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La vicenda della costruzione
della lista per le elezioni provinciali a Milano ha
dimostrato, ancora una volta, lo stato di degenerazione che è
in atto da tempo nella federazione.
E’ da prima dell’ ultimo
congresso, anche in relazione alla vicenda della sinistra
arcobaleno che questo stesso gruppo dirigente aveva gestito in
modo unilaterale, con un esproprio di fatto del ruolo e delle
funzioni degli organismi dirigenti ( segreteria e cpf ), che
si è costituito un gruppo dirigente “parallelo e ufficioso” ma
reale composto dal segretario e da “pochi intimi”.
Il cambio di linea e la rottura
con Bertinotti non ha cambiato in nulla questo stato di fatto
e questa prassi.
Secondo questa logica il partito
è proprietà della maggioranza e non tutti i compagni sono
uguali , e lo si vede anche dal fatto che nelle iniziative
politiche pubbliche ed anche in quelle rivolte al partito i
compagni non sono coinvolti in base al loro ruolo politico o
istituzionale, al lavoro politico che costruiscono, ma in base
alla consonanza con il gruppetto che gestisce la federazione.
(questo è stato fatto sia in
relazione al precedente gruppo consigliare in provincia,
quanto all’attuale gruppo al comune).
Sulla base di questa logica
ristretta ed escludente non si è cercato nessun approccio
unitario, né si è tentata alcuna sintesi, neppure in occasione
del passaggio politico in cui i compagni del 2° documento
congressuale hanno esplicitato la loro uscita dal partito.
Anche in quel caso si è ritenuto
che fosse inutile ogni confronto, semplicemente pretendendo
l’adesione delle altre componenti alla posizione del gruppo
dirigente, articolata in un documento che oltretutto,
sfruttando la situazione, cercava di imporre posizioni
politiche precostituite, né discusse né decise negli organismi
dirigenti (con la logica dei decreti cosiddetti “omnibus” con
cui il governo dietro ad una questione di facciata fa passare
di tutto ).
Solo il senso di responsabilità
dell’area dell’Ernesto ha fatto sì che non emergesse nel
giorno della scissione una spaccatura politica nell’organismo
dirigente della federazione e quindi evitando di dare
l’immagine di un partito che non solo si spaccava ma era pure
diviso all’ interno tra chi rimaneva.
Nella costruzione della lista
per le elezioni provinciali si è seguita la stessa logica fino
a qui evidenziata, con una consultazione dei circoli che è
servita solo a mascherare scelte politiche costruite su
criteri discriminatori per quanto riguarda i collegi di
maggior peso politico ( cioè quelli che realmente possono
eleggere).
Così per la prima volta da
quando esiste il Prc un compagno non è stato ricandidato per
il 2° mandato con argomentazioni inconsistenti, che oltretutto
non dovevano essere di competenza del Cpf ( né tantomeno della
segreteria ma eventualmente di altri organismi, ma in
realtà per una volontà di esclusione di un compagno in quanto
collocato in un collegio molto forte (forse il più forte) e
non conforme al gruppo che gestisce la federazione.
Tutto questo nonostante l’ascesa
di quel collegio (da 23° a 2°collegio per il Prc) sia avvenuta
proprio grazie al ruolo ed al lavoro di anni di quel compagno
e del circolo che lo ha riproposto ( e come dimostrato dal
fatto che proprio quel collegio, a sorpresa, abbia eletto
nella precedente tornata elettorale proprio quel compagno nel
consiglio provinciale).
In questo modo il gruppo
dirigente ristretto dimostra di non interessarsi al fatto di
poter perdere voti, catapultando un candidato esterno,
sconosciuto alla zona, al posto di un candidato che ha
dimostrato di poter conquistare voti che altrimenti non
verrebbero al partito.
La questione fondamentale è
togliere di mezzo un candidato forte, che potrebbe essere
eletto e che non è allineato all’area del segretario della
federazione.
Infine un’ultima questione che
evidenzia come ormai nel Prc di Milano non esistano più né
regole né garanzie per gli iscritti.
Il segretario (e la maggioranza
della segreteria) hanno cercato di arrogarsi le funzioni che
lo statuto attribuisce al collegio di garanzia, decidendo
dapprima l’esclusione del compagno dalla lista e proponendo
poi di votare in Cpf l’applicazione o la deroga dallo Statuto
e dal regolamento.
E’ come se il governo si
sostituisse ai tribunali per erogare pene a chi vuole lui.
Se un compagno non si comporta
correttamente (o così si ritiene) deve essere deferito al
collegio di garanzia, che non è e non deve essere un organo
politico, il collegio nel suo complesso deve essere riunito,
valutare la situazione ascoltando il compagno in oggetto e poi
assumere le decisioni del caso.
Tale procedimento prevede,
ovviamente, la possibilità di un ricorso al collegio di
garanzia nazionale, solo alla fine di tale percorso si possono
mettere in atto le eventuali sanzioni, tra le quali vi può
essere anche l’esclusione dalla ricandidatura.
Non può essere il segretario (né
la maggioranza della segreteria) a sostituirsi al collegio di
garanzia, perché questo partito dovrebbe essere una comunità
di eguali con regole condivise e da tutti rispettate, non una
monarchia assoluta o una oligarchia ristretta.
Questo modo di dirigere il
partito e di gestirlo non fa che produrre fratture e
contrapposizioni, distrugge con arroganza il lavoro politico
faticosamente costruito dai compagni nei territori, e pretende
di subordinarlo agli interessi di collocazione istituzionale
del gruppetto che gestisce la federazione e della sua area (ma
non sarà un caso che nei collegi dove questi compagni lavorano
il riscontro del voto sia meno positivo che in altri)? perché
non si segue, una volta tanto il principio che ognuno raccolga
quello che semina, anche a verifica concreta della giustezza o
meno delle impostazioni politiche diverse che vi sono nel
partito? Soprattutto in quelle elezioni locali in cui tale
aspetto (a differenza che nelle europee o nelle politiche
nazionali) è effettivamente riscontrabile).
L’ Area dell’Ernesto del PRC
della Federazione di Milano |