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L'immagine inserita nel
Sommario/articolo è di
Daniella
Zalcman
- Licenza:
Alcuni diritti riservati L'immagine è stata rielaborata con uguale licenza
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27 giugno 2009
La bufala delle
"elezioni rubate"
del Prof. James Petras
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"Il cambiamento significa
per i poveri pane e lavoro, non meno regole sul modo di
vestirsi né ricreazioni miste per ragazzi e ragazze
all’ora di intervallo... La politica in Iran ha molto più
a che vedere con la lotta di classe che con la religione".
Financial Times, editoriale [articolo di
fondo]del 15 giugno 2009.
Accade di rado che le
elezioni in cui la Casa Bianca ha un interesse e che
vedono la sconfitta elettorale del candidato
filostatunitense, non vengano denunciate come illegittime
da parte di tutta l'elite politica e mediatica. Di
recente, la Casa Bianca e il campo alleato hanno inveito
contro le libere (e monitorate) elezioni in Venezuela e
Gaza, mentre costruiscono bellamente il "successo
elettorale" in Libano, nonostante la coalizione guidata da
Hezbollah abbia conseguito oltre il 53% dei voti.
Le elezioni in Iran del 12
giugno 2009 costituiscono un esempio paradigmatico: il
presidente uscente, il nazional-populista Mahmoud
Ahmadinejad (MA) ha ricevuto il 63,3% dei consensi (24,5
milioni di voti), mentre il candidato dell'opposizione
liberale sostenuto dall'occidente Hossein Mousavi (HM) ha
ricevuto il 34,2% dei consensi (13,2 milioni di votimetà
del 63%). Le elezioni presidenziali in Iran hanno
registrato un record di affluenza alle urne superiore
all'80% degli elettori, tra cui l'inedita partecipazione
al voto di 234.812 iraniani all'estero, ripartiti tra
111.792 sostenitori di HM e 78.300 di MA. L'opposizione
guidata da HM non ha accettato la sconfitta e ha
organizzato una serie di dimostrazioni di massa che hanno
assunto risvolti violenti: dall'incendio e la distruzione
di automobili, banche, edifici pubblici e scontri armati
con la polizia e altre autorità. Quasi l'intero spettro
degli opinion makers occidentali, compresi tutti
i principali media tradizionali ed elettronici, i
principali siti web liberali, radicali, libertari e
conservatori, sono stati portavoce della denuncia di
brogli elettorali rivendicata dall'opposizione.
Neo-conservatori, conservatori libertari e trotskisti si
sono uniti ai sionisti nell'acclamare l'opposizione come
avanguardia di una rivoluzione democratica. Democratici e
repubblicani condannano l'attuale regime, rifiutano di
riconoscere il risultato delle elezioni e apprezzano gli
sforzi dei manifestanti per rovesciare il risultato
elettorale. Il New York Times, la CNN, il
Washington Post, il Ministero degli Esteri israeliano
e l'intera leadership dei Presidents of the Major
American Jewish Organizations chiedono sanzioni
esemplari contro l'Iran e ravvisano "l'inutilità" della
proposta di dialogo con l'Iran di Obama.
La bufala del broglio
elettorale
I leader occidentali
respingono i risultati perché "sapevano" che il loro
candidato riformista non poteva perdere... Per mesi hanno
pubblicato quotidianamente interviste, editoriali
[articoli di fondo] e rapporti dal campo "documentando" i
fallimenti dell'amministrazione Ahmadinejad: testimonianze
di religiosi, ex funzionari, commercianti e soprattutto
donne e giovani delle città con un inglese fluente,
destinavano Mousavi a una schiacciante vittoria. La
vittoria di Mousavi era descritta come il trionfo delle
"voci moderate", almeno secondo il vacuo cliché della Casa
Bianca. Personalità di spicco del mondo accademico
liberale deducono che la conta dei voti sia stata
manipolata perché Mousavi ha perso nella sua enclave
etnica: tra gli azeri. Altri studiosi sostengono, sulla
base di interviste agli studenti universitari appartenenti
ai ceti medi e alti dei quartieri a nord di Teheran, che
il "voto giovanile" era largamente favorevole al candidato
"riformista".
