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“Ad ogni
individuo, il suo posto; ed in ogni posto il suo individuo.
Evitare le distribuzioni a gruppi; scomporre le strutture
collettive; analizzare le pluralità confuse, massive o
sfuggenti. […] Si tratta di stabilire le presenze e le assenze,
di sapere dove e come ritrovare gli individui, di instaurare le
comunicazioni utili, di interrompere le altre, di potere in ogni
istante sorvegliare la condotta di ciascuno, apprezzarla,
sanzionarla, misurare la qualità o i meriti. Procedura, dunque,
per conoscere, padroneggiare, utilizzare”. (M.Focault,
Sorvegliare e punire. Nascita della prigione,Torino,
Einaudi, 1976, pp.155-156).
La pratica di colpire gli
avversari politici attraverso provvedimenti giudiziari emanati
dal potere esecutivo in maniera del tutto autonoma rispetto alle
competenze della magistratura, era stata utilizzata fin dalla
nascita dello Stato unitario. Il ricorso al cosiddetto
“domicilio coatto”, impiegato inizialmente come misura volta
alla repressione del brigantaggio, fu successivamente utilizzato
nei momenti più acuti dello scontro politico-sociale mantenendo,
ad ogni modo, un carattere eccezionale. Con il calare delle
tensioni tale provvedimento andò via via perdendo d’importanza
tanto che, quando il regime fascista decise di ripristinarlo, il
ricorso a questo strumento era caduto in disuso da almeno un
trentennio e la sua applicazione era ormai del tutto scomparsa
anche negli altri stati europei. Dove ancora sopravviveva, come
ad esempio in Spagna, la pena era comunque inflitta dalla
magistratura e non dal potere politico. Il fascismo
reintrodusse il confino di polizia nel novembre del 1926,
congiuntamente alle nuove leggi di pubblica sicurezza,
trasformandolo in strumento permanente di lotta politica.
Assieme al Tribunale speciale e alla polizia politica segreta,
l’Ovra, si rivelò uno dei mezzi più utilizzati e più efficaci
per reprimere sul nascere ogni eventuale forma di dissenso.
Nelle settimane immediatamente successive alla sua introduzione,
le persone colpite da tale misura furono già 522. Dal novembre
del 1926 al luglio del 1943 il numero complessivo di quanti
incapparono nella condanna oscilla, in assenza di dati precisi,
tra le 12 e le 18 mila persone. In pratica, per diciassette anni
consecutivi, ogni dodici mesi furono inviate al confino da un
minimo di 705 ad un massimo di 1058 persone.
La pena confinaria era
inflitta da una Commissione provinciale costituita da cinque
elementi: il prefetto, cui spettava il compito di convocarla e
di presiederla, il questore che rivestiva il ruolo di pubblico
accusatore e di giudice al medesimo tempo, il comandante dei
carabinieri locali, il comandante della milizia e, infine, da un
procuratore del re con il compito di sancire la regolarità della
seduta e delle misure adottate. All’imputato era di fatto
comunicata solo la condanna senza alcun’altra giustificazione o
senza che avesse potuto in qualche modo istituire una propria
difesa. La seguente testimonianza di Giuseppe Scalarini, noto
caricaturista dell’”Avanti” arrestato nel dicembre del 1926
nella propria abitazione pochi giorni dopo aver subito una
pesante aggressione squadrista, assume un significato che va al
di là del singolo caso personale: “Ritornai nella cella,
barcollando sotto il peso di quei cinque anni. Cinque anni, e
senza nemmeno dirmi il perché”.
