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TEL AVIV, 17 aprile (Daan
Bauwens, IPS) – Dopo la sbrigativa chiusura dell'indagine
interna sulla cattiva condotta dei soldati israeliani
durante l'assalto a Gaza, una breve rassegna delle
dichiarazioni di ufficiali dell'esercito pubblicate mesi
prima dell'inizio della guerra suggerisce che tale cattiva
condotta non era casuale ma frutto di una precisa strategia.
L'indagine della Polizia
Militare sulla cattiva condotta di soldati israeliani durante
la guerra di Gaza è stata chiusa all'inizio di questo mese
dopo soli 11 giorni. L'IDF, l'Esercito di difesa israeliano, è
stato costretto ad aprire l'indagine dopo che il quotidiano
israeliano Haaretz il 19 marzo ha pubblicato
testimonianze di soldati israeliani in base alle quali le
truppe avrebbero preso di mira volontariamente civili
palestinesi inermi e compiuto intenzionalmente atti di
vandalismo contro le loro proprietà.
Le singole testimonianze dei soldati sono state raccolte a un
corso che si teneva all'accademia militare Rabin. I testimoni
hanno rivelato che un'anziana è stata colpita intenzionalmente
da una distanza di circa 90 metri, che un'altra donna e i suoi
due bambini sono stati uccisi dopo che i soldati israeliani li
avevano fatti uscire dalla loro casa attirandoli sulla linea
di fuoco di un cecchino, e che i soldati avrebbero sgombrato
le case sparando a vista su chiunque.
Uno dei soldati ha affermato che le disinvolte regole di
ingaggio a volte equivalevano a un “assassinio a sangue
freddo”.
In un comunicato stampa diffuso il 30 marzo, l'Avvocato
Militare Generale di Brigata Avichai Mendelblit ha liquidato i
racconti dei soldati sulla presunta cattiva condotta e sulle
gravi violazioni delle regole di ingaggio dell'esercito
definendoli “dicerie e non esperienze di prima mano”.
Le organizzazioni dei diritti umani B'Tselem, Yesh Din e
Medici per i Diritti Umani hanno risposto con un comunicato
congiunto affermando che “la chiusura sbrigativa dell'indagine
fa sospettare che l'apertura stessa del caso costituisse
semplicemente un tentativo dell'esercito di lavarsi le mani
della responsabilità per ogni azione illegale commessa durante
l'Operazione Piombo Fuso”.
Secondo il comunicato reso pubblico dalle organizzazioni
israeliane dei diritti umani, l'indagine interna ha trascurato
le “accuse in base alle quali diversi ordini impartiti durante
le operazioni militari erano illegali”. E, inoltre, “il
Dipartimento Indagini Criminali della Polizia Miliare ha
deciso di concentrarsi sui singoli soldati, scelta né efficace
né affidabile”.
In altre parole, concentrandosi sulla cattiva condotta di
singoli soldati la Polizia Militare si è attenuta alla linea
adottata dall'ex ministro della Difesa Ehud Barak secondo cui
l'IDF avrebbe agito secondo “i più alti criteri morali ed
etici”. Barak ha espresso questi commenti in un'intervista
radiofonica dopo la pubblicazione delle testimonianze.
“La risposta ai razzi Qassam è stata sproporzionata e le
testimonianze dei soldati non fanno che dimostrare quanto
brutale fosse la situazione sul campo”, ha dichiarato all'IPS
l'esperta legale Valentina Azarov. Azarov lavora per HaMoked,
il Centro per la Difesa dell'Individuo, un'associazione dei
diritti umani con sede a Gerusalemme Est.
“Le operazioni facevano parte della strategia militare
chiamata 'dottrina Dahiyah', che consiste in uccisioni
indiscriminate e nell'uso di una forza eccessiva e
sproporzionata”, ha detto Azarov, specificando che questa era
la sua opinione personale.
