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Questo articolo
vuole richiamare l’attenzione delle lettrici e dei lettori su
alcune riflessioni relative al 1969 il cui significato ha
rappresentato un passaggio politico importante nella storia
italiana e nel contesto internazionale. Le Compagne e i Compagni
che intenderanno partecipare a questa discussione con contributi
scritti, copie di documenti, di giornali di fabbrica e
fotografie saranno tutti benaccetti. Sono trascorsi 40 anni dal
1969 che è stato definito, in modo assai riduttivo “autunno
caldo”; in realtà è stato molto di più, perché le lotte operaie
a cui si erano unite quelle studentesche e altre categorie
sociali avevano superato i margini sindacali della sola
resistenza economica.
Diversi
intellettuali e politici hanno sostenuto e sostengono ancora
tesi mistificanti dicendo e scrivendo che il 1969 era stato un
prodotto del 1968 o peggio ancora altri hanno sostenuto che
l’esperienza del ’69 era stata “determinata” addirittura dalla
presenza dei gruppi extraparlamentari. È stato ed è ancora un
modo come un altro per negare ed oscurare l’alto livello di
autonomia politica che i lavoratori avevano acquisito in quella
stagione. Tante volte, i gruppi sono stati sopravalutati
politicamente, in realtà essi trovavano l’humus della propria
sopravvivenza, soltanto sul terreno del riformismo che, come
oggi, non era in grado di dare alcuna risposta politica
all’offensiva del grande capitale. Purtroppo, per le sue
contraddizioni interne, anche il PCI non riuscì a dare a questi
gruppi una vera ed organica risposta di classe soprattutto sul
piano strategico e della prospettiva socialista.
Usare strumentale, da parte della borghesia,
questi piccoli gruppi non era difficile per deviare l’opinione
pubblica dalle istanze di classe contenute nelle lotte del
movimento operaio e questo permetteva alle rappresentanze
politiche del capitale di svolgere un’azione tesa a raggiungere
determinati obiettivi:
1°- collocare i
gruppi extraparlamentari nell’alveo del pensiero politico e
culturale del PCI.
2°- identificare
in questi gruppi la base ideologica dell’origine del terrorismo
per come si è sviluppato negli anni successivi con i gruppi
armati autosedicenti di “sinistra”.
3°- affermare, in
questo modo, che i gruppi extraparlamentari e il terrorismo
trovavano la propria origine nello stesso ceppo comunista del
PCI e dell’URSS.
4°- utilizzare la
critica di questi gruppi nei confronti del PCI, per coprire da
“sinistra” la funzione del riformismo che operava per
disarticolare il movimento operaio.
5°- utilizzare i
gruppi fascisti in azioni terroristiche di massa e la polizia in
azioni repressive, quando il riformismo dimostrava di non essere
in grado a frenare le lotte operaie e i comunisti, ovviamente,
per coprire le responsabilità degli apparati e dei poteri
occulti nelle stragi di stato.
Le
schermaglie e gli scontri tra i gruppi di “sinistra” e quelli di
destra, non davano alcun contributo politico alle lotte dei
lavoratori, anzi venivano strumentalizzate dalla DC per
sostenere la tesi degli “opposti estremismi”. Negli anni
successivi, anche le azioni dei gruppi armati che
rappresentavano “l’evoluzione” militare di minuscole minoranze
di alcuni gruppi di “sinistra”, oggettivamente, svolgevano una
funzione di consolidamento e non di instabilità del potere
politico della borghesia, come venne ben analizzato dal
politologo Giorgio Galli nel suo libro “il partito armato”
(ed. Kaos). Egli fa notare che i
gruppi armati si “sinistra” non furono mai un vera minaccia per
lo stato e furono sempre infiltrati e usati in senso
anticomunista, nonché molto tollerati dai sevizi segreti e da
alcuni apparati dello stato. Praticamente, le azioni dei gruppi
extraparlamentari dal 1969 in poi, dei gruppi armati di
“sinistra” e dei gruppi stragisti di destra vennero
abbondantemente usate per fare passare leggi restrittive sulla
libertà individuale e collettiva; ma,
soprattutto per imporre dei provvedimenti repressivi contro le
lotte dei lavoratori.