Le pene inflitte dalla
Commissione furono sempre molto pesanti: rara la condanna a un
solo anno, poco usata quella a due anni, assai frequente,
invece, la pena a cinque anni di confino che, altrettanto
spesso, era rinnovata al termine del periodo. Il direttore della
colonia di Ventotene, Marcello Guida, nel momento in cui stava
per aver termine la pena di cinque anni di confino del comunista
triestino Frausin Luigi, inviò al ministero dell’Interno la
seguente comunicazione:
“Il predetto, comunista
pericoloso e confinato, pur non avendo in colonia provocato
speciali rilievi, con la sua condotta si è sempre dimostrato
tenace conservatore dell’idea sovversiva e associato ai peggiori
elementi. Pertanto, ravvisandosi poco opportuno, nell’attuale
momento, il di lui ritorno allo stato libero, si propone che
egli venga, allo scadere del confino, trattenuto come internato
in questa colonia per la durata della guerra”.
Per riguadagnare la libertà non
era dunque sufficiente aver tenuto durante gli anni della pena
un comportamento non sanzionabile; il confinato doveva altresì
mostrare di essersi pienamente ravveduto e di essersi convertito
in maniera inequivocabile all’ideologia dominante. Ma anche una
volta riacquistata la libertà, l’incertezza e il timore di un
nuovo fermo la facevano da padroni mantenendo gli ex confinati
in uno stato di constante apprensione. Quanti furono condannati
al confino, inoltre, raramente potevano godere sia di amnistie
sia di qualsiasi altro atto di clemenza. Contro la decisione
assunta nei loro riguardi dal potere politico potevano solo
avanzare domande di ricorso che, però, furono nella maggior
parte dei casi respinte. Nel 1935, ad esempio, su 239 ricorsi
presentati nel periodo maggio-giugno ne furono respinti ben 203;
venticinque poterono godere di una riduzione di pena, nove
condanne furono commutate in ammonizione e solo due furono
accolti pienamente.
I motivi per cui si poteva
essere inviati al confino erano pressoché illimitati. Bastava
essere sorpresi a fischiettare “bandiera rossa”, oppure
possedere una foto di Giacomo Matteotti od avanzare critiche al
regime anche in maniera indiretta; si poteva anche incappare in
zelanti delatori pronti a denunciare frasi irriguardose o da
loro ritenute tali oppure, infine, semplicemente abbandonarsi a
un bonario motto di spirito. Nel suo libro “La catena”, Emilio
Lussu ricorda il caso di un venditore ambulante denunciato al
Tribunale speciale perché il suo tentativo di vendere al ribasso
la mussolina, una tela sottile di cotone, fu giudicato come un
gesto di sfida all’omonimo capo del Governo e un appello alla
rivoluzione. La seguente battuta “il Duca d’Aosta è sepolto a
Redipuglia, Vittorio Emanuele a Redipaglia e il duce a
Redipiglia”, fu pagata dal cinquantaduenne Guglielmo Carmignani
con due anni di confino, scontati tra Ventotene e San Mauro
Forte. Domenico Polimeri, classe 1898 e cieco, a Roma lavorava
vendendo giornali. Nel 1935 fu denunciato da un cittadino
perché, mentre strillava i vari titoli dei quotidiani, fu udito
pronunciare frasi ironiche sulla battaglia del grano.
Prontamente arrestato, nell’interrogatorio ammise di aver
ironicamente affermato che, nonostante Mussolini avesse vinto la
battaglia del grano, il prezzo del pane continuava ad
aumentare. Sebbene il rapporto della prefettura escludesse una
sua appartenenza a qualche partito sovversivo e malgrado le sue
difficili condizioni di salute, il capo del Governo lo condannò
al confino scontato a Ferrandina e nelle colonie di Ustica, di
Ponza e alle isole Tremiti. Quando nel marzo di due anni dopo,
per il suo stato di salute fu amnistiato, il Polimeri rispose al
ministro dell’Interno con una lettera ironica nella quale si
ringraziava per la magnanimità della riduzione della pena, ma
anche per “l’inaudita malvagità” con cui era stato trattato. Il
suo gesto fu prontamente ripagato con un nuovo arrestato e un
nuovo invio al confino scontato questa volta fino al 1940. Il
regime si spinse fino ad attribuire un significato politico alla
partecipazione ai riti funebri: due donne, assieme ad altri
diciotto concittadini di Monterotondo, furono inviate a Lipari
semplicemente per aver preso parte ad un funerale di un operaio
socialista. Questi esempi mostrano chiaramente come il regime
fosse pronto ad intervenire senza alcun riguardo contro quanti,
anche se in forme spontanee e istintive, si abbandonavano a
giudizi critici nei riguardi del Governo. Divenne inoltre
pratica usuale non solo, come si è detto, prolungare la pena
confinaria ma anche inviarvi quanti erano stati assolti dagli
stessi processi del Tribunale speciale. Vigilare, sorvegliare e
punire, dunque, fu il trinomio essenziale di quella macchina
poliziesca istituita dal fascismo che funzionò instancabilmente
per quasi un ventennio.
