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È prima di
tutto un pessimo accordo per le lavoratrici e i lavoratori
quello sottoscritto ieri tra Cisl, Uil, Ugl e Confindustria.
Si abbassano matematicamente le paghe nel contratto nazionale,
sostituendo all’inflazione programmata la cosiddetta “Ipca”,
cioè un’altra inflazione programmata, decisa invece che dal
governo da un’autorità terza. Da qui viene poi tolto il costo
dell’energia importata, mentre la paga di riferimento per gli
aumenti non è più quella di fatto, ma quella minima tabellare.
Si rende così impossibile il semplice adeguamento dei salari
rispetto all’inflazione reale, mentre si rinuncia
definitivamente alla possibilità che i contratti nazionali
possano aumentare le retribuzioni per recuperare quanto perso
nel passato. Mentono quindi quei dirigenti sindacali che
dicono che questo accordo serve ad aumentare le paghe. Questo
accordo serve invece a ridurre il salario certo in cambio di
quello variabile e aleatorio, legato alla produttività e
all’andamento delle aziende. E’ la stessa operazione che
vent’anni fa fu compiuta ai danni della scala mobile. Oggi
essa viene compiuta contro il salario garantito dal contratto
nazionale.
Si aggiungono
poi due aggravanti. La prima è la clausola di dissolvenza del
contratto nazionale, che viene affermata con la possibilità
per le aziende di derogare, con accordo sindacale locale, alle
paghe e alle normative del contratto. Una clausola di questo
tipo in un momento di crisi economica è una pistola alla
tempia nei confronti di ogni lavoratore. L’altra aggravante è
il sistema autoritario che governerà tutta la futura
contrattazione. Altro che allargamento degli spazi. Il sistema
che viene varato con le norme applicative dell’accordo del 22
gennaio è una sorta di catalogo dei delitti e delle pene per
sindacati, rappresentanti aziendali, lavoratori. Con questo
sistema qualsiasi delegato di fabbrica, prima di andare a
chieder qualcosa alla direzione, farà bene a munirsi di un
buon avvocato. Perché tutto è controllato dai vertici, fino
alle commissioni confederali. Nella sostanza né il contratto
nazionale, né quello aziendale ci sono davvero più. Rimane
solo un sistema barocco pieno di rinvii e istanze, nel quale
il confronto continuo tra burocrazie delle imprese e
burocrazie sindacali giustificherà entrambe.
Ma se questo
è il giudizio, la ovvia domanda è: “perché Cisl e Uil
sottoscrivono quell’intesa?”. Innanzitutto per due ragioni. La
prima è la rassegnazione. L’idea che nulla si può ottenere con
il conflitto, il totale cedimento all’ideologia nazionale del
“siamo tutti nella stessa barca” – a cui segue spesso il
corollario: “e lasciamo in pace l’uomo solo che è al timone” –
l’accettazione dell’idea della complicità sindacale,
teorizzata dal Ministro del Lavoro Sacconi. Un’altra ragione è
dovuta all’idea di guadagnarci. Dal riconoscimento del
governo, delle imprese, dagli enti bilaterali, dalla gestione
di interessi esterni a quelli della contrattazione. Ma
entrambe queste ragioni sono solo una parte della verità. Il
cedimento della Cisl e della Uil è anche il punto di arrivo
dopo vent’anni di una strategia confederale che, nel nome
della compatibilità e della concertazione, ha progressivamente
portato lontano dalla realtà del lavoro il mestiere
istituzionale del sindacato. Questo accordo si firma oggi, in
tempi di crisi, quando qualsiasi ragionamento di mero buon
senso dovrebbe far contrattare altro a sindacati e imprese. Ma
l’avvio del negoziato è di più di un anno fa e la discussione
confederale su di esso ancora precedente. La Cisl e la Uil
hanno accelerato e rotto il passo, ma anche la Cgil deve
interrogarsi su come siamo arrivati fin qui. Se siamo entrati
nella crisi con i sindacati organizzativamente più forti
d’Europa e con le paghe e i diritti dei lavoratori tra i più
bassi del continente, vuol dire che qualcosa di fondo non ha
funzionato negli anni della concertazione.
Dietro
quell’accordo c’è l’idea di un regime sindacale autoritario
verso i lavoratori, per questo la Cgil dovrà organizzare la
resistenza e l’alternativa ad esso. Ma questo si può fare solo
mettendo in discussione la pratica e la cultura del sindacato
della concertazione.
Il no della
Cgil può essere allora una grandissima opportunità. La scelta
costituente di un sindacalismo democratico in grado di
rappresentare i più avanzati interessi del mondo del lavoro.
L’arroganza della Confindustria, di Cisl e Uil sono anche
determinate dalla convinzione che la Cgil possa dire oggi no,
ma si prepari domani a dire dei sommessi sì. Bisogna toglier
loro anche il barlume di questa speranza. Occorre dunque una
nuova piattaforma sindacale, molto più avanzata di quella
degli anni della concertazione, ma anche una nuova pratica
sindacale, che azienda per azienda, contratto per contratto,
renda vano l’accordo separato e lo trasformi in un totale
fallimento.
A chi obietta
che questa linea distrugge l’unità sindacale, non solo si deve
rispondere che sono gli accordi separati ad averla liquidata,
ma che un’unità dei sindacati fondata sull’unione degli
intenti con il governo e con le imprese non è l’unità dei
lavoratori. E’ l’unità delle burocrazie contrapposta alla
frantumazione e alla sfiducia dei lavoratori. Se vogliamo
ricostruire l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori,
dobbiamo aprire un conflitto di fondo con il modello sindacale
che propongono Confindustria, Cisl e Uil.
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Rete 28 aprile della Cgil |