Molti rappresentanti dei gruppi
extraparlamentari (figli di piccola e media borghesia di
formazione cattolica) andavano in piazza a lanciare slogan del
tipo “viva la dittatura del proletariato”, “fascisti borghesi
ancora pochi mesi”, “fra 5 o 10 anni l’Italia sarà rossa”,
“fascisti carogne tornate nelle fogne”, ecc. Dopo l’ondata
emotiva di quel periodo e dopo aver annusato il profumo delle
briciole offerte dal capitale, molti di questi “rivoluzionari”
sono stati miseramente traghettati nelle file del centrodestra
sotto l’ala protettrice della “dittatura della borghesia”.
Questi “sessantottini” che si sentivano dei “grandi generali”
(senza esercito come Sinistra Proletaria, Potere Operaio, Lotta
Continua, Avanguardia Operaia, PC(ml)I “Servire il Popolo” e poi
Democrazia Proletaria, Lotta Comunista, ecc.), dalla fine degli
anni ’70; poco alla volta, facevano le file per entrare e
cercare qualche “posticino” nei sindacati e nei vari partiti:
CGIL, CISL e UIL, PSI, PDS, Verdi, Radicale fino a Forza Italia,
ecc. Venti anni dopo, gli stessi “generali” soprattutto del
gruppetto cosiddetto di “Democrazia Proletaria”, decidevano di
entrare nel nascente movimento della Rifondazione comunista e
altri successivamente nel PdCI, per dirigere “il rozzo popolo
delle salamelle delle feste de L’Unità”. Da allora questi
“grandi rivoluzionari”, in modo molto opportunistico, si sono
riportati dietro la stessa concezione ideologica piccolo
borghese “socialdemocraticista” che, oggi, sta alla base del
cosiddetto “Partito Sociale”.
Molte volte,
essi sono stati strumenti controllati dal sistema e facilmente
usati in funzione antiPCI e antiCGIL, che in quel periodo,
rappresentavano le organizzazioni più importanti dei comunisti e
della classe operaia che stava dando vita al grande movimento
dei Consigli di Fabbrica. L’illusione di questi gruppi
autosedicenti “avanguardie politiche”, avrebbe dovuta essere
quella di sottrarre le masse dall’influenza del revisionismo del
PCI e della CGIL per “guidarle” sulla “via della rivoluzione
proletaria”. In realtà, sono stati loro ad essere assorbiti nei
meccanismi del capitale e il loro massimalismo era soltanto
pragmatismo e cioè l’altra faccia della medaglia del riformismo.
Tutto ciò non faceva che favorire il PSI, la CISL e la UIL,
naturalmente la DC che governava il paese e l’ala destra interna
del PCI. Il risultato finale è stato che la borghesia ha
rafforzato il suo potere, i fascisti non sono finiti nelle
fogne; ma, al contrario oggi sono al governo, il revisionismo e
il riformismo non sono stati scalfiti, anzi si sono rafforzati,
tanto che il riformismo ha vinto e il PCI
è stato distrutto grazie anche al grande contributo di questi
“grandi maestri e generali della rivoluzione”.
In
realtà, il 1969 è stato un
formidabile e grande terremoto sociale di potente intensità che,
paragonato a quelli naturali, è stato preceduto da alcune
piccole scosse premonitorie e poi seguito ancora da altre minori
cosiddette di assestamento.
Ecco, che il 1968 ha rappresentato un importante segnale
politico che deve essere pienamente valorizzato per le
rivendicazioni e le lotte del movimento degli studenti che
annunciavano, appunto, l’arrivo di qualcosa di ben più grande
che stava maturando e arrivando e che avrebbe coinvolto l’intera
nostra società.