Se si analizza l’estrazione
sociale dei confinati emerge chiaramente come la schiacciante
preponderanza fosse costituita da operai, da braccianti e da
artigiani. Non mancarono però gli intellettuali, i tecnici, i
liberi professionisti, i giornalisti ed alcuni elementi
appartenenti all’Esercito. Sul piano politico, invece, la
maggioranza del popolo al confino fu rappresentata dalla
componente comunista cui si aggiunsero, man mano che si andarono
organizzando partiti e strutture clandestine, gli appartenenti
degli altri movimenti d’opposizione. Alta fu anche la presenza
della componente anarchica che, dopo una fase di riflusso nel
corso degli anni trenta, conobbe una considerevole presenza dopo
la guerra di Spagna.
Le località di confino
istituite, fra isole ed entroterra, furono più di 260 e le
condizioni dei confinati variavano da luogo a luogo. Gli
elementi ritenuti politicamente meno pericolosi furono inviati
lontani dalle colonie e dalle isole, in località per lo più
sperdute e disseminate nella penisola. Qui i confinati, che
diventavano tema di discussione e di curiosità perché con la
loro presenza rompevano la sorda monotonia di queste località,
erano sottoposti a una disciplina meno rigida. Pagavano però
questa migliore condizione con un maggiore isolamento e con
l’impossibilità di stringere più solidi legami con gli altri
confinati determinando così il venir meno dell’occasione di
poter realizzare a forme di assistenza e di mutualità fra
perseguitati. L’impossibilità di trovare un lavoro in ambienti
tradizionalmente depressi, li costrinse a vivere del magro
sussidio fornito loro dallo Stato dal quale erano decurtate
ulteriori quote che i confinati continuavano a inviare a casa
per il mantenimento della loro famiglia. Il provvedimento
confinario, infatti, oltre alla privazione della libertà
comportava la perdita del lavoro con la conseguenza di gettare
nell’indigenza intere famiglie private molto spesso dell’unica
persona in grado di avere un reddito. Il mutuo soccorso fra
perseguitati era quindi di vitale importanza. Chi era inviato
nelle isole, facendo ricorso alle organizzazioni esistenti,
riusciva a provvedere a quest’esigenza con maggiore facilità
rispetto ai confinati nell’entroterra. Valga l’esempio del
gruppo pugliese presente a Ponza che, dopo aver creato una mensa
regionale, risparmiava sul cibo limitandosi al consumo di pasta
e verdure inviando a casa i sussidi accantonati. Anche se con
il passare dei mesi i confinati dell’entroterra riuscirono a
stringere rapporti positivi con gli abitanti del luogo, il primo
impatto era estremamente difficile. Cesare Pavese, confinato nel
1935, descrisse il suo arrivo a Brancaleone nei seguenti
termini: “Tutta la cittadinanza a spasso davanti alla stazione
pareva aspettasse il criminale che, munito di manette tra due
carabinieri, scendeva con passo fermo diretto al Municipio”.
