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"Contro chi ha combattuto?" " Ho combattuto contro
il Governo italiano."
"A quante battaglie ha preso parte?"
"A molte. Non ho potuto contarle esattamente. Comunque
anche quelle a cui non ho preso parte furono portate
avanti sotto i miei ordini"
"Ha mai sparato?" "Sì. Diverse volte" (...)
"Sì ho ordinato di uccidere" (...) "La guerra è guerra".
Il processo
Il 15 settembre 1931, in un'aula del Palazzo Littorio di
Bengasi gremita sia di italiani sia di libici, aveva inizio un
processo ad un imputato particolare. Il suo nome era Omar al
Mukhtar, allora poco più che settantenne, leader indiscusso
della resistenza del popolo libico all'occupazione italiana.
Era stato catturato solo quattro giorni prima nel corso di uno
scontro armato e, in quell'occasione, era rimasto anche
lievemente ferito. Portato immediatamente nelle prigioni di
Bengasi, prima del processo subì un duro quanto sprezzante
interrogatorio da parte del vice governatore Graziani che,
nelle sue memorie, ricorderà: "Cerca di stendermi la mano,
ferrata, ma non lo può, perché non arriva. Del resto, non
l'avrei toccata".
Il processo a Palazzo Littorio ebbe inizio alle 17 di
pomeriggio e si protrasse per alcune ore. All'imputato furono
mossi ben 16 capi d'accusa che spaziavano dalle azioni di
guerra ai furti di bestiame. Omar al Mukhtar rispose a tutte
le imputazioni mossegli contestando quella riguardante l'alto
tradimento poiché, faceva notare, non era mai stato cittadino
italiano, né aveva mai accettato di sottomettersi al potere
coloniale. Per il resto ammise di essere il capo della
ribellione da almeno dieci anni e si assunse tutte le
responsabilità di ciò che in quel periodo era stato compiuto
contro l'Italia e gli italiani. La sentenza, ad ogni modo, era
già stata scritta prima dell'inizio del processo stesso. Alle
ore 20 i giudici emisero il loro giudizio che prevedeva la
condanna a morte dell'imputato.
Inutile fu l'accorata difesa sostenuta dall'avvocato
d'ufficio, il capitano Lontano, che, per via delle sue
parole giudicate troppo apologetiche, fu successivamente
punito con dieci giorni di rigore. Il giorno seguente, di buon
ora, Omar al Mukhtar fu condotto al campo di Soluch. Alle 9 di
mattina, anziché essere fucilato come aveva chiesto, fu
impiccato come un ladro comune davanti a 20 mila libici. La
sua esecuzione doveva servire da esempio per spezzare
irrimediabilmente ogni speranza di ribellione dei libici ed in
effetti, pochi mesi più tardi, il 24 gennaio 1932, il
governatore Badoglio poteva dichiarare che la rivolta in
Cirenaica era ormai completamente domata.
L'occupazione della Libia
Le mire coloniali italiane sulla Libia avevano preso piede
dopo che l'Italia aveva visto svanire l'opportunità di
appropriarsi della Tunisia sottoposta, nel 1881, ad un
protettorato francese. Di fronte a tale avvenimento gli
italiani cominciarono a guardare con un certo interesse alla
Libia, allora suddivisa in due distinte province, la
Tripolitania e la Cirenaica, entrambe sottoposte al controllo
dell'Impero ottomano. La strada da percorrere per arrivare a
Tripoli, però, era irta d'ostacoli e fu lunghissima. Nei
decenni successivi la diplomazia italiana lavorò attentamente
presso le cancellerie straniere al fine di ottenere il via
libera per il proprio insediamento in Africa settentrionale e,
contemporaneamente, integrò tali azioni con manovre di
penetrazione in campo economico. Un esempio è costituito dalle
attività del Banco di Roma che, istituita una sua succursale a
Tripoli, finanziò imprese ed attività commerciali. A questa
rete, stesa nell'arco di trent'anni, si aggiunse poi
l'appoggio che l'impresa cominciò a godere da parte
dell'opinione pubblica la quale assunse sempre più apertamente
una posizione in favore dell'occupazione. In questo senso
particolarmente importanti furono soprattutto i mesi tra la
primavera e l'estate del 1911 quando l'Italia "conobbe un
momento magico, di grande esaltazione, di collettiva
infatuazione". Il miraggio della quarta sponda investì gran
parte del paese e la Libia, da scatolone di sabbia, diventò
nell'immaginario una tra le più rigogliose terre del mondo.