Quali erano le forze
politiche in campo, in quel momento? Il quadro politico era
costituito dal governo Rumor a cui è succeduto quello di
Forlani, entrambi DC, come sempre sostenuti dai socialisti;
mentre il PCI era all’opposizione. Le coalizioni politiche di
centrosinistra erano nate dopo le grandi mobilitazioni popolari
che avevano fatto cadere il Governo DC di Tambroni sostenuto dai
fascisti del MSI, nel 1960. Il fermento
politico interno ai vari partiti era determinato non solo dalle
loro contraddizioni interne, ma anche dalle forti sollecitazioni
esterne di massa che crescevano sempre di più nella società e
che ponevano dei problemi sempre più grandi anche alle
componenti riformiste e cattoliche che in quel momento erano
rappresentate dai socialisti e dai
socialdemocratici, dai sindacati CISL e UIL e dalle ACLI. Le
loro azioni politiche entravano in simbiosi, oggettivamente, con
le forze governative, con i socialisti e con la corrente di
destra interna al PCI capeggiata da Amendola
tra i cui seguaci vanno ricordati l’attuale Presidente della
Repubblica Napolitano e il Segretario nazionale della CGIL Lama
(succeduto a Novella nel 1970), oltre ai vari rinnovatori,
miglioristi, istituzionalisti e riformisti come Macaluso,
Cossutta ed altri più giovani come Occhetto, D’Alema, Veltroni,
Fassino, Ferrara, ecc. Nel
1964 Amendola,
fu uno
dei maggiori sostenitori del socialdemocratico Saragat per la
sua elezione alla Presidenza della Repubblica
e fin dal 1965
teorizzava la necessità di un unico partito di sinistra
comprendente i comunisti, i socialisti e i socialdemocratici. In
“contrapposizione” ad Amendola c’era l’ala cosiddetta
movimentista del PCI di cui Ingrao era il riferimento che
sosteneva, sostanzialmente, la necessità di un’alleanza con il
mondo cattolico. Da questa contraddizione interna, alcuni
aderenti alla corrente movimentista vennero allontanati dal PCI
i quali diedero vita a “il manifesto”.
Il ruolo che
doveva svolgere il riformismo (esterno ed interno al PCI) era
quello di segregare le lotte dei lavoratori nei confini della
legalità borghese, allo stesso modo con cui il PSI lo aveva
svolto nel biennio rosso ’19-’20. Il riformismo ha sempre
operato per egemonizzare e mutare la
natura della Confederazione Generale del Lavoro per farla
correre in aiuto alle crisi del capitalismo e frenare le lotte
del movimento operaio. In questa direzione, insieme a CISL e UIL
nate nel ’48 per volontà della DC, della
Confindustria, del Vaticano, della CIA e dei poteri occulti
(soprattutto la massoneria) il riformismo ha sempre operato per
spaccare l’egemonia comunista e dividere la classe lavoratrice.
Essi rivendicavano l’”autonomia” dai partiti con lo scopo
di spezzare il rapporto politico che c’era tra la CGIL e il PCI
e l’egemonia culturale di questo sulla Classe Operaia. Ieri come
oggi, la CISL e la UIL continuano ad agire per disarticolare il
movimento di classe dei lavoratori e trasformare
l’organizzazione sindacale in strumenti corporativi di
sudditanza allo stato e alle aziende capitalistiche.
Il vero
supporto ideologico, politico e organizzativo al movimento
operaio che entrava in maniera dirompente nel conflitto di
classe con le sue lotte contro il grande capitale era dato: a)
dal PCI che contava ca.1,5milioni di iscritti di cui oltre il
40% di provenienza operaia i cui quadri erano presenti per oltre
il 40% negli organi dirigenti del partito; b) da una CGIL con
milioni di iscritti e con forti connotazioni di classe,
soprattutto la Fiom, autonoma dagli industriali e dal governo;
c) da un grande movimento di Consigli di Fabbrica, articolato in
tutto il Paese, nato proprio con la formazione spontanea di
delegati di reparto nei primi anni ’60 nelle lotte a cominciare
dagli elettromeccanici e da altre categorie di lavoratori. Basta
ricordare che il 1969 in Italia aveva contato un numero di
ca.8milioni di scioperanti con oltre 300milioni ore di sciopero,
contro ca.4milioni di scioperanti
con 74milioni di ore di sciopero
del 1968 - (dati ISTAT).
Sul piano
elettorale il PCI contava oltre 8milioni di voti nel 1968 e
oltre 9milioni di voti nelle elezioni successive del 1972. In
quell’anno il Segretario Nazionale del PCI era Luigi Longo,
mentre il Segretario nazionale della CGIL
era Agostino Novella di origine
operaia che, molto giovane, aveva partecipato alle lotte del
"biennio rosso" del ‘19/’20 e poi alla resistenza antifascista.
Come tutte le esperienze storiche dei
lavoratori, anche il 1969 era l’erede di grandi lotte svolte
dalle precedenti generazioni del proletariato come quelle,
appunto, del “biennio rosso ’19-‘20”.
