feudale alla fine del Medioevo, i movimenti internazionali
ostili al potere della Chiesa romana si moltiplicano, ciò che
ribadisce, ex contrario, il suo legame profondissimo
con la società aristocratico-baronale. Come sappiamo, la
nascita della moderna società borghese e capitalistica si è
espressa anche sotto la forma di un cambiamento religioso, la
Riforma luterana, in cui si riconoscono tutte le varie Chiese
che i cattolici chiamano « protestanti » e che ha staccato
dall’obbedienza (e dai contributi versati) a Roma una buona
metà dell’Europa occidentale, quella che più si svilupperà sul
piano economico-sociale. Non è un caso se oggi ancora i Paesi
capitalisti più potenti, repubbliche o monarchie, siano vicini
a queste Chiese. Il fatto non è puramente religioso né
tantomeno teologico : il mondo protestante fu l’espressione
sociale e politica di quell’ingresso nella modernità che ha
liquidato il modo di produzione feudale e che procedette da
una critica anche economico-finanziaria del potere romano, di
cui la celebre « vendita delle indulgenze » indetta per pagare
la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma non fu che
l’aspetto più vistoso e simbolico.
Ma l’ingresso nel mondo moderno
non è avvenuto in maniera pacifica : contro l’istanza
rivoluzionaria espressa dalla Riforma, e fino al 1648, si
scatenò un’offensiva di proporzioni inaudite, messa in campo
principalmente dall’impero di Spagna (il « Re cattolico ») in
obbedienza ai voleri della centrale romana : guerre civili e
massacri in Francia, Olanda e Germania, tentativi di
destabilizzazione dappertutto, dalla Scozia alla Polonia, ed
eliminazione senza pietà di ogni forma di dissenso nei
confronti di Roma negli Stati di più facile dominazione :
quelli che oggi ancora sono prevalentemente cattolici in
Europa come in America e altrove. Dappertutto si è cercato di
riaffermare il potere dei grandi feudatari e di ripristinare
l’ordine che si era imposto nel Medioevo. Per la parte
teorica, l’organizzazione venne definita dal Concilio di
Trento. È appena il caso di ricordare la cappa di repressione
scientifica e culturale che ciò ha fatto calare su tutte le
popolazioni coinvolte. L’Indice dei libri proibiti, il
processo a Galileo o il rogo di Giordano Bruno non sono che
gli elementi più noti di un fenomeno di cui va sottolineata
l’imponenza e l’organicità, dall’Europa alle colonie, e che ha
lasciato in eredità un durevole analfabetismo di massa.
Da questo clima poliziesco la
borghesia della metà cattolica dell’Europa ha faticosamente
cercato di liberarsi con il movimento illuminista (largamente
ispirato dal pensiero filosofico e politico-economico inglese,
di un regno riformato e in piena ascesa) e poi con la
Rivoluzione francese, lanciata appunto contro l’aristocrazia
di stampo ancora feudale e contro i suoi alleati
dell’onnipotente Chiesa cattolica. Riassumendo, dalla
Controriforma in giù la Chiesa romana ha protetto e teorizzato
ogni tentativo dell’aristocrazia baronale e dei suoi alleati
borghesi di ritornare all’antico – e per la Chiesa fondativo –
ideale feudale, aristocratico e gerarchico… fino al fascismo
che, da questa prospettiva storica allargata, può essere
considerato come una risposta neo-feudale, autoritaria, data
alla sfida del socialismo nei Paesi in cui, per le ragioni
suddette, il capitalismo era meno vivace.
Non è forse un caso se il
fascismo è nato proprio in Italia (dove ha ben presto ottenuto
il Concordato con la Chiesa) e ha trionfato in tanti Stati
cattolici, e ciò ben oltre la fine della Seconda guerra
mondiale e ben al di là delle frontiere europee : fino a
Salazar, Franco e Pinochet, quest’ultimo affettuosamente
abbracciato e baciato da papa Wojtyla. Anche l’antisemitismo
fascista è un tratto tradizionalmente cattolico e sappiamo
quanto si siano spesi tanti vescovi e cardinali (i monsignori
Tiso, Mindszenty e Stepinac in prima linea, rispettivamente in
Slovacchia, Ungheria e Croazia) per aiutare il fascismo in
questo suo obbiettivo, di odio religioso ancor prima che
razziale. È dunque di tutto questo che stiamo parlando quando
affrontiamo, oggi, la questione vaticana in Italia.