Totalmente diverso, come si evince dalla testimonianza di
Giorgio Amendola, era invece l’impressione di quanti giungevano
nelle colonie potendo vantare un certo passato cospirativo:
“Sentivo il calore dei compagni, l’organizzazione come una
famiglia, non ero solo”. La situazione dei confinati
nell’entroterra risultava ulteriormente aggravata dal difficile
contesto economico sociale delle realtà in cui erano
improvvisamente trasferiti. Le loro pessime condizioni si
trovano sintetizzate nel resoconto steso da Nazzareno Museo,
ispettore di Pubblica Sicurezza, dopo un’ispezione condotta nei
comuni della provincia di Matera:
“Le condizioni dei confinati
non sono generalmente soddisfacenti e risentono degli effetti
che producono il clima malsano, la scarsezza di acqua potabile,
le infezioni dovute alle febbri malariche prevalenti nella
maggior parte dei comuni della provincia”.
Nei luoghi in cui furono tradotti,
i condannati dovevano rispettare una serie di norme pena il
deferimento al Tribunale speciale. Al confinato era fatto
divieto di allontanarsi dall’abitazione senza preavvisare
l’autorità, doveva rispettare precisi orari sia per uscire di
casa sia per rientrare, non poteva frequentare esercizi pubblici
né prendere parte a riunioni e spettacoli, aveva l’obbligo di
presentarsi alle autorità nei giorni prestabiliti, doveva
portare con sé la carta di permanenza, mantenere buona condotta
e non dare adito ad alcun sospetto. La sua posta era censurata e
i suoi scritti controllati minuziosamente come del resto i suoi
libri e i suoi giornali. A queste norme di carattere generale si
aggiungeva poi l’obbligo di rispettare ogni decisione
dell’amministratore della colonia o del luogo che ospitava il
confinato che, in tal modo, era investito di un potere
legislativo. Attraverso le lettere inviate a Mussolini o ad
altre personalità del regime da alcuni confinati o dai propri
familiari, è possibile cogliere tutte le difficoltà e le
privazioni cui andarono incontro quanti furono condannati al
confino. Nelle missive, innanzitutto, si lamenta il controllo
costante esercitato a loro danno e la scarsa possibilità di
movimento loro concessa. La costante restrizione degli spazi
dove muoversi liberamente fece sì che il confino diventò, a
tutti gli effetti, un vero carcere all’aperto: “Le autorità
locali stanno riducendo il confino politico ad un vero carcere,
perché alla fine ci stringono a starcene in camera: le
passeggiate non si possono fare che vi mettono subito in
contravvenzione”. Con il passare degli anni ai confinati rimase
la possibilità di compiere una breve passeggiata da “automi”
sulla via principale che così era percorsa innumerevoli volte al
giorno, incontrando sempre le medesime persone che facevano la
stessa cosa. Questa monotonia era tipica delle giornate del
confinato accrescendo in lui sia la nostalgia dei propri cari e
della propria casa, sia il rimpianto per il lavoro abbandonato
e, inoltre, determinando uno stato di frustrazione che
scivolava nel più grigio sconforto. Oltre a queste privazioni,
espressioni tipiche di un sistema volto a limitare ogni libertà
individuale, i confinati denunciavano anche le pessime
condizioni in cui si trovarono a vivere. Fonte di lamentele
erano le precarie condizioni igieniche degli alloggi, le
ristrettezze alimentari, la privazione degli oggetti più banali
come le scarpe o il vestiario. Ancora più grave, poi, era la
situazione di coloro che avendo problemi di salute denunciavano
un peggioramento della loro situazione sanitaria per via
dell’assenza di adeguate cure, del vitto mediocre e delle
difficoltà patite per adattarsi al nuovo clima. Un insieme di
condizioni negative che avrebbero potuto diventare drammatiche
qualora fossero andati in porto i progetti elaborati fra il 1932
e l’anno seguente ed abbandonati per mancanza di fondi. In
quegli anni, infatti, il regime si spinse fino ad ipotizzare la
creazione di una vera e propria struttura concentrazionaria per
gli oppositori situata nel deserto del Sahara, a Gasr Bu Hadi,
località situata a cinquecento chilometri a sud di Tripoli.