Politicamente, questi due anni erano stati diretti dalla rivista
“Ordine nuovo” fondata da Gramsci che indicava nei Consigli di
fabbrica la base su cui avrebbe dovuta essere edificata la
società socialista nel nostro paese. Il vento della Rivoluzione
d’Ottobre del 1917 e l’esperienza dei Soviet avevano influito
molto positivamente sulle lotte operaie mondiali e in Italia;
ma, l’elemento politico centrale era determinato dall’azione
politica dei comunisti e dalla presa di coscienza della classe
operaia e del movimento consiliare italiano. In questa fase
storica Gramsci elabora e sviluppa le analisi sulla natura del
Sindacato, sulle strutture Consiliari, sul riformismo, sul
massimalismo e sul Partito politico della classe operaia e
quindi sui rapporti politici che dovevano (e devono)
intercorrere tra i CdF, il Sindacato e il Partito Politico.
Tutti elementi di estrema attualità e da cui dovremmo trarre
insegnamento! In pratica, l’analisi di
Gramsci indicava come indica ancora oggi che la costruzione di
un Partito Comunista è determinata dalla necessità interna alla
lotta di classe e dal legame organico con la classe operaia che
non possono più trovare nel riformismo, alcuna soluzione delle
contraddizioni del capitale.
A livello mondiale, il 1968 era
stato caratterizzato da lotte di studenti in Giappone, negli
USA, in altre parti del mondo e in Europa soprattutto in
Francia. Anche in Italia cominciavano a prendere corpo
importanti mobilitazioni di studenti e il ’68 si chiudeva con i
primi scioperi di alcune grandi fabbriche del nord e con le
lotte dei braccianti di Avola
in cui la repressione del Governo DC provocava la
morte di due braccianti e 48 feriti. In questo modo si apre il
1969 ed esplodono scioperi di centinaia di migliaia di
lavoratori in Toscana, Sicilia, Campania,
Puglia, Veneto, Lazio contro le “gabbie salariali”,
per migliori condizioni di vita e di lavoro, nuovi contratti,
per le pensioni, contro il caro vita, per il diritto alla casa,
ecc. Nel mese di febbraio, la CGIL proclamava lo sciopero
generale a cui, successivamente, aderirono anche la CISL e la
UIL per la riforma delle pensioni sociali e di anzianità,
il sistema contributivo, la scala mobile,
gli assegni familiari e l’abolizione delle “gabbie
salariali”.
Le lotte operaie e
del PCI riuscivano a coinvolgere anche il movimento degli
studenti e cominciavano ad assumere alcuni tratti politici anche
di carattere internazionalista. Con la visita di Nixon a Roma,
in tutta Italia veniva proclamata una giornata di mobilitazione
antimperialista contro la Nato e la guerra USA in Vietnam. In
quella occasione, utilizzando le provocazioni di alcuni gruppi
fascisti, si scatenò la repressione della polizia che provocava
un morto, decine di feriti e centinaia di arresti. Anche a
Milano ci furono violenti scontri nei pressi del Consolato
Americano tra i manifestanti e le forze di polizia.
L’insegnamento più importante della lotta di liberazione del
popolo Vietnamita era quello che anche a fronte di possibili
trattative, la lotta non avrebbe dovuto mai essere sospesa.
Questa indicazione influenzò molto positivamente anche le stesse
lotte operaie del nostro Paese negli anni ’60 e ’70, che
entravano sempre di più in contrasto con le prime politiche
concertative del riformismo del PSI, della destra del PCI e
della CGIL e naturalmente della CISL e della UIL.
Nello stesso
periodo iniziarono ad entrare in sciopero impiegati, tecnici e
ricercatori a fianco degli operai delle
grandi aziende come la Fiat, Pirelli, Magneti Marelli,
Sit-Siemens poi Italtel, Aem, Alfa Romeo, Falck, ecc. Queste
lotte si estendevano sempre di più anche nel sud del paese e a
seguito della minaccia di chiusura del tabacchificio di
Battipaglia in cui lavoravano oltre 600 lavoratrici, le operaie
diedero vita a una delle più forti mobilitazioni del meridione.
Anche qui, la repressione della polizia provocava la morte di un
giovane e di una donna, per i quali venne
indetto uno sciopero generale che mobilitò milioni di
lavoratori e lavoratrici in tutta Italia.
Intanto, la repressione della polizia continuava ad estendersi
anche a Roma, Firenze, Milano parallelamente ai licenziamenti
attuati dagli industriali nei confronti di
attivisti sindacali e militanti comunisti. Di fronte al
fatto che il riformismo non riusciva più ad arginare, frenare e
controllare le lotte dei lavoratori, le classi dominanti
cominciarono ad utilizzare e finanziare i gruppi di destra
aprendo la stagione nera della “strategia della tensione”.
