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Il risultato delle elezioni
europee si presta ad una serie di considerazioni, in attesa
dei dati sulle elezioni amministrative.
Il tentativo di Berlusconi di
trasformare questa tornata elettorale in un plebiscito è
fallito. Rispetto ad un anno fa, il Pdl perde due punti
percentuali e tre milioni di voti. Il “sogno imperiale” del
Cavaliere rappresenta ancora un pericolo ma per ora subisce
una battuta d’arresto. Questo tuttavia non ci libera dalla
cappa pesante di autoritarismo che pervade il paese, visto il
successo della Lega e di forze come l’Mpa in Sicilia, anche se
avrà di sicuro conseguenze sulla stabilità di questo governo,
che finora sembrava granitico.
La crisi economica che
attanaglia l’Europa, con dimensioni mai viste da decenni, è
stato uno dei fattori che ha determinato le intenzioni di voto
dei lavoratori e delle loro famiglie in tutto il continente. E
se in Italia chi si avvantaggia maggiormente sono le
formazioni di matrice reazionaria, come la Lega, o populiste
come l’Italia dei valori, in tutta Europa il tratto dominante
è la crisi della socialdemocrazia e delle forze legate in
qualche modo ad essa, come il Pd in Italia. Crolla il Partito
socialista in Francia, affonda la Spd in Germania, sprofondano
i laburisti in Gran Bretagna nel loro peggior risultato della
storia (16%) e Zapatero in Spagna è sconfitto per la prima
volta. La delusione verso le politiche riformiste, più che mai
inadatte a rispondere alla crisi capitalista, è palese. Sia
che questi partiti stiano al governo, sia che siano
all’opposizione, vengono puniti dai lavoratori e dalle loro
famiglie, perché sono in grado di offrire solo tagli e
sacrifici come risposta alla recessione. Anche l’aumento
dell’astensionismo non è una scusante ma un monito alla
sinistra riformista, incapace di stimolare milioni di
lavoratori a recarsi alle urne.
A tal riguardo il Pd è
totalmente coinvolto in questa debacle, ottenendo sette punti
percentuale in meno rispetto alle elezioni europee. Che
Franceschini sia soddisfatto del risultato dimostra a che
livello di sconforto e disperazione erano arrivati i vertici
del Pd prima di ieri sera.
La sinistra cosiddetta
“radicale”, comunista o comunque non socialdemocratica, quando
è vista come chiaramente alternativa non solo alla destra ma
anche alla socialdemocrazia, spesso aumenta i consensi. Dalla
Francia dove il Fronte capeggiato dal Pcf ottiene il 6,3% e l’Npa
il 4,8% al Portogallo dove le due liste del Pcp e del Bloco de
Esquerda superano il 20%. Dalla Grecia dove il KKE ottiene
l’8% e Syriza il 5 alla Germania dove Die Linke cresce di un
punto attestandosi al 7,5%, passando per l’Olanda e la
Danimarca.
Questi partiti non sono mai
stati compromessi in governi di coalizione oppure non lo sono
da tempo. In Italia il ricordo del governo Prodi e delle sue
nefandezze è ancora troppo vivo, e, come quasi sempre accade,
sono i partiti che si collocavano alla sinistra dell’Unione,
come il Prc, a pagarne ancora il prezzo.
E così la rabbia e l’incertezza
per il proprio futuro, che domina le vite di milioni di
giovani e lavoratori in questo paese prende la strada, al
nord, del voto alla Lega, che ottiene un successo molto
importante, raggiungendo quasi il 20% nelle circoscrizioni di
Nord est e Nord ovest. Bossi offre una soluzione semplice alla
crisi capitalista: la colpa è degli immigrati, basta buttarli
tutti a mare e tutto andrà meglio. Mentre il Pd asseconda nei
fatti, con i suoi sindaci e governatori sceriffi questo
ragionamento, il Prc e la lista comunista hanno tenuto un
silenzio di tomba sulla questione immigrazione e “pacchetto
sicurezza” per tutta la durata della campagna elettorale.
Chissà, forse per timidezza, forse per non disturbare il Pd in
quelle realtà ( e sono ancora troppe) dove governiamo e siamo
alleati in provincie e regioni.
Ma non è con la timidezza, né
con la subalternità su questa questione dirimente nella lotta
di classe oggi e nel futuro che risaliremo la china, ma con
l’audacia e l’alternatività al Pd, intervenendo ed
organizzando le mobilitazioni contro le misure razziste e
xenofobe, offrendo una prospettiva di unità dei lavoratori
italiani ed immigrati.