Quali
conseguenze politiche in Italia ?
Il quadro che abbiamo
rapidamente tracciato, soffermandoci su tre fondamentali nodi
storici (Scisma del 1054-Crociate, Riforma-Controriforma e
Socialismo-Fascismo) implica conseguenze di portata
vastissima : non può in nessun modo essere ridotto, per
esempio, alle recenti battaglie cattoliche contro il divorzio,
l’aborto e l’eutanasia, per quanto esse siano state e siano
ancora oggi molto sentite nella società italiana. Quanto detto
finora è sufficiente per far apparire il legame strettissimo,
la consustanzialità sociale ed economica della gerarchia
cattolica con la reazione e con il fascismo, in Italia e nel
mondo, dai gesuiti all’Opus Dei. Questa rete, organizzativa e
ideologica, stesa dal Vaticano sull’Italia è oggi la forza più
efficace nel mantenere la società italiana in uno stato di
arretratezza e di sottomissione anteriore persino a un modello
schiettamente borghese-capitalista, perché è espressione
coerente – per quanto stratificata – di un assetto sociale ben
più arcaizzante.
Come si declina, da noi, questo
modello reazionario e in che modo contribuisce a fare
dell’Italia un Paese non assimilabile ad altre democrazie
europee alle quali amiamo compararci, quali la Germania,
l’Inghilterra, la Svizzera o la Francia ? La risposta a queste
domande darà anche un profilo anatomico della nostra società,
indicando così anche alcune linee di azione possibili.
Innanzitutto, va posta la
domanda fondamentale : esiste la « società italiana » ? In
altri termini : la somma di particolarismi locali delle cento
province d’Italia può essere considerata come un insieme
nazionale omogeneo ? I Partiti politici, i sindacati, le
amministrazioni, le istituzioni funzionano allo stesso modo
nei vari territori italiani ? Nelle case dei cittadini
italiani si parla dappertutto la stessa lingua o lingue anche
soltanto reciprocamente comprensibili ? Queste domande, le cui
risposte sono ovvie a dispetto di una legislazione unitaria,
ci rimandano alla recente storia dell’unità del Paese, alla
questione meridionale, alla questione linguistico-culturale ed
anche al fascismo come modo di nazionalizzazione delle masse e
formazione del blocco sociale dirigente. In tale contesto va
rimarcato il ruolo doppio che ha assunto la Chiesa : ostacolo
oggettivo, statale (fino al XX settembre 1870) e ideologico,
al processo di unità del Paese e, al contempo, fattore di
unità linguistica e culturale, ben più che religiosa, sebbene
esistano differenze d’impostazione nelle diverse regioni. Se
il Concordato del 1929 ha sancito la convergenza tra gerarchie
cattoliche e regime fascista, ricomponendo la divisione
creatasi nel ceto dirigente all’epoca dell’unità d’Italia,
questo accordo, estraneo – proprio per la sua natura di classe
– ad una vera dinamica popolare e nazionale, non ha segnato un
vero passo avanti nell’unione socio-culturale del nostro
Paese. Ecco perché ancora oggi siamo un popolo profondamente
diviso, con al suo seno potenti fermenti separatisti, ed ecco
perché la Chiesa ancora oggi riesce a porsi come interlocutore
e mediatore politico insostituibile, grazie alla sua capillare
presenza ed attivissima organizzazione : espressione,
ripetiamolo, di un rapporto sociale profondamente e
coerentemente reazionario.
I due aspetti di frammentazione
territoriale e coerenza politico-ideologica in senso
repressivo sono il punto di maggior difficoltà nella nostra
analisi perché necessitano di un’indagine differenziata dei
cento territori italiani che, al contempo, tenga conto del
quadro nazionale e sia capace di operare una sintesi. Ma forse
da lì occorre partire. In secondo luogo, è necessario
soffermarsi sul contenuto ideologico dell’accordo di classe
proposto dal Vaticano, diffuso nei vari rivoli della massa
influenzata dalla « mentalità cattolica », e capire in che
modo agisce nel perpetuare l’atteggiamento remissivo
predominante, l’accettazione di esclusioni, discriminazioni e
soprusi che in ogni altro Paese d’Europa sono impensabili o,
laddove esistono, sfociano in una rivolta di massa come in
Grecia nel 2008.