Nonostante alcune autorevoli voci che si opponevano al
progetto, nel settembre del 1911 il capo del Governo
Giovanni Giolitti decise che era ormai giunto il momento di
passare all'azione e, il 28 dello stesso mese, l'ambasciatore
italiano a Costantinopoli consegnò la dichiarazione di guerra.
L'impresa italiana non incontrò inizialmente ostacoli
profilandosi come una semplice passeggiata militare. Al
contrario di quanto era stato previsto, però, le popolazioni
arabe anziché appoggiare gli italiani in chiave antiottomana
fecero causa con i turchi. La loro rivolta iniziata il 23
ottobre seguente a Sciara Sciat era destinata ad aprire un
periodo d'opposizione che si protrasse per un ventennio. Alla
rivolta araba gli italiani risposero adottando il pugno di
ferro: i fucilati e gli impiccati furono centinaia; almeno
tremila, invece, coloro che nel giro di un anno furono
deportati nelle isole Tremiti, a Ponza, a Ustica, a Gaeta e
Favignana.
Nonostante queste misure gli italiani si trovarono assediati
nelle città costiere e tentarono invano di porre fine al
conflitto estendendo la guerra al Dodecaneso. Fallita anche
questa operazione, non rimase che la strada della trattativa.
I negoziati di pace si aprirono in Svizzera nell'estate del
1912 e si conclusero, causa anche lo scoppio della prima
guerra balcanica, con l'accordo siglato il 18 ottobre di
quell'anno ad Ouchy.
L'accordo di pace con i turchi, tuttavia, non significò la
cessazione delle ostilità. Le truppe italiane, infatti, nel
loro tentativo di penetrare nel paese trovarono una forte
ostilità sia in Tripolitania sia in Cirenaica e i risultati
raggiunti poggiavano basi molto fragili destinate a crollare
con il divampare del primo conflitto mondiale.
Supportati dai turchi, gli arabi libici riuscirono a
riprendere il controllo delle regioni della Tripolitania e
del Fezzan e gli italiani si videro così costretti a ripiegare
sulla costa lasciandosi alle spalle fra morti, feriti e
prigionieri oltre 10 mila uomini. Nell'estate del 1915 gli
italiani conservavano solo il possesso delle città di Tripoli
e Homs in Tripolitania, di Bendasi, Tobrouck e di altri
piccoli centri in Cirenaica. Per la seconda volta nel giro di
pochi anni, dunque, gli italiani furono costretti a rendersi
conto dell'impossibilità di occupare pienamente la Libia e
così cercarono di venire a patti con i poteri locali. Nel
giugno del 1919, pertanto, i capi arabi ottennero lo statuto
per la Tripolitania, mentre per la Cirenaica l'anno seguente
fu rafforzato un accordo stipulato tre anni prima con Moahmed
Idris cui ora veniva concesso il titolo d'emiro ed un'ampia
autonomia di governo. Queste intese, però, furono di breve
durata. Nel 1921, infatti, con l'arrivo in Tripolitania del
nuovo governatore Giuseppe Volpi si assistette ad un cambio di
strategia e alla ripresa della politica della forza. In
Cirenaica accadde lo stesso e, nell'aprile del 1923, il
governatore della regione, il generale Bongiovanni, proclamò
la decadenza dei trattati stipulati in precedenza e Idris fu
costretto ad abbandonare il paese trovando rifugio in Egitto.
La ripresa delle campagne militari fra il 1922 e il 1925
portò in Tripolitania alla riconquista della zona definita
"utile", mentre l'avanzata in Cirenaica fu limitata
all'allargamento d'alcune teste di ponte già presenti. In
questa regione, del resto, le armate italiane dovettero
confrontarsi con il genio militare di Omar al Mukhtar.