Un altro dato che risalta è il
voto ottenuto da Di Pietro. Con l’8% e quasi due milioni e
mezzo di consensi è l’unico partito che aumenta i voti in
termini assoluti rispetto ad un anno fa. L’Idv viene premiata
dal fatto che è vista come l’unica opposizione parlamentare e
dalla retorica spregiudicata del suo leader, recatosi ad
esempio in diverse occasioni davanti a i luoghi di lavoro. Di
Pietro ha ottenuto l’appoggio di alcuni dirigenti Fiom e Cgil,
che contribuiscono a fornire all’IdV l’immagine (falsa) di
partito vicino ai lavoratori. Tale immagine deve essere
osteggiata con forza. Un partito che non si definisce né di
destra né di sinistra, che sta con i lavoratori ma anche con
gli imprenditori (chiaramente quelli “onesti”) rappresenta un
pericolo per la classe operaia. Il populismo di Di Pietro deve
essere denunciato nell’attività quotidiana nei luoghi di
lavoro e di studio. Ma allora perchè aumentare la confusione
come ha fatto il Prc, alleandosi con l’Idv nelle scorse
elezioni regionali abruzzesi ed in decine di altre situazioni
in tutta la penisola?
La campagna elettorale condotta
dalla stragrande maggioranza dei compagni per la lista
comunista è stata coraggiosa e senza tregua. Il risultato
ottenuto, dato che l’obiettivo primario del quorum non è stato
raggiunto, costituisce una sconfitta. Tuttavia non è
disprezzabile. Non siamo infatti alla disfatta della Sinistra
Arcobaleno: oggi la sola lista comunista prende da sola un
numero simile di voti preso da tutte le forze della sinistra
un anno fa. Insieme ai voti di Sinistra e libertà e del
partito di Ferrando, le forze di sinistra raddoppiano i
consensi rispetto al 14 aprile 2008. Alcuni calcoli dicono che
i due terzi di coloro che votarono Prc e Pdci alle politiche
del 2006 non ci hanno votato il 6-7 giugno. È un dato
interessante che dimostra quanto sia ancora grave la
situazione, ma crediamo sarebbe sbagliato pensare che questi
voti torneranno verso di noi la prossima volta, sulla base
della semplice nostra esistenza, capitalizzando le eventuali
sfortune di Franceschini, Di Pietro o di Vendola. Questi voti
e questi militanti devono essere riconquistati attraverso un
lavoro costante e soprattutto dobbiamo aggiungerne di nuovi.
Chiediamoci: quanti di quegli attivisti dell’Onda sono stati
attirati al nostro partito o ai Gc in questi mesi? Quanti
lavoratori impegnati nelle vertenze di fabbriche in crisi sono
entrati nelle nostre sezioni? Quanti immigrati che protestano
contro il pacchetto sicurezza partecipano alle nostre
riunioni?
Il milione di voti rappresenta
un punto di partenza per provare ad intercettare queste
figure. A Chianciano abbiamo salvato il Prc e giustamente
abbiamo riproposto la falce e martello il 6-7 giugno. Ma il
simbolo non basta, né servono nuovi cartelli elettorali, per
unificare ciò che c’è a sinistra, né altre scorciatoie
organizzative né frasi ad effetto.
Davanti a questo risultato si
possono aprire vari scenari: o una nuova unità con tutte le
forze che si pongono all’opposizione di Berlusconi, proposta
lanciata da più parti ma di cui conosciamo già gli esiti
disastrosi, casomai con il Prc che si rende disponibile a
nuovi “esperimenti” unitari . Oppure un lavoro sistematico di
radicamento nei luoghi di lavoro e di studio, dove nasce e si
sviluppa il conflitto, costruendo il partito e portando avanti
un programma di rottura con le compatibilità del capitalismo.
Un tentativo c’è stato, e ad esso abbiamo lavorato e creduto
con tanti altri compagni: quella svolta a sinistra lanciata a
Chianciano ma che in gran parte non si è realizzata, vittima
degli ostacoli posti ancora dai tanti “lacci e lacciuoli”
burocratici e dall’istituzionalismo più becero, tanto più oggi
che siamo stati espulsi da gran parte delle istituzioni.
Oggi bisogna continuare questo
lavoro, generalizzando le esperienze più positive e
valorizzandole. Sulla base dell’intervento nelle mobilitazioni
e nelle lotte si può costruire, servendoci di programmi
avanzati, la sola unità che ci interessa e che dovrebbe stare
a cuore ai comunisti.
Davanti alla stretta autoritaria
del governo di destra ed alla crisi del riformismo, davanti
alle lotte da Pomigliano alla Fincantieri, davanti
all’isolamento che tanti lavoratori e giovani che vorrebbero
cambiare questo sistema patiscono, oggi più che mai c’è
bisogno di una forza come Rifondazione comunista, a condizione
che trovi la sua ragione di esistere nel conflitto di classe.
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