Azarov ha indicato però varie fonti e articoli che dimostrano
come l'Esercito di difesa israeliano stesse mettendo a punto
una nuova strategia militare, ispirata al bombardamento di
Dahiyah, il quartiere residenziale sciita di Beirut
considerato una roccaforte di Hezbollah durante la seconda
guerra del Libano nel 2006.
Una descrizione della dottrina è apparsa per la prima volta in
un'intervista con il capo del Comando Settentrionale Gadi
Eizencout pubblicata sul quotidiano israeliano Yedioth
Ahronoth il 3 ottobre 2008.
Nell'intervista Eizencout conferma la volontà dell'esercito
israeliano di applicare una strategia militare basata
sull'esibizione di forza e l'attacco indiscriminato contro
civili e siti non militari. “Quello che è accaduto al
quartiere Dahiyah a Beirut nel 2006 accadrà a ogni villaggio
che lancerà razzi contro Israele. Applicheremo una forza
sproporzionata e infliggeremo enormi danni e distruzione. Dal
nostro punto di vista questi non sono villaggi civili ma basi
militari... la prossima guerra dovrà essere decisa
rapidamente, aggressivamente e senza cercare l'approvazione
internazionale”.
E ancora: “questa non è una raccomandazione, è un piano ed è
già stato approvato”.
Questa dottrina militare fu in seguito confermata da due altri
strateghi. Il Colonnello Gabriel scrisse un rapporto
pubblicato il 2 ottobre 2008 dal think tank militare
indipendente, l'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza
Nazionale (INSS) di Tel Aviv, in cui diceva: “Con uno scoppio
delle ostilità l'IDF dovrà agire prontamente, in maniera
decisiva e con una forza sproporzionata alle azioni del nemico
e alla minaccia che esso rappresenta. Una tale risposta mira a
infliggere danni e a somministrare una punizione di
proporzioni tali da rendere necessari lunghi e dispendiosi
processi di ricostruzione”.
Un altro rapporto dell'INSS, scritto dal Generale Maggiore
Giora Eiland, si spinge oltre. Eiland afferma che durante la
seconda guerra del Libano Israele stava combattendo contro il
nemico sbagliato (Hezbollah), e che nella prossima guerra
avrebbe dovuto prendere di mira il governo e le infrastrutture
civili.
In un articolo su Ynet, influente sito di informazione
israeliano, il Generale Maggiore Eiland afferma: “L'unico
aspetto positivo dell'ultimo conflitto è stato il relativo
danno causato alla popolazione del Libano. La distruzione di
migliaia di case di 'innocenti' ha permesso a Israele di
conservare un po' del suo potere deterrente”.
“Emerge che non c'era la volontà di conformarsi ai principi
basilari del diritto umanitario internazionale, come il
principio della distinzione o l'obbligo di usare le giuste
precauzioni prima di lanciare un attacco”, dice Azarov. “Le
testimonianze dei soldati esemplificano inequivocabilmente il
fatto che era questo l'obiettivo primario di tutta la guerra;
era sistematico e basato su decisioni strategiche, e sarebbe
dunque estremamente difficile giustificare l'affermazione
secondo la quale certe azioni sono state frutto del caso”.
Alcuni articoli pubblicati da Haaretz pochi giorni dopo
l'inizio della guerra avevano già rivelato come la Divisione
per il Diritto Internazionale dell'IDF avesse imbrigliato la
legislazione per colpire legittimamente i civili palestinesi.
Il rapporto rivelava che il piano di bombardare la cerimonia
di chiusura di un corso di polizia era stato oggetto di
discussioni interne mesi prima dell'inizio della guerra.
I difensori dei diritti umani israeliani stanno rinnovando la
richiesta di un'indagine indipendente ed esaustiva sul modo in
cui l'Esercito israeliano ha gestito il conflitto. “Non
crediamo che l'esercito sia in grado di indagare su se
stesso”, ha detto all'IPS Melanie Takefman, portavoce
dell'Associazione per i Diritti Civili in Israele. “È evidente
che c'è stato un uso sproporzionato della forza e crediamo che
su questo si debba indagare, visto che viviamo in una società
trasparente e democratica”. |