Omar al Mukhtar
Omar al Mukhtar era nato all'incirca nel 1860 in Marmarica.
Dopo la morte del padre si era trasferito a Giarabuab e lì era
entrato in stretti contatti con la principale famiglia
sennussita accattivandosene le simpatie. I suoi studi alla
scuola cranica fecero sì che, all'età di quarant'anni, fosse
nominato capo della comunità religiosa di El Gsur. I Senussi
erano un'organizzazione musulmana, nata nel 1833 per
iniziativa di Alì al Senussi, la quale si proponeva il
rinnovamento dell'Islam e la liberazione dei paesi arabi da
qualsiasi influenza europea. Dopo la sua nascita, la Senussia,
aveva progressivamente esteso la sua influenza oltre che in
Cirenaica nell'Egitto occidentale e nella zona del Sahara
orientale.
Dal punto di vista organizzativo la Senussia era articolata
nelle zavie, ossia dei centri di potere politici e
religiosi periferici, grazie ai quali erano regolate le
attività commerciali, amministrative e quelle giudiziarie
delle popolazioni seminomadi. Nei confronti dell'occupazione
italiana il suo atteggiamento era stato il medesimo di quello
assunto nei riguardi dell'occupante ottomano: la Sanussia
riconosceva cioè agli stranieri una sovranità nominale ed il
controllo della zona costiera a patto che non fosse intaccata
la sua autorità all'interno del paese. Questa impostazione,
come si è visto, era stata formalizzata con gli accordi
sottoscritti tra gli italiani e il senusso Moamhed Idris che
poi fu costretto all'esilio.
Nel 1923, quindi poco più che sessantenne, Omar al Mukhtar
ricevette proprio da parte di Idris l'incarico di organizzare
la resistenza contro gli italiani. Un ritratto del leader
libico capace di tenere a lungo in scacco l'esercito italiano,
ci viene fornito da Rodolfo Graziani:
"Di statura media, piuttosto tarchiato, con capelli, barba e
baffi bianchi, Omar al Mukhtar era dotato di intelligenza
pronta e vivace; era colto in materia religiosa, palesava
carattere energico ed irruente, disinteressato ed
intransigente; infine, era rimasto molto religioso e povero,
sebbene fosse stato uno dei personaggi più rilevanti della
Senussia".
Il comandante delle Bande Irregolari Indigene di Apollonia,
Livio Dall'Aglio, cui Omar al Mukhtar fu consegnato dopo la
cattura, lo ha descritto invece nei seguenti termini:
"Gli occhi, vivacissimi, colpivano subito per una certa
espressione di malizia e di furbizia. Aveva un che di
grifagno, forse a causa di della forma leggermente arcuata del
naso e per la profondità delle rughe, che gli tagliavano la
fronte fin sopra le ciglia e gli incorniciavano la bocca
perdendosi nel mento, ma ne veniva fuori un'oscura nota
dolcezza che attraeva. A tutta prima, lo si poteva giudicare
superbo ed orgoglioso, ma dopo un esame più attento ci si
accorgeva che nella sua fierezza c'era molta nobiltà".
Con la nomina ricevuta da Idris cominciò il lungo periodo
nel quale Omar al Mukhtar si proclamò "capo del governo della
notte". Il patriota libico riuscì a creare un'organizzazione
snella, e strettamente collegata con le popolazioni locali,
che fu capace di tenere testa alle più forti, sia per numero
sia per armamento, formazioni militari italiane. La perfetta
conoscenza del territorio fu certamente un punto a suo favore,
ma egli poté contare sia sull'appoggio della popolazione e del
mondo rurale libico disposto ad accettare enormi sacrifici,
sia sull'aiuto proveniente dall'Egitto da dove Moamhed Idris
che gli inviava armi e rifornimenti. La sua struttura militare
arrivò al massimo a contare millecinquecento uomini i quali
agivano in maniera fulminea attaccando l'avversario e
sfuggendo repentinamente alla sua morsa.