Scarsissima vegetazione, mancanza assoluta d’acqua, temperature
che raggiungevano i 52 gradi all’ombra, queste le
caratteristiche del nuovo centro di detenzione che, se fosse
entrato in funzione, è lecito supporre sarebbe diventato un
modello da seguire ed applicare su più ampia scala.
Le colonie più note furono
quelle di Ponza, Ventotene, Ustica, Lampedusa, Lipari, Tremiti,
dove come si è detto erano concentrati i dissidenti ritenuti più
pericolosi. I confinati vi giungevano dopo lunghi viaggi a dir
poco allucinanti. L’antifascista Enrico Griffith, per fare un
esempio, impiegò 40 giorni per giungere da Parma all’isola di
Favignana. Un viaggio interrotto ogni volta con soste di 48 ore
in ogni carcere di transito, con i condannati “sempre
ammanettati e incatenati a gruppi di cinque persone”. Giunti a
destino erano accolti da una folla di curiosi pronti a
raccogliere notizie dal mondo e ad attendere i compagni di fede.
L’arrivo del piroscafo con nuovi detenuti o con la posta
costituiva, d’altronde, l’unico avvenimento degno di nota nella
vita delle isole. Ai nuovi arrivati in seguito era consegnata
loro la carta di permanenza e con questo atto cominciava la vita
confinaria. Nelle colonie i confinati erano generalmente
suddivisi in due categorie. Vi erano i politici, alloggiati in
cameroni che erano aperti alle sette del mattino e richiusi alle
diciannove di sera, e i cosiddetti manciuriani, cioè i
condannati al confino per i più svariati motivi. Questi erano
tenuti distinti dagli stessi confinati sia per mantenere la
segretezza, sia per motivi strettamente connessi ad orgoglio di
partito sia, infine, perché fra questa categoria si annidavano
spie e persone che avevano optato, in cambio della libertà, per
la collaborazione col regime. Il gruppo politico più organizzato
fu fin dall’inizio quello comunista capace di dar vita ad una
vera e propria struttura clandestina. Alla base vi erano i
simpatizzanti e gli associati, elementi reclutati all’interno
delle colonie stesse e su cui non si possedevano precise
informazioni, mentre ad un secondo livello si trovavano i membri
del Partito in attesa del vaglio della loro posizione. Vi era
poi la struttura clandestina vera e propria al cui vertice
risiedeva un Comitato direttivo. La struttura
dell’organizzazione era piramidale e prevedeva alla base gruppi
di quattro-cinque persone guidate da un fiduciario denominato in
gergo “amico”. Più amici collegati davano vita a un “parentado”
diretto da un “parente” e tre o quattro parenti costituivano
una famiglia. Ogni membro del Comitato direttivo era quindi in
contatto con un parente e responsabile di una famiglia. Grazie a
questa struttura i confinati furono capaci di dar vita a forme
organizzative che rinsaldarono fra loro i perseguitati politici
permettendogli di sviluppare un profondo senso di appartenenza
comune. In ogni colonia sorsero così vere e proprie biblioteche,
furono organizzati dagli elementi più preparati corsi di studio
collettivi mentre per sopperire alle ristrettezze economiche
furono create e gestite casse comuni, mense, spacci alimentari,
bar ed edicole mettendo a frutto l’esperienza pluriennale
maturata dai confinati in ambito cooperativo. Grazie a queste
attività, utilizzate oltre che dai confinati dagli abitanti
delle isole e dai militi stessi, era così possibile da un lato
migliorare sul lato pratico le proprie condizioni di vita,
dall’altro sviluppare quei servizi, come la scuola e le
biblioteche, che oltre a combattere l’abbrutimento
intellettuale, servivano come primo momento per la creazione di
nuovi quadri rivoluzionari. A Ustica la prima scuola fu creata
da Gramsci, Bordiga e Giuseppe Berti. I corsi previsti andavano
fino alla quinta elementare ed erano accompagnati da lezioni
complementari fra cui si segnalavano quelli di lingue, francese
e tedesco, e poi lezioni di matematica, storia e geografia.