Il 25 aprile del 1969, diverse
bombe vennero fatte esplodere al padiglione Fiat nella
Fiera e alla stazione ferroviaria di Milano.
Milioni di
lavoratori erano in uno stato di agitazione permanente nelle
grandi fabbriche del nord e del sud del Paese per conquistare
migliori condizioni di vita, di lavoro e l’agibilità sindacale e
politica. Nelle assemblee i lavoratori spinti dalla necessità di
controllare ciò che avveniva nell’organizzazione del lavoro
nella propria Azienda, rivendicavano il riconoscimento dei
propri delegati di reparto e quindi l’organizzazione dei
delegati in Consigli. La critica ai rappresentanti delle
Commissioni Interne si delineava sempre di più con una forte
differenziazione tra le loro funzioni nelle nascenti strutture
Consiliari e quelle sindacali incorporate dalle CI. Di
conseguenza crescevano gli scontri politici tra i delegati di
fabbrica e i funzionari sindacali soprattutto con i riformisti e
quelli della CISL e della UIL che avevano come hanno ancora oggi
una concezione corporativa dei rapporti di lavoro.
Era una fase di
transizione verso un’economia industriale che comportava
mutazioni nell’organizzazione del lavoro e della produzione con
l’introduzione di nuove tecniche e tecnologie nella fabbrica che
coinvolgevano sempre di più la responsabilità diretta degli
stessi lavoratori. Questi problemi non potevano più essere
affrontati e risolti con la sola azione sindacale che entrava
sempre di più in collisione con il ruolo emergente dei delegati
di reparto. Cioè, si stava delineando una contraddizione tra la
democrazia diretta e di base generata dai lavoratori la cui
necessità era quella di comprendere ed avere una visione
complessiva dei cicli lavorativi-produttivi e la classica
democrazia delegata e rappresentativa sindacale. In realtà era
in corso il consolidamento del fordismo e non il suo
superamento, come qualche intellettuale e politico come Revelli
e il socialdemocratico Bertinotti ed altri hanno tentato di
sostenere (negli anni successivi) sostenendo che il Toyotismo
rappresentava una nuova fase che avrebbe superato il modello
fordista. Peggio ancora altri come il liberale americano
J.Rifkin che ha parlato addirittura di fine del lavoro e,
purtroppo, anche alcuni pezzi di sinistra, ci hanno pure
creduto.
Le catene di
montaggio, la forte parcellizzazione del lavoro in
micro-mansioni, l’introduzione dei primi elementi di
micro-elettronica, l’informatica, l’automazione e la robotica
con i processi di proletarizzazione degli strati impiegatizi,
tecnici e di una parte di quadri aziendali e di piccola
borghesia (piccoli commercianti caduti in rovina), insieme a
tutti quelli che determinavano la produzione di un oggetto
finito, rappresentavano processi su cui era necessario
intervenire. Ogni lavoratore si identificava sempre di più con
la produzione e cominciava ad acquisire la coscienza attraverso
cui individuava nella sua funzione un pezzo del suo lavoro,
della sua personalità nella produzione attraverso la catena di
montaggio in un insieme collettivo di classe. Il carattere
sociale della produzione era l’elemento fondante della
centralità della fabbrica e del rapporto tra la classe operaia
con tutta la società. Ogni reparto di lavoro e di produzione
rappresentava un momento di resistenza economica ma anche un
momento di lotta politica conto il capitale. Ogni gruppo
omogeneo rappresentava un pezzo dell’insieme della linea di
produzione in cui veniva definito il proprio ruolo nei rapporti
di produzione capitalistici di una determinata Azienda. Oggi, le
RSU, come le vecchie CI, non sono in grado di controllare né
contrattare nulla nei singoli reparti e nei processi di
trasformazione della materia nelle linee di produzione. I loro
compiti si riducono al “controllo” della disciplina del lavoro,
a notificare le crisi aziendali e rilevare il tesseramento
sindacale.