La cosa più sorprendente
nella condanna unanime dell'Occidente rispetto alla
denuncia di brogli è che a distanza di una settimana dallo
spoglio dei voti, non sia stato prodotto un solo straccio
di prova, documentato o anche frutto di osservazioni.
Durante tutta la campagna elettorale, non è stata
sollevata alcuna accusa credibile (ma nemmeno dubbia) di
manipolazione degli elettori. Fintanto che i media
occidentali sono stati convinti, dalla loro stessa
propaganda, di un imminente vittoria per il loro
candidato, il processo elettorale è stato descritto come
altamente competitivo, animato da diffusi dibattiti e da
un'inedita attività pubblica che non ha incontrato
ostacoli da parte del "proselitismo di stato". Era così
ferma questa loro fede in uno svolgimento aperto e libero
delle elezioni che i leader occidentali e i mezzi di
comunicazione di massa erano convinti che il loro
candidato avrebbe vinto.
I media occidentali si sono
affidati ai propri giornalisti che davano ampia copertura
alle manifestazioni di massa dei sostenitori
dell'opposizione, mentre ignoravano o sminuivano l'enorme
consenso per Ahmadinejad. Peggio ancora, i media
occidentali hanno ignorato la composizione di classe delle
due fazioni: il presidente uscente ha tratto sostegno
dalla ben più numerosa classe povera operaia, contadina,
artigiana e da settori del pubblico impiego, mentre la
maggior parte dei manifestanti dell'opposizione
provenivano dalla classe media e alta degli studenti,
dell'impresa e del ceto professionale.
Inoltre, la maggior parte
degli opinionisti e giornalisti occidentali di stanza a
Teheran, estrapolavano le loro proiezioni dalle
osservazioni nella capitale; pochi si sono avventurati
nelle province, nelle città e nei villaggi di piccole e
medie dimensioni dove Ahmadinejad ha la base del suo
consenso di massa. Infine l'opposizione è costituita da
una minoranza di studenti attivisti facili da mobilitare
per le manifestazioni nelle piazze, mentre Ahmadinejad ha
il sostegno della maggior parte dei giovani lavoratori e
casalinghe, che esprime la propria posizione nell'urna e
ha poco tempo o scarsa inclinazione per impegnarsi nella
politica di piazza.
Un certo numero di
giornalisti "esperti", compreso Gideon Rachman del
Financial Times, rivendica come prova dei brogli
elettorali il fatto che Ahmadinejad abbia ottenuto il 63%
dei voti nella provincia di lingua azera, contro un
avversario, Mousavi, di etnia azera. Il presupposto
semplicistico è che l'identità etnica o l'appartenenza a
un gruppo linguistico rappresenti l'unica possibile scelta
di voto, piuttosto che altri interessi sociali o di
classe. Una valutazione più attenta del voto della regione
iraniana dell'Azerbaigian occidentale, rivela che Mousavi
ha vinto solo nella città di Shabestar tra il ceto medio e
superiore (peraltro con un margine contenuto) e che è
stato sonoramente sconfitto nelle più ampie aree rurali
dove le politiche di redistribuzione del governo
Ahmadinejad hanno aiutato la popolazione di etnia azera a
cancellare debiti, ottenere crediti a basso costo e facili
prestiti per gli agricoltori. Utilizzando i suoi legami
etnici, Mousavi ha conquistato nella regione
dell'Azerbaigian occidentale solo il voto urbano. Nella
provincia di Teheran densamente popolata, Mousavi ha
battuto Ahmadinejad nei centri urbani di Teheran e
Shemiranat ottenendo il voto della classe media e
superiore, ma perdendo ampiamente tra la classe operaia
delle periferie, delle piccole città e delle zone rurali.
