E’ giunto il momento di
profonde riflessioni. Le critiche o le autocritiche dei
gruppi dirigenti del PRC o del PdCI sono necessarie, ma non
bastano. E’ facile criticare come spesso si fa,
meritatamente, l’opportunismo ed il tatticismo di questi
gruppi, a partire dall’ultimo ventennio, vale a dire dalla
fase di scioglimento del PCI al modo come è stato fondato e
poi costruito e scisso (da correnti grandi o piccole o da
azioni individuali di militanti che non ne potevano più) il
PRC.
Ma non è il proposito di questo scritto, che
vuole invece affrontare le questioni economiche e sociali
che hanno determinato in Europa, con maggior attenzione
all’Italia (per la migliore conoscenza della situazione
politica), negli ultimi vent’anni, un processo di
involuzione di massa, per non dire di fascistizzazione di
massa, che riflette a livello elettorale da un lato
l’avanzamento dei partiti del centro-destra e dall’altro
l’aumento dell’astensione, la quale non interessa solo i
cosiddetti qualunquisti bensì interi settori popolari.
Espongo in merito alcune considerazioni come
invito alla discussione.
1) In Europa occidentale negli anni ’90 vi è
stato un riflusso dovuto ai moti controrivoluzionari
nell’est europeo ed in Unione sovietica ed alla tragicomica
fine dei partiti comunisti, i cui alti dirigenti erano i
portabandiera dell’anticomunismo, riciclatisi in seguito
alla testa di partiti liberalborghesi o socialdemocratici o
diventati proprietari dei pacchetti azionari delle fabbriche
statali che si privatizzavano oppure lacché del capitale
finanziario occidentale che penetrava in quei paesi
comprando edifici pubblici, grandi palazzi per farne
magazzini commerciali o alberghi e richiedendo lo
smantellamento di alcune fabbriche che, sebbene non avanzate
tecnologicamente, avevano una loro funzione nell’economia
nazionale.
2) In Italia nel 1993 trionfa il referendum
reazionario di Occhetto e Segni e giustamente Lucio
Libertini del PRC, pur non essendo un marxista-leninista, ma
un dirigente di elevata cultura storica ed economica, disse
che era iniziato un processo reazionario di massa. Quelle
posizioni davano fastidio al segretario del PRC di allora,
Sergio Garavini, il quale sulla base della nuova legge
elettorale che si stava architettando, pensava un
adattamento alla nuova situazione, realizzando una
“Confederazione della sinistra” una specie di Arcobaleno
elettorale anticipato. L’opposizione nel Comitato Politico
fu netta e seppur con un miscuglio di giuste posizioni e di
posizioni che desideravano solo prendere la leadership del
partito, Garavini dovette dimettersi. Dopo diversi mesi di
transizione e la scomparsa di Libertini, si facilita
l’elezione di un nuovo segretario, cioè di Bertinotti con
l’imprimatur di Cossutta, non all’unanimità (se ricordo bene
circa 30 contrari tra oppositori e astenuti) e la nuova
leadership bifronte conduce il PRC a dimenticare di
analizzare il fenomeno del processo reazionario di massa,
magari per individuarne le responsabilità economiche,
sociali e politiche, per adeguarsi, invece, a quanto
risultava dalla nuova legge elettorale: ed infatti nel corso
degli anni sono state realizzate diverse alleanze elettorali
in forme diverse con PDS, Margherita, socialisti, PD, verdi
ed altri (con l’intermezzo della spaccatura in due del PRC e
la nascita del PdCI); ed è stato dato il sostegno ai due
governi Prodi fino alla formazione dell’Arcobaleno ed alla
secca sconfitta elettorale. Quindi il risultato della lista
dei Comunisti Uniti alle europee dell’altro giorno conclude
questo processo e seppur fermando il tracollo dello scorso
anno, non riesce a superare la soglia del 4%.