Anche il lavoro educativo, ad ogni modo, si svolgeva sotto gli
occhi attenti dei militi che spesso, nelle lezioni tenute,
coglievano passaggi sovversivi puntualmente segnalati alle
autorità competenti. Una situazione ai limiti dell’assurdo che
culminò nella richiesta di incaricare del controllo “militi
intelligenti” capaci di comprendere il vero senso delle lezioni.
L’esperienza pedagogica, che si sviluppò anche nelle altre
realtà confinarie, proseguì nel tempo nonostante i divieti delle
istituzioni e la difficoltà di rompere il muro che separava il
mondo operaio, e dei lavoratori in genere, da quello
intellettuale. Scuole e corsi furono presenti anche a Ponza e a
Ventotene dove, sotto la direzione di Mauro Socciamarro, i
militanti delle Pci, riuniti in gruppi di tre persone, seguivano
le lezioni impartite da Li Causi e Pietro Secchia e studiavano i
classici del marxismo leninismo nonché le opere di Stalin. I
materiali di lavoro erano inviati ai confinati dalle case
editrici alle rispettive biblioteche che ne facevano richiesta,
ma nelle colonie giungevano per canali segreti anche libri,
giornali, opuscoli stampati all’estero, comunicazioni da parte
dei partiti, puntualmente diffusi in più copie. Vi arrivavano
nei modi più impensati, o semplicemente nascosti nelle valigie
a doppio fondo, ed erano poi occultati in luoghi altrettanto
insoliti. Tutto il materiale che giungeva nelle isole, in
particolar modo quello clandestino, era divorato con estrema
voracità: “Non una notizia scappa pur minuta che sia. Non una
sfumatura, un inciso, una distrazione, sfugge”. L’avvio degli
esercizi professionali e delle diverse attività economiche,
oltre a permettere di ricavare benefici sul piano pratico,
permise di rafforzare lo spirito dei confinati e le loro stesse
idee politiche. Il funzionamento dell’intero sistema messo a
punto, infatti, era fondato su un forte spirito egualitario e
collettivista. Tale linea, a lungo andare, non poté non
incontrare l’ostilità del regime che intervenne nell’intento di
spezzare lo spirito di solidarietà che animava queste attività.
Si cercarono quindi pretesti a volte completamente inventati al
fine di sottrarre ai confinati il controllo degli esercizi. E’
il caso dello spaccio di Ponza che fu espropriato dalla
direzione della colonia con la scusa infondata di alcuni reclami
avanzati dai fornitori. Su questo specifico episodio abbiamo la
lettera di protesta dell’addetto allo spaccio, Ferdinando Gadda,
inviata al ministero dell’Interno:
“Il giorno 11 aprile corrente
anno a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, il
sottoscritto amministratore dello spaccio confinati politici di
Ponza, inviava l’esposto allegato alla presente a codesto
ministero per informarlo della presa di possesso e gestione
diretta da parte della colonia dello spaccio suddetto e per
chiedere la restituzione di esso spaccio ai legittimi aventi
diritto e per essi al sottoscritto amministratore godente la
fiducia e il consenso della massa dei confinati. Poiché ha
motivo di credere che tale esposto non è pervenuto a codesto
ministero anche per il fatto che a un mese dalla data di
spedizione non gli è ancora stata consegnato il documento di
ricevuta ( come ho detto l’esposto fu inviato raccomandato con
ricevuta di ritorno) lo scrivente profitta della presenza a
Ponza di un ispettore generale di PS per consegnare ad esso, e
nella speranza che questa volta giunga a destinazione l’esposto
in parola. Lo scrivente insiste nella richiesta fatta in quanto
ancora oggi non vede il motivo della gestione diretta dello
spaccio da parte della direzione, la quale ha sempre esercitato
controllo sullo spaccio medesimo sia per l’arrivo della merce
sia per tutta la corrispondenza, pagamenti, etc. e anche per il
fatto che lo spaccio ha sempre affisso nei suoi locali i bilanci
che periodicamente venivano compilati”.