Il paradigma superficiale e
distorto del "voto etnico" adottato da scrittori del
Financial Times e del New York Times per
sostenere la tesi che la vittoria di Ahmadinejad fosse un
"voto rubato" è abbinato al volontario e deliberato
rifiuto dei media di riconoscere la validità di un
rigoroso sondaggio d'opinione condotto da due esperti
degli Stati Uniti solo tre settimane prima delle elezioni,
che dimostrava il vantaggio di Ahmadinejad con un margine
di 2 a 1, addirittura superiore a quello della vittoria
elettorale del 12 giugno. Questo sondaggio ha rivelato che
tra gli azeri, Ahmadinejad era favorito con un margine di
2 a 1 su Mousavi, dimostrando come gli interessi di classe
rappresentati da un candidato possano superare l'identità
etnica degli altri candidati (Washington Post, 15
giugno 2009). Il sondaggio ha anche dimostrato come le
questioni di classe, in ogni fascia di età, sono più
influenti nel plasmare le preferenze politiche degli
"stili di vita generazionali". Secondo questo sondaggio,
oltre i due terzi dei giovani iraniani sono troppo poveri
per avere accesso a un computer e la fascia d'età compresa
tra 18 e 24 anni "costituisce il blocco da cui Ahmadinejad
ha tratto più voti" (Washington Post 15 giugno
2009). L'unico gruppo che ha sempre favorito Mousavi, è
quello degli studenti universitari e laureati, titolari di
imprese e la media e alta borghesia. Il "voto giovanile",
che i media occidentali elogiavano come "riformista",
costituisce una netta minoranza di meno del 30%, ma è di
estrazione privilegiata; un gruppo che utilizza ampiamente
la lingua inglese e ha relazioni in esclusiva con i media
occidentali. La loro presenza rilevante tra i giornali
occidentali ha creato la "sindrome di Teheran del Nord",
in riferimento all’enclave in cui vivono gli studenti
delle classi agiate. Fini oratori, ben vestiti e con un
inglese fluente, sono stati sonoramente battuti nel
segreto dell'urna.
In generale, Ahmadinejad ha
ottenuto un ottimo risultato nelle province dedite alla
produzione di petrolio e della chimica: qui potrebbe
riflettersi l'opposizione degli operai dei settori al
programma riformista che conteneva proposte di
privatizzazione delle imprese pubbliche. Anche dalle
province di confine è arrivato un ampio consenso
conseguente all'enfasi posta da Ahmadinejad al
rafforzamento della sicurezza nazionale per contrastare le
minacce degli Stati Uniti e di Israele, alla luce di una
escalation degli attacchi terroristici provenienti dal
Pakistan finanziati dagli USA e delle incursioni dal
Kurdistan iracheno sostenute da Israele, che ha
determinato la morte di cittadini iraniani. Il sostegno e
il massiccio finanziamento dei gruppi autori degli
attacchi costituivano la politica ufficiale degli Stati
Uniti di Bush. Essa non è stata ripudiata dal Presidente
Obama e in effetti è andata intensificandosi in vista
delle elezioni.
Quello che i commentatori
occidentali e i loro protetti iraniani hanno ignorato è il
forte impatto che le devastanti guerre degli Stati Uniti e
l'occupazione in Iraq e in Afghanistan hanno sull'opinione
pubblica iraniana: la forte posizione di Ahmadinejad sulle
questioni della difesa contrasta le deboli posizioni in
materia dell'opposizione filo-occidentale.
La grande maggioranza degli
elettori hanno sostenuto il presidente uscente
probabilmente perché ritengono che gli interessi di
sicurezza nazionale, l'integrità del paese e il sistema di
sicurezza sociale, con tutti i suoi difetti e gli eccessi,
possano essere difesi e migliorati con Ahmadinejad anziché
dai tecnocrati del ceto alto appoggiati dai giovani
privilegiati che guardano all'Occidente e che premiano gli
stili di vita individuali più che i valori di comunità e
di solidarietà.
La demografia del voto
rivela una vera e propria polarizzazione di classe che
contrappone chi ha un reddito alto ed è favorevole al
libero mercato, al capitalismo, ed è individualista e chi
fa parte della classe operaia con ha un redito basso, è
inserito nella sua comunità ed è favorevole a un'economia
"morale" in cui l'usura e la speculazione sono limitate da
precetti religiosi. Gli attacchi degli economisti di
opposizione alla politica di spesa sociale del governo, di
credito e sussidi per i prodotti alimentari di base hanno
poca presa sulla maggioranza degli iraniani che
beneficiano di tali programmi. Lo stato è visto da loro
come protettore e benefattore dei lavoratori poveri contro
il mercato, che rappresentano la ricchezza, il potere, il
privilegio e la corruzione. L'attacco dell'opposizione
all'intransigente politica estera del regime che "anela"
l'Occidente riecheggia solo tra gli studenti universitari
liberali e nei gruppi che lavorano nel settore del
commercio con l’estero. Molti iraniani hanno percepito il
potenziamento delle proprie forze armate da parte del
regime come baluardo che ha impedito l'attacco americano o
israeliano.