Una tattica del logoramento che poté essere stroncata soltanto
facendo ricorsi ai metodi di lotta più duri e terribili. Omar
al Mukhtar, ha scritto lo storico Angelo del Boca, "colpisce,
poi si ritira e svanisce nel nulla, creando nell'avversario,
che ricerca invano una battaglia risolutiva, rabbia e un senso
di frustrazione". Con il suo "esercito della fede" Omar al
Mukhtar riuscì a mantenere di fatto il controllo del
territorio pungendo costantemente gli avamposti italiani - in
dieci anni si contarono 53 combattimenti e i 210 scontri - e
contemporaneamente continuò a percepire le imposte e a gestire
l'amministrazione della giustizia.
Nel luglio del 1930, Badoglio inviò a De Bono una relazione
nella quale evidenziava sia il prestigio sia le grandi
capacità del combattente libico:
" La ribellione si impernia su di un uomo che gode di
un'autorità e di un prestigio assoluti. Omar al Mukhtar non
divide il suo potere con alcuno. Ha solo luogotenenti devoti e
disciplinati. (...) In tutti i momenti ed in ogni circostanza
la sua sola ferma volontà detta legge. E' abilissimo come
comandante e come organizzatore".
L'occupazione dell'oasi di Giarabub e l'arrivo di Badoglio e
Graziani
Il processo di penetrazione da parte degli italiani, nel
frattempo, non si era certo arrestato. Contrariamente a quanto
era avvenuto in passato, l'esercito modificò la sua
impostazione sfruttando il più possibile le unità mobili ed
utilizzando per l'occupazione colonne estremamente leggere.
Nel febbraio del 1926 una colonna guidata dal colonnello
Ronchetti si spinse fino all'oasi di Giarabub, centro
senusssita dove era accertata sia la presenza di ribelli sia
il contrabbando d'armi. La marcia delle truppe italiane
avvenne in tre tappe e il 7 febbraio il capo dell'oasi si
presentò ai vertici militari italiani compiendo atto di
sottomissione. Dopo una momentanea sosta delle operazioni,
all'inizio del 1928 l'occupazione faceva nuovi passi avanti
grazie alla conquista d'importanti capisaldi lungo il 29°
parallelo, ovvero sulla linea che congiungeva la Tripolitania
alla Cirenaica.
Questo permise al maresciallo Badoglio di assumere, nel 1929,
il governatorato d'entrambe le colonie. Giunto a Tripoli il 24
gennaio, il nuovo governatore emanò due proclami. Il secondo,
rivolto ai libici, terminava con toni minacciosi nei confronti
di quanti intendevano contrastare "l'invincibile forza
dell'Italia" promettendo loro la più dura inflessibilità. Lo
stesso anno, nel mese di novembre, Rodolfo Graziani iniziò le
operazioni per la riconquista della regione del Fezzan. La
campagna fu articolata in tre distinte fasi. Negli scontri con
i patrioti libici l'esercito italiano perse circa duecento
uomini, ma riuscì a costringere le principali figure della
resistenza a riparare in Algeria o nell'oasi di Cufra in
Cirenaica.
Alla fine del mese di marzo i reparti italiani non avevano
ormai più ostacoli e si spinsero fino al limite estremo
della Tripolitania.
A quella data il territorio libico era ormai controllato dagli
italiani per circa tre quarti. A resistere rimaneva solo
l'oasi di Cufra e l'altopiano del Gebel dove agiva appunto
Omar al Mukhtar. Il 10 gennaio del 1930, Badoglio inviò un
dispaccio al vicegovernatore Siciliani esponendo la sua
strategia per eliminare l'ultimo baluardo d'opposizione:
"Continui rastrellamenti e vedrà che salterà fuori ancora
qualcosa. Si ricordi che per Omar al Mukhtar occorrono due
cose: primo, ottimo servizio d'informazioni; secondo, una
buona sorpresa con aviazione e bombe iprite. Spero che dette
bombe le saranno mandate al più presto".