La fuga dalle colonie fu un
fatto assai raro. Si ricorda il caso singolo di Melchiorri
Vanni, che riuscì a fuggire in occasione di controlli medici a
Napoli, e l’evasione memorabile di Carlo Rosselli, Emilio Lussu
e Francesco Fausto Nitti avvenuta in motoscafo da Lipari il 27
luglio 1929. I tre, che ripararono inizialmente a Tunisi,
giunsero poi a Parigi via Marsiglia. L’avvenimento assume un
significato di svolta dato che da un lato le dichiarazioni dei
tre oppositori rese a Parigi di fronte alla stampa
internazionale segnarono un successo clamoroso dell’antifascismo
e delle sue ragioni, dall’altro determinarono un peggioramento
delle regole del confino provocando l’aumento della sorveglianza
e delle restrizioni. Più numerose furono invece le proteste che
si succedettero nelle diverse colonie in quanto “non passava mai
settimana senza che qualcuno fosse arrestato per futili motivi.
Quando i motivi non c’erano si creavano”. Le agitazioni,
nonostante queste provocazioni, furono sempre ben orchestrate.
Generalmente gli addetti ai servizi fondamentali venivano
esentati e, coloro che venivano tratti in arresto, potevano
contare sul supporto di un certo numero di avvocati disposti a
difenderli gratuitamente. Le prime proteste nelle isole ebbero
luogo a Lipari e a Ponza in occasione della riduzione del
sussidio giornaliero spettante ai singoli confinati. A causa
delle ripercussione della crisi economica, il 1° dicembre del
1929 il sussidio fu dimezzato passando da dieci a cinque lire
giornaliere. La protesta contro questo intervento prese il via
da Lipari dove più di duecento confinati rifiutarono di ritirare
la “mazzetta” e ventilarono di allargare la protesta dando
inizio allo sciopero della fame. Di fronte a quest’ipotesi il
ministero dell’Interno raccomandò ai direttori delle colonie di
impiegare “la massima vigilanza, oculatezza et fermezza”.
Furono inoltre date precise disposizioni al fine di individuare
i promotori della protesta che dovevano essere denunciati alle
autorità giudiziarie per contravvenzione agli obblighi del
confino. Il Comitato clandestino di Lipari sospese le proteste
il giorno 9 dicembre e poco dopo ventitré confinati furono
arrestati e fecero ritorno all’isola dopo quasi due mesi di
carcere. Nel corso del processo a loro carico svoltosi l’anno
successivo furono tutti assolti in quanto l’accusa di
violazione degli obblighi del confino appariva del tutto
insostenibile. A Ponza la protesta fu ancora più ampia e più
decisa coinvolgendo almeno quattrocento persone e protraendosi
fino al 20 dicembre. Inutile aggiungere che fu anche più pesante
la repressione che portò nelle carceri di Napoli centoventidue
persone parte dei quali rimase in prigione fino ai primi di
marzo dell’anno successivo. Nel febbraio del ’33, ancora a
Ponza, alle donne confinate fu vietato l’accesso ai locali
demaniali in cui erano alloggiati gli uomini. Alcune di loro
sfidarono l’ordinanza e perciò furono denunciate per violazione
degli obblighi di confino. Una nuova disposizione emanata nel
corso del mese di maggio ridusse poi il tempo da trascorrere
fuori dagli alloggi. Di fronte a questa nuova limitazione della
libertà il Comitato clandestino fece nuovamente ricorso allo
sciopero della fame, gesto che fra l’8 e l’11 giugno costò
l’arresto di ben centocinquantuno persone fra cui sette donne. I
promotori dell’agitazione, in tutto cinque, furono condannati a
dieci mesi e venti giorni di carcere, gli altri
centoquarantasette a cinque mesi di reclusione. Un’altra
agitazione si verificò nuovamente a Ponza nel 1935 più o meno