La misura della sconfitta
dovrebbe dirci come l'opposizione sia lontana dalle
preoccupazioni vitali della popolazione. Dovrebbe
ricordare all'opposizione che spostandosi verso
l'occidente, si è allontanata dalle questioni quotidiane
di sicurezza, di abiatazione, dell'occupazione e di
sussidi sui prezzi dei prodotti alimentari che rendono la
vita sopportabile a coloro che vivono al di sotto della
classe media e fuori dai cancelli privilegiati
dell'Università di Teheran.
Il successo elettorale di
Amhadinejad, visto in una prospettiva storica comparativa
non dovrebbe sorprendere. In contesti elettorali simili
dove i nazional-populisti si confrontano con i liberali
filo-occidentali, hanno vinto i populisti. Un esempio è
Peron in Argentina e, più di recente, Chavez in Venezuela,
Evo Morales in Bolivia e anche Lula da Silva in Brasile, i
quali hanno dimostrato la capacità di riscuotere un
consenso attorno al 60% in libere elezioni. La maggioranza
in questi paesi predilige la sicurezza sociale ai liberi
mercati, la sicurezza nazionale all'allineamento con gli
imperi militari.
Le conseguenze della
vittoria elettorale di Ahmadinejad sono aperte al
dibattito. Gli Stati Uniti potrebbero giungere alla
conclusione che continuare a sostenere una vociferante, ma
ampiamente sconfitta, minoranza ha poche prospettive per
garantire concessioni in materia di arricchimento nucleare
e l'abbandono dell'appoggio iraniano a Hezbollah e Hamas.
Un approccio realistico potrebbe essere quello di aprire
un ampio dibattito con l'Iran, riconoscendo, come ha
rilevato di recente il Senatore Kerry, che l'arricchimento
dell'uranio non è una minaccia esistenziale per chiunque.
Questo approccio differisce nettamente da quello dei
sionisti americani, radicati nel regime di Obama, che
seguendo le indicazioni di Israele spingono per una guerra
preventiva con l'Iran usando il pretesto che non è
possibile negoziare con il governo "illegittimo" di
Teheran che "rubato un'elezione".
Gli eventi recenti
suggeriscono che i leader politici in Europa, e anche
alcuni a Washington, non accettano la linea dei mezzi di
comunicazione di massa sionisti secondo cui "il voto è
stato rubato". La Casa Bianca non ha sospeso la sua
offerta di negoziati con il nuovo governo rieletto ma si è
concentrata sulla repressione della protesta (più che sul
conteggio dei voti). Analogamente, le 27 nazioni
dell'Unione Europea hanno espresso "profonda
preoccupazione per la violenza" e ha invocato che le
"aspirazioni del popolo iraniano siano raggiunte
attraverso mezzi pacifici e che la libertà di espressione
sia rispettata" (Financial Times 16 giugno 2009 p.4).
Ad eccezione della Francia di Sarkozy, nessun leader UE ha
messo in discussione l'esito del voto.
L’imprevisto è la reazione
di Israele: Netanyahu ha indicato ai suoi seguaci sionisti
statunitensi che dovrebbero usare la bufala dei "brogli
elettorali" per esercitare la massima pressione sul regime
di Obama per impedire che venga messo in atto qualsiasi
programma che possa incontrare il rieletto regime di
Ahmadinejad.
Paradossalmente, i
commentatori USA (di sinistra, destra e centro) che hanno
partecipato alla bufala della frode elettorale forniscono
inavvertitamente a Netanyahu e ai suoi seguaci americani
delle argomentazioni: dove loro vedono guerre di
religione, noi vediamo lotta di classe, dove loro vedono
la frode elettorale, noi vediamo la destabilizzazione
imperialista.
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tratto da:
http://www.resistenze.org/
Traduzione dall'inglese per
www.resistenze.org
a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
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