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mercoledì
8 aprile 2009
La
sconfitta della paura
Il FMLN vince le
elezioni presidenziali in Salvador
di Andrea Necciai |
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COPYRIGHT
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Dopo due
decenni di guerra civile e di governi dispotici, in Salvador
il bastione di una delle oligarchie più reazionarie
dell’intero continente latinoamericano si è finalmente
sgretolato. Alle elezioni presidenziali tenutesi il mese
scorso il candidato del Fronte Farabundo Martì (FMLN),
Mauricio Funes, si è imposto con il 51% dei suffragi sul
candidato della destra nazionalista dell’Alleanza Repubblicana
Nazionalista (ARENA), espressione di un regime ventennale solo
formalmente “democratico” ma nella sostanza repressivo e
sanguinario.
La storica
affermazione elettorale del FMLN, il partito nato dalla
guerriglia che negli anni 80 e 90 seppe tener testa al più
potente e meglio armato esercito salvadoregno, testimonia che
il Salvador è finalmente riuscito a “vincere la paura”. La
paura delle possibili rappresaglie di Washington in caso di
una svolta “a sinistra” di questo piccolo Paese dove 2 milioni
di lavoratori emigrati negli Stati uniti contribuiscono
attraverso le loro “remesas” in denaro a tenere a
galla la sua fragile economia; ma soprattutto la paura di non
farcela, anche questa volta, a vincere il confronto elettorale
con ARENA, dopo le precedenti “sonore” sconfitte segnate da
brogli clamorosi e da campagne di terrore montate
dall’oligarchia salvadoregna, sempre con il supporto
finanziario e propagandistico degli Stati uniti.
La vittoria
della sinistra salvadoregna giunge nel momento in cui in tutta
la “Patria grande” soffiano venti di cambiamento. Trascinate
dall’esempio del Venezuela di Hugo Chavez e dal suo progetto
di “Alternativa Bolivariana per le Americhe” (ALBA), che parla
finalmente di autonomia e di integrazione per tutti i Paesi
dell’America latina, le forze progressiste guadagnano terreno
ora anche in Centroamerica, da sempre considerato il “cortile
di casa” degli Stati uniti, vale a dire terra di sfruttamento,
di golpes e di “repubbliche delle banane”
amministrate dai soliti dittatori-fantoccio.
L’affermazione
del FMLN è anche il frutto di un ventennio di lotte che ebbero
il loro apice tra il 1980 e il 1992, l’epoca del conflitto
armato che provocò almeno 75.000 vittime tra combattenti e
civili, e che vide parte della popolazione imbracciare le armi
come estremo gesto di ribellione alla miseria e alle
ingiustizie sociali.
Dopo la firma
degli Accordi di Pace del 1992, il FMLN è diventato per tutti
i Paesi dell’area un solido punto di riferimento per la lotta
contro le politiche neoliberiste, miranti a facilitare la
privatizzazione di imprese e servizi sotto l’egida dei governi
filoamericani e sotto la protezione degli apparati di
sicurezza locali. In questa difficile tappa i dirigenti e i
militanti farabundisti, nonostante molti dissidi interni ed
alcuni errori strategici, hanno saputo sviluppare un’indubbia
maturità politica e, dopo aver subito non poche batoste
elettorali, sono infine riusciti a rafforzare il loro legame
con le fasce più deboli della popolazione, sostenendone
istanze e diritti.
Così, dopo i
successi alle ultime elezioni amministrative dello scorso
gennaio, il FMLN centra finalmente l’obiettivo delle
Presidenziali e si propone come nuova forza di governo per il
prossimo quinquennio. Il presidente eletto Mauricio Funes, che
inizierà il suo mandato a giugno, si impegnerà a mettere in
pratica un ambizioso programma frutto di mesi di consultazioni
con le basi popolari e con gli altri settori della società
salvadoregna. Il progetto di Funes è incentrato sulla
“responsabilità dello Stato nell’assicurare il diritto del
popolo all’istruzione, alla salute, alla cultura, al cibo e
alla parità dei sessi; anche l’economia sarà orientata al
conseguimento di questi obbiettivi. Nel suo programma si legge
chiaramente la volontà di rivendicare i diritti delle
popolazioni indigene, la priorità della creazione di nuovi
posti di lavoro grazie al sostegno alle piccole e medie
imprese, la ferma opposizione a nuove privatizzazioni nel
settore dei servizi pubblici e la lotta alla corruzione.”*
Realizzare
tutti questi propositi richiederà uno sforzo straordinario in
termini di mobilitazione di tutte le parti sociali, ma anche –
e soprattutto – di negoziazione con le altre forze politiche e
imprenditoriali. Un’altra debolezza è rappresentata dal fatto
che il FMLN non possiede la maggioranza in parlamento (cosa
che potrebbe, in taluni casi, mettere a rischio la
governabilità del Paese). Per di più la destra, sebbene sia
uscita sconfitta dalle elezioni, è ancora in grado di
“influenzare” il sistema giudiziario e mantiene saldamente il
controllo delle Forze armate, della Polizia e di gran parte
degli apparati burocratici statali. A tutto ciò si deve
aggiungere che l’economia del Salvador dipende quasi
totalmente da quella statunitense - a causa dei Trattati di
Libero Commercio imposti sotto le ultime legislature di ARENA
- e dalle “rimesse” dei lavoratori emigrati negli States.
Il compito è
davvero improbo, in una realtà dove la miseria, la
disuguaglianza e la violenza, vale a dire le tre maggiori
piaghe del “Pollicino d’America”, rappresentano i veri nemici
da combattere. Il popolo salvadoregno ha scelto per il
cambiamento, ora tocca al nuovo governo fare la sua parte.
NuestrAmerica Aprile 2009
* Da “El Salvador:
la esperanza venció al miedo” – La Jornada, Angel Guerra.
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tratto da:
Resistenze.org
http://www.resistenze.org/ |
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