3) Perché, a differenza di altri paesi
europei, i comunisti italiani a livello elettorale non
riescono a superare la soglia del 4% e soprattutto non la
superano nel Nord-ovest, luogo delle grandi fabbriche e
culla della piccola formazione parlamentare comunista
all’epoca di Gramsci? Certo non la superano neanche nel
Nord-est (ora più industriale che contadino, a differenza
degli anni 50 feudo della DC), oltreché nelle Isole (ma qui
a livello elettorale c’è stato sempre un grande divario,
dopo le grandi lotte per la terra ed il sussulto delle
elezioni politiche del 1976, con il Centro-nord!).
4) E’ stato mai trattato a livello
scientifico, cioè di analisi marxiana, e non in senso
illuministico, da parte dei partiti comunisti italiani il
fenomeno dei migranti in Europa sia dall’est verso l’ovest
che dai territori extra-comunitari?
E’ stato mai spiegato bene alle masse
popolari il reale significato di questo fenomeno per evitare
a livello di massa fenomeni come quello di Le Pen in
Francia, a partire da vent’anni addietro, per finire a
quello leghista in Italia, i cui partiti non si sono
ingrossati solo con i voti dei piccoli borghesi impiegatizi,
dei padroncini industriali, contadini o commerciali, bensì
della classe operaia spoliticizzata?
Sono stati affrontati con discussioni serie
nei circoli o nei direttivi delle federazioni questi
fenomeni intrecciati alla “globalizzazione” oppure sono
stati affrontati ripetendo slogan, che se giusti in una
visione illuministica e di generico internazionalismo, sono
passati sopra la testa delle masse?
5) Non bisogna dimenticare le lezioni della
storia e spiegare ai militanti che il fascismo ed il nazismo
(regimi al servizio del capitale finanziario) se ebbero il
maggior consenso di massa da parte della piccola e media
borghesia impoverita dalle crisi economiche che si
susseguirono in Europa (subito dopo la grande guerra e poi
con la grande crisi del 1929-33) catturarono, soprattutto in
Germania in seguito alla grande disoccupazione, larghi
strati di operai che avevano perso il lavoro e che tornavano
a lavorare con il riarmo e con la pretesa del regime di
occupare “gli spazi vitali per la nazione germanica e le
terre sottratte con la perduta prima guerra mondiale”.
6) Come si pone oggi l’Europa di fronte alla
devastante crisi economica che ha seguito la crisi
finanziaria? Come si pone l’America? E’ vero che il fondo
della crisi è stato toccato, sol perché le borse non
crollano più vistosamente, ed è vero che sta per iniziare la
ripresa, seppur lenta, come sostengono tutti i cosiddetti
esperti, i manager privati e pubblici, i politici
interessati? Oppure la crisi reale sta iniziando proprio
adesso e le contraddizioni fra gruppi monopolistici e fra
grandi potenze per il dominio del mondo si stanno
scatenando?
Ricordiamo che gli USA sono usciti dalla
crisi 1929-33 con il New Deal, il quale ha impedito il
riesplodere della lotta di classe (già diffusa nella società
americana dalla guerra d’Indipendenza fino al primo
ventennio del Novecento!) dopo il boom per l’aumentata
presenza a livello internazionale in seguito agli esiti del
primo conflitto e all’espansione del ciclo economico negli
anni ’20. Mentre, di rimando, l’Europa sprofonda nel
totalitarismo nazi-fascista. Quindi, con la seconda guerra
mondiale e con il trionfo degli USA, nell’ambito del fronte
antinazifascista, il cui perno principale era rappresentato
dall’Unione Sovietica, si afferma un nascente egemonismo
prima in Europa occidentale e poi, con la crisi del
colonialismo anglo-francese, in altre parti del mondo, che
sopisce all’interno le contraddizioni di classe, anzi
ingloba i sindacati nelle politiche reazionarie ed
imperialistiche.
Solo da qualche anno negli USA riparte la
lotta di classe, perché i lavoratori e la piccola borghesia
imparano sulla loro pelle quelle che Marx definiva leggi
coercitive della concorrenza, insomma il volto spietato del
capitalismo. I gruppi dirigenti americani più scaltri
capiscono che per mantenere la posizione egemonica nel mondo
e per scaricare le loro contraddizioni sugli altri paesi
hanno bisogno in questo momento, per uscire dalla crisi, di
un forte intervento dello Stato e di una politica estera più
elastica. Il capitalismo monopolistico di Stato come
scriveva Engels non sopprime i rapporti capitalistici ma li
spinge ad un livello più alto.