Per delineare in modo semplice
questo complesso di atteggiamenti, si possono evocare tre
punti-chiave, tutti provenienti dall’antico orizzonte
feudale-baronale da cui il cattolicesimo trae origine. I primi
due sono espressi dalla struttura gerarchica che
contraddistingue la Chiesa romana e dalla virtù principe che
tale gerarchia raccomanda : l’obbedienza, la supina
rassegnazione. Nemica di ogni principio morale, questa regola
si declina dall’omaggio formale alla pronta esecuzione dei
ordini venuti dall’alto ed è strutturante non solo all’interno
della compagine chiesastica, ma anche all’esterno, nella
società civile. Al contempo contrappeso e causa della tipica
rissosità baronale, lo spirito di sottomissione acritica nasce
da lì ed è il primo ostacolo a ogni ipotesi di emancipazione.
Questo scopo retrogrado viene ricercato anche attraverso la
« castrazione mentale » del rapporto che ogni essere umano ha
con la propria sfera sessuale.
Il terzo punto, più
squisitamente politico, concerne l’ostilità nei confronti
della lotta di classe e della rivoluzione socialista espressa
una volta per tutte dall’enciclica Rerum novarum di
Leone XIII (15 maggio 1891, esplicitamente riaffermata nel
1931 con la Quadragesimo anno e nel 1991 con la
Centesimus annus) in nome dell’antico ideale di armonia
sociale fondato sul rispetto del dogma
della proprietà privata (di
conseguenza della « carità cristiana ») e del posto che
ciascuno occupa all’interno del sistema sociale. In tale
quadro mentale il divenire del
conflitto (cardine
del pensiero materialista), semplicemente, non deve esistere.
È cura esclusiva dell’autorità ecclesiale – nei suoi rapporti
con la casta dirigente – che la popolazione non sia ridotta in
miseria e che riceva la giusta mercede per il lavoro. Si
tratta di una formulazione di poco precedente la concezione
corporativa e fascista, ma è della stessa natura. Il fascismo
si è infatti incaricato di eliminare il conflitto di classe
come un « braccio armato » dell’ideologia dominante in Italia.
I presupposti storici che
abbiamo qui cercato di ripercorrere permettono, forse, di
capire meglio la situazione disperante in cui oggi i comunisti
italiani si trovano ad agire, ben al di là di una formale
coscienza laica o anticlericale risvegliata dalle odiose prese
di posizione vaticane che abbiamo citato in apertura. Se si
vuole combattere questo stato di cose, i problemi reali da
affrontare (ben prima di poter sperare di risolverli) per
modernizzare la società ed il Paese appaiono allora ben più
ampi e profondi di quanto non si veda nell’agenda politica e
nei dibattiti in corso. Se quanto brevemente delineato è
riscontrabile nella nostra realtà, emerge la necessità di
rivedere molte delle azioni politiche messe in campo, cogliere
diversamente la spinta – che pure esiste nei territori e che
si manifesta sotto la forma del necessario protagonismo delle
masse – volta al cambiamento, all’emancipazione, alla
modernità sociale, e articolarla con la lotta
politico-sindacale e con la battaglia delle idee, cominciando
giustamente con la promozione di una coscienza antivaticana in
Italia.
« La Chiesa non può che essere
reazionaria; la Chiesa non può che essere dalla parte del
Potere; la Chiesa non può che accettare le regole autoritarie
e formali della convivenza; la Chiesa non può che approvare le
società gerarchiche in cui la classe dominante garantisca
l’ordine; la Chiesa non può che detestare ogni forma di
pensiero anche timidamente libero; la Chiesa non può che
essere contraria a qualsiasi innovazione anti-repressiva (ciò
non significa che non possa accettare forme, programmate
dall’alto, di tolleranza: praticata, in realtà, da secoli,
a-ideologicamente, secondo i dettami di una «Carità»
dissociata - ripeto, a-ideologicamente - dalla Fede); la
Chiesa non può che agire completamente al di fuori
dell’insegnamento del Vangelo; la Chiesa non può che prendere
decisioni pratiche riferendosi solo formalmente al nome di
Dio, e qualche volta magari dimenticandosi di farlo; la Chiesa
non può che imporre verbalmente la Speranza, perché la sua
esperienza dei fatti umani le impedisce di nutrire alcuna
specie di speranza; la Chiesa non può (per venire a temi di
attualità) che considerare eternamente valido e paradigmatico
il suo concordato col fascismo. » Pier Paolo PASOLINI, La
Chiesa, i peni e le vagine, «Tempo», 1° marzo 1974, ora in
Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani
Mondadori, Milano 1999. |