Per stanare l'anziano e astuto combattente i metodi
convenzionali non erano però sufficienti. Se ne rese conto
Graziani che nel mese di giugno compì un vasto rastrellamento
ottenendo risultati alquanto modesti. Di fronte all'insuccesso
del vicegovernatore della Cirenaica, Badoglio impartì una
durissima direttiva: "Bisogna anzitutto creare un distacco
territoriale largo e ben preciso fra formazioni ribelli e
popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la
gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della
popolazione cosiddetta sottomessa". Ma, nonostante questo, la
via era ormai tracciata ed era necessario perseguirla -
concludeva senza alcuna pietà - "anche se dovesse perire tutta
la popolazione della Cirenaica".
Per avere la meglio su Omar al Mukhtar era necessario
fargli attorno terra bruciata. Il primo provvedimento in tal
senso fu l'esproprio dei beni mobili ed immobili delle zavie
senussite cui fece seguito la deportazione di 33 capi
religiosi ad Ustica. Contemporaneamente, a partire dal 27
giugno 1930, ebbe inizio lo sgombero totale dell'altopiano
cirenaico. Il costo di tale operazione fu pesantissimo: almeno
100 mila libici furono deportati dal Gebel e poi dalla
Marmarica nei numerosi campi di concentramento allestiti dal
fascismo dove ad attenderli vi erano la fame, le malattie e le
immancabili violenze. 40 mila di loro morirono in prigionia.
Eliminato il sostegno interno, Graziani cercò di aumentare
ulteriormente l'isolamento dei patrioti libici bloccando i
rifornimenti provenienti dall'esterno ed in particolare
dall'Egitto. Nel giro di pochissimi mesi fu a tal fine
costruito un lungo reticolato che, partendo dal golfo di
Sullum, percorreva quasi trecento chilometri terminando poco
oltre l'oasi di Giarabub. Privo ormai di qualsiasi appoggio e
braccato da ben quattro battaglioni di ascari eritrei, Omar al
Mukhtar riuscì a resistere ancora per un anno potendo contare
su un numero di fedelissimi che però, con il passare dei mesi,
si assottigliava sempre più.
"I beduini - rispose a chi gli domandò come aveva fatto a
sopravvivere negli ultimi mesi - sono come gli uccelli
dell'aria, si accontentano di poco e trovano da mangiare anche
dove non ce n'é". Dopo la serie di provvedimenti assunti da
Graziani per Omar al Mukhtar era però impossibile continuare
ad oltranza nella sua battaglia. L'11 settembre del 1931 una
pattuglia di Savari intercettò Omar e i suoi uomini.
Vi fu una breve sparatoria e il cavallo del guerrigliero
libico rimase colpito; al Mukhtar cercò di nascondersi, ma
fu scoperto e riconosciuto. Fu immediatamente trasferito al
porto di Apollonia per poi essere tradotto a Bengasi. Il suo
trasferimento via mare fece perdere in lui la speranza di un
intervento dei suoi guerriglieri per liberarlo. Pochi giorni
dopo, come si è detto, Omar al Mukhtar veniva giustiziato dopo
un processo farsa e alla resistenza libica non rimasero che
pochi mesi di vita. L'ultimo colpo inferto al protagonista
dell'opposizione all'occupazione coloniale italiana, è storia
recente. Nel 1979, infatti, il regista siro-americano Mustapha
Akkard, portò a termine un lavoro cinematografico nel quale
erano narrate le vicende di Omar al Mukhtar. L'anno seguente
il film, intitolato il Leone del deserto e comprendente
attori dal calibro di Antony Quinn e Oliver Reed, uscì in
tutte le sale del mondo eccezion fatta per l'Italia. A porre
il veto fu l'allora sottosegretario degli esteri Raffaele
Costa a giudizio del quale la pellicola ledeva l'onore
dell'esercito.
BIBLIOGRAFIA
·
Italiani, brava gente?,
di A. Del Boca - Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, pp. 165 -
184.
·
Gli italiani in Libia,
di A. Del Boca, vol. II - Mondadori, Milano 1993.
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L'Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie,
sconfitte,
di A. Del Boca - Mondadori, Milano 2002.
·
Omar al Mukhtar, credente e stratega,
di A. Del Boca, in Nigrizia, 1° aprile 1998.
·
Le ultime ore del Garibaldi della Libia,
di P. A. Paganini, in Storia Illustrata, 272, luglio
1980, pp. 46-54. |