Ed in Europa, invece, si persevera
diabolicamente nelle ulteriori privatizzazioni, si
esasperano i conflitti sociali e le questioni delle
autonomie locali, si strumentalizzano le presenze degli
extra-comunitari e dei lavoratori dell’Europa dell’est (che
da un lato attraverso i bassi salari a loro pagati si
permette la realizzazione di elevati profitti e dall’altro
si aizzano i lavoratori italiani nei loro confronti, come
portatori dei conflitti sociali e civili esistenti), come se
mafia e delinquenza non fossero precedente alla loro
presenza. Caso mai anche la mafia e la delinquenza
organizzata si avvalgono di questa manodopera a basso prezzo
per ogni tipo di lavoro lecito o illecito oppure per furti,
spaccio di droga e regolamenti di conti. Il tutto per
formulare una Costituzione europea, arretrata rispetto alle
Costituzioni dei singoli paesi che scaturirono dalla lotta
antifascista, tutta a favore del capitale finanziario e
negatrice di elementari diritti economici e sociali.
In Italia, in particolare oltre ad utilizzare
le linee generali prevalenti in Europa, si è accentuato il
processo di scardinamento dell’ordinamento costituzionale ed
istituzionale perché non corrispondenti al dominio del
capitale finanziario, prova ne sia il continuo attacco alla
magistratura, alla scuola pubblica, all’università ed alle
riduzione delle forze di polizia (per dare priorità ad una
nuova milizia squadristica!). Così, la borghesia
finanziaria, la Confindustria ed il governo Berlusconi, con
la complicità anche di settori del PD e dell’UDC, si
preparano a realizzare l’avviato processo di
fascistizzazione dello Stato. Analogamente in Francia, in
Germania, mentre in Polonia e nei paesi baltici ex-sovietici
è già stato realizzato.
7) Che fare dunque da parte delle forze
comuniste italiane dopo le elezioni?
Ripartire con i soliti tatticismi, adeguando
le alleanze elettorali per non “scomparire” oppure unire
seriamente dal punto di vista ideologico, politico ed
organizzativo i comunisti in un solo partito, sviluppando il
movimento ed il dibattito scaturito dopo la disfatta
elettorale della lista Arcobaleno ed interrotto con
l’incalzare delle elezioni europee per la “necessità
impellente” di presentare la lista e di soprassedere alle
questioni ideologiche, politiche ed organizzative?
Gli attuali gruppi dirigenti del PRC e del
PdCI dovrebbero avviare il processo convocando una
Costituente con all’ordine del giorno tre argomenti
(l’ideologia, il programma, l’organizzazione del Partito
comunista nel XXI secolo) e mettersi da parte. Non devono
certamente fare quello che ha fatto Vendola. Il quale, sin
dall’inizio di Rifondazione (diventato un dirigente della
Direzione nazionale, poi premiato nel ’92 con l’elezione
alla Camera, quindi con la vice-presidenza della Commissione
Antimafia ed infine con la presidenza della Regione Puglia)
ha sempre fatto parte della maggioranza del partito
contribuendo alla sua linea politica, mentre i compagni che
non la condividevano dovevano rispettare le decisioni della
maggioranza. Allorché, invece, va in minoranza nel Comitato
politico ecco che prepara la scissione per costituire una
nuova formazione politica. Ed ora, dopo il suo insuccesso
elettorale, anziché autocriticarsi per le divisioni che ha
creato, rilancia sempre in prima persona perché tutto quello
che un “dirigente” fa è sempre giusto. Chi pensa di
comportarsi in questo modo, cioè di ritenersi insostituibile
facendo sempre il dirigente, sbaglia di grosso. Il tempo
delle furbizie e del dominio incontrastato dei vertici sulla
base, cioè di quei pochi che sono nati dirigenti o che si
sono iscritti alla Direzione sulla massa dei quadri e dei
militanti sempre pronti ad obbedire, è da tempo finito. La
capacità direzionale dei leaders bisogna dimostrarla sul
campo ed in ogni caso non sarà incondizionata né illimitata.