Il 1969 ha
dimostrato che la classe lavoratrice era riuscita a rivelare
tutta la sua capacità di aggregare diverse alleanze intorno a
se, soltanto nel conflitto sociale e nella contraddizione
capitale-lavoro; coinvolgendo intorno alle proprie lotte
contadini, braccianti, pubblico impiego, studenti e persino i
pastori in Sardegna che scesero in lotta occupando le terre per
i disastri provocati nell’isola dalle manovre militari delle
basi Nato. È un periodo che molti delegati riportavano le loro
esperienze di fabbrica direttamente nelle assemblee studentesche
in diverse scuole medie superiori e nelle università. Ancora una
volta ritornava in tutta la sua attualità l’elaborazione teorica
gramsciana sulle capacità organiche della classe operaia e sulla
potenzialità delle sue strutture consiliari che rilanciavano la
questione del controllo e della gestione della produzione. In
altre parole, venivano messi in discussione i rapporti di
produzione capitalistici direttamente nei luoghi di lavoro.
Nel mese di agosto del 1969, un
altro passo della “strategia della tensione” si manifestò con
altre bombe fatte esplodere su alcuni treni mentre un’altra
venne ritrovata a Roma. Nel frattempo, altre
lotte si articolavano per la casa, i trasporti, la salute, il
diritto allo studio, la parità salariale tra lavoratrici e
lavoratori, la sicurezza e l’ambiente partendo proprio
dall’interno della fabbrica che era divenuta il centro di tutta
la società. Nel mese di settembre venne indetto lo sciopero
generale dei metalmeccanici, poi seguito anche dagli edili,
chimici, marittimi e farmaceutici. Il livello dello scontro di
classe fece un salto di qualità con grandi manifestazioni
di massa alla cui testa erano soprattutto i metalmeccanici e i
quadri comunisti delle grandi fabbriche. Vennero assunte anche
forme di lotta sempre più incisive come gli scioperi a
scacchiera e articolati, picchetti, cortei interni nelle
Aziende, blocchi delle merci, occupazioni di molte fabbriche
fino alla gestione diretta della produzione di altre.
Venne indetta un’altra grande
mobilitazione antimperialista in tutto il mondo a cui aderirono
centinaia di milioni di manifestanti che condannavano
l’imperialismo USA per la guerra in Vietnam. In quella giornata
di lotta in Italia sono state protagoniste le grandi fabbriche e
intanto un’altra bomba venne scoperta al cinema Brancaccio di
Roma. Nello stesso periodo viene indetto lo sciopero generale
nazionale per la casa e per le riforme sociali e al termine di
una manifestazione sindacale presso il teatro Lirico a Milano,
la polizia attacca i cortei dei lavoratori fino ad estendere gli
scontri anche all’Università Statale. In questa occasione
avviene la collusione frontale di due mezzi della PS che provoca
la morte di un agente. Nel mese di novembre esplode un ordigno
alla lapide del Partigiano e un altro contro la caserma dei
carabinieri in piazza del Popolo a Roma.
Le lotte dei lavoratori non davano
alcun segno di cedimento per il rinnovo dei CCNL e della lotta
per i diritti e la democrazia in fabbrica. Esse raggiunsero la
punta più elevata, quando
il 28.11.1969, centinaia di
migliaia di lavoratori e lavoratrici metalmeccanici/che decisero
di sfilare a Roma in una grande manifestazione nazionale per
dare una risposta alla rottura delle trattative da parte della
Confindustria. Al centro delle manifestazioni non c’era soltanto
la richiesta di aumenti salariali, ma la qualità del lavoro, il
modo di produzione, il controllo dell’Organizzazione del Lavoro
e la democrazia in fabbrica. L’alta
partecipazione agli scioperi di molte altre categorie di
lavoratori, la crescente simpatia e solidarietà del popolo verso
i lavoratori in lotta, l’unione degli studenti con gli operai
rappresentava un grande momento di unità e di egemonia culturale
di classe che si estendeva nel paese e si rifletteva
positivamente anche dentro la stessa CGIL e il PCI con un
significativo aumento di nuovi iscritti. Queste forti
mobilitazioni dei lavoratori diedero un primo grande risultato
politico storico che pose le basi alla successiva approvazione
dello “Statuto dei Lavoratori”.
Non a caso,
il 12.12.1969
una bomba viene fatta
esplodere nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in
Piazza Fontana a Milano provocando diciassette morti e
ottantotto feriti. Era la STRAGE DI STATO!