per le medesime ragioni. Questa volta una disposizione emanata
nel mese di maggio restrinse i diritti dei confinati e vietò la
possibilità di affittare camere in gruppo precludendo così
l’opportunità di riunione e di studio. Dopo aver inoltrato una
lettera di protesta al capo del Governo, centocinquanta
confinati rifiutarono di rispondere all’appello quotidiano e
restituirono il libretto di permanenza alla direzione. Gli
oppositori furono immediatamente consegnati nei cameroni e
deferiti alla magistratura sempre con l’accusa di violazione
degli obblighi di confino. Il processo svoltosi a Napoli si
concluse con condanne di quattro e cinque mesi di carcere. La
protesta più clamorosa, infine, ebbe luogo nel 1937 alle Tremiti
contro il tentativo da parte dell’amministrazione di introdurre
l’obbligo per i confinati politici del saluto romano. L’idea di
un tale provvedimento prese il via da Ustica e trovò il sostegno
dello stesso Mussolini che, con lo scopo di umiliare gli
antifascisti, pensò di estendere il provvedimento alle più
politicizzate colonie di Ponza e Ventotene. Il 7 luglio, a
Ustica, il confinato Isola Giuseppe per non aver salutato fu
arrestato e poi condannato a sei mesi di carcere. L’introduzione
del provvedimento nelle altre isole diede il via alle Tremiti,
il 22 luglio, ad una vera e propria rivolta con i confinati che
si impadronirono delle assi dei letti preparandosi ad
utilizzarle contro gli amministratori. Ne scaturì una
colluttazione che si concluse con quattro carabinieri contusi e
novantacinque arresti. La protesta continuò nei giorni e nei
mesi seguenti fino ad assumere un certo peso anche a livello
internazionale in quanto la notizia, diffusa da Radio Mosca, fu
ripresa dalla stampa estera. Mussolini fu quindi costretto ad
abbandonare i suoi propositi e per giustificare il fallimento
dell’iniziativa inviò ai direttori delle colonie l’ordine che “i
confinati non hanno diritto nelle colonie di confino politico ad
effettuare il saluto romano”. Il saluto romano rimase dunque un
atto volontario di quanti decidevano di capitolare e fu
destinato a scomparire progressivamente con il venir meno delle
fortune del regime.
Le periodiche proteste che
ebbero luogo nelle isole e la fermezza dei confinati nel
mantenere fede alle proprie idee rifiutando la sottomissione al
fascismo e a Mussolini, ebbero il merito di mantenere viva la
speranza degli antifascisti italiani e di mostrare come una
minoranza fosse disposta a pagare un alto prezzo per la propria
opposizione. All’interno delle colonie i perseguitati
rinsaldarono fra loro i legami e, anche se continuarono a
persistere atteggiamenti settari e forti distinzioni fondate
sulle diverse appartenenze politiche, furono poste le basi che
favorirono il futuro incontro delle diverse componenti
antifasciste. Il confino di polizia, nato con lo scopo di
annientare l’antifascismo, si trasformò quindi, paradossalmente,
in una scuola dalla quale fuoriuscirono i quadri che avrebbero
poi diretto la lotta di liberazione nazionale e permisero agli
uomini politici più preparati di apprendere sul campo le diverse
realtà della società italiana favorendo così la formazione di
una più consapevole coscienza nazionale.
Quando giunse il 26 luglio del
1943, negli uffici dei direttori delle colonie scomparve il
ritratto del duce per lasciare spazio solo a quello del re. Nei
giorni seguenti, mentre gli oppositori del regime lasciavano
alla spicciolata i luoghi dove erano stati relegati per anni, a
Ponza giungeva prigioniero Benito Mussolini.
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