Subito dopo, in piazza della Scala, venne trovata un’altra bomba
nella Banca Commerciale e nella sede della Banca Nazionale del
Lavoro a Roma esplose un ordigno che ferì 14 persone. Un’altra
bomba deflagrò sotto il portabandiera dell’Altare della patria
dove esplose un terzo ordigno che provocò 3 feriti. Ancora una
volta, le indagini vennero tutte orientate provocatoriamente sui
comunisti, la sinistra parlamentare ed extraparlamentare e
soprattutto su ambienti anarchici che rappresentavano l’anello
più debole della sinistra. Lo scopo principale era quello di
fermare l’evoluzione della lotta della classe operaia del nostro
Paese, di colpire a morte il movimento dei Consigli di Fabbrica
embrioni di un nuovo potere e di una nuova democrazia
alternativa alla società borghese, di spaccare il movimento
sindacale isolando la CGIL e soprattutto impedire, in tutti i
modi, la salita al potere del PCI. Tutto ciò venne confermato
nel ventennio successivo dal ruolo svolto dalla massoneria, dai
servizi segreti nazionali e internazionali, dalle forze di
destra, da pezzi di apparato dello stato, dalle forze
governative e soprattutto dalla P2 a cui faceva parte l’attuale
presidente del consiglio Silvio Berlusconi.
Il 13 dicembre 1969 l’Italia
antifascista si mobilitava e una
settimana dopo, la Fiom e i metalmeccanici vinsero la loro
battaglia con la conquista del nuovo CCNL in cui vennero
riconosciuti gli aumenti salariali, le 40 ore di
lavoro settimanale, i diritti sindacali, l’agibilità politica e
sindacale nei luoghi di lavoro, il riconoscimento dei Consigli
di Fabbrica, ecc. Alla fine di dicembre vennero effettuate, per
la prima volta le assemblee retribuite per la consultazione dei
lavoratori nei luoghi di lavoro. Le mobilitazioni e gli scioperi
continuarono contro le rappresaglie degli industriali nei
confronti degli attivisti sindacali e dei comunisti che si erano
posti all’avanguardia delle lotte dell’”autunno rosso” in
fabbrica. Insomma, il 1969 ha
rappresentato una grande ed entusiasmante stagione di lotta, un
periodo di grande fioritura e creatività operaia, la produzione
di centinaia di giornali e bollettini di fabbrica, un vero e
proprio movimento politico di classe nel Paese. La bandiera
delle lotte era stata presa saldamente e direttamente in mano
dalla classe operaia che si era posta alla testa delle grandi
mobilitazioni sociali anticapitaliste, antimperialiste,
antifasciste e antirepressive ponendo le basi per la costruzione
di una nuova società. Con la conquista dello “statuto dei
diritti dei lavoratori” (legge
n. 300 del 20.05.1970), la
classe operaia era riuscita a trasferire, un pezzo della
Costituzione Italiana all’interno dei luoghi di lavoro e di
produzione!
Il 1969 fu
un anno che aprì il decennio successivo ad altre grandi lotte e
a nuove conquiste fino al biennio ‘79/’80 in cui, dopo
l’assassinio di Aldo Moro (1978) e
dell’operaio sindacalista-comunista dell'Italsider di Genova il
compagno Guido Rossa (1979) per mano delle brigate cosiddette
“rosse”, ci fu la drammatica sconfitta
operaia nella FIAT che segnò l’inizio di una discesa del
movimento dei CdF, del movimento sindacale di classe e del PCI,
soprattutto grazie alla funzione svolta dal riformismo che si
era reso complice dello spostamento sempre più a destra
dell’asse politico del paese rendendo un grande servizio
politico-ideologico all’imperialismo USA, alla Massoneria, agli
Industriali, al Vaticano e a tutta la borghesia.
In tutti questi elementi politici risiedono (forse) le chiavi di
lettura dell’evoluzione politica successiva a partire dallo
scioglimento del PCI e dei CdF, lo sviluppo del craxismo e del
berlusconismo, la nascita del PDS, del movimento di Rifondazione
Comunista e poi del PdCI, il fallimento elettorale
dell’arcobaleno, la nascita del PD, la scomparsa della sinistra
e dei comunisti in Parlamento e lo strapotere dell’erede della
P2 Silvio Berlusconi.
Forse, la
costruzione di un nuovo e unico Partito Comunista di massa, un
sindacato di classe e il superamento delle RSU per la creazione
di nuovi C.d.F. in Italia passa attraverso la comprensione di
tali processi! |