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24 aprile 2009
Riscrittura della storia e criminalizzazione del
dissenso nell'Unione Europea
di Collettivo Autorganizzato
Universitario dell’Università di Napoli
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COPYRIGHT
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Lo scorso 2 aprile il parlamento europeo ha
approvato una risoluzione che sancisce l'equiparazione di
nazismo, fascismo e comunismo. Questa risoluzione si basa
sul revisionismo storico più sfacciato, spiana la strada ad
un uso sempre più indiscriminato del "reato di opinione",
estromettendo dal dibattito storico-politico ed
imbavagliando chiunque esprima parere contrario alla Verità
di Stato che è stata costruita. A pochi giorni
dall'anniversario della Liberazione ci sembra fondamentale
ricordare chi fu vittima e chi invece carnefice e quali
realmente furono le forze capaci di liberare l'Italia e
l'Europa dal nazifascismo.
di seguito una nostra riflessione in merito
alla risoluzione...
Fra qualche mese saremo
chiamati a dare ancora una volta il nostro voto alle
elezioni europee: andremo a fare il nostro dovere di bravi
cittadini, scegliendo questo o quel partito - in perfetta
libertà - un sorriso di soddisfazione quando avremo messo la
scheda nell'urna... Tutto bene, dunque. Ma ci siamo mai
chiesti, fuori dalla retorica dominante, cos'è l'Unione
Europea, quale sia il progetto di questa gigantesca realtà
politico-economica, su cosa intenda fondare la sua unità?
Domande apparentemente banali, certamente legittime, che
forse ci potrebbero far capire qualcosa in più sulla nostra
situazione concreta, su ciò che viviamo ogni giorno.
Un'occasione per fare queste
profonde riflessioni ci è offerta da una
Risoluzione approvata il 2 aprile 2009
dal Parlamento Europeo. Accolta favorevolmente da 553
deputati (con soli 44 no e 33 astensioni), degna dunque di
tutta la nostra considerazione, la Risoluzione verte sul
nobile tema: “Coscienza europea e totalitarismo”. A guardare
il messaggio manifesto, pare ci si voglia spiegare secondo
quali bei principi si intende costruire lo spazio della
“civiltà europea”. Ma in verità, grattando solo un po',
escono fuori gli interessi ben poco edificanti di chi vuole
riscrivere la storia, limitare la ricerca
scientifica e proibire certe opinioni politiche.
Ma vediamo meglio il testo
della Risoluzione, partendo da quella sfilza di “visto...”
che in ogni documento ufficiale traccia la mappa dei
riferimenti ideali, il solco in cui il nuovo provvedimento
si inserisce. Eccoli qui: la Risoluzione 1481 del Consiglio
d'Europa (26/01/06) “relativa alla necessità di una condanna
internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti”,
la Proclamazione della “Giornata europea della memoria per
le vittime dello stalinismo e del nazismo” (23/09/08), la
Dichiarazione di Praga (3/06/08) sulla “Coscienza europea e
il comunismo”... Pare insomma che intorno a questo tema
negli ultimi tempi si stanno dando parecchio da fare a
Bruxelles. Eppure con la crisi economica che avanza
il problema non è proprio scottante... Oppure si?
C'è infatti un'altra cosa che
colpisce in quest'elenco di provvedimenti e Dichiarazioni di
diritti fondamentali dell'uomo (puntualmente disattese): il
riferimento alla decisione quadro del Consiglio d'Europa
(28/11/2008), relativo alla “lotta contro talune forme ed
espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto
penale”. Si tratta di una decisione che autorizza a punire
penalmente chi, attraverso pubblicazioni e discorsi, incita
all'odio contro lo straniero. Un encomiabile provvedimento,
non c'è che dire. Ma che c'entra in questo contesto?
Semplice: questo provvedimento, ed altri affini, servono
come base giuridica per imbastire nei singoli paesi europei
i processi contro chi fornisce un'altra versione della
storia europea. Attenzione: non si tratta solo di
colpire le schifose menzogne dei negazionisti! Attraverso un
uso davvero spregiudicato del “reato d'opinione” si mira a
restringere lo spazio delle cose che possono essere dette.
Così criticare la politica dello Stato di Israele
ci fa immediatamente diventare antisemiti, dunque razzisti,
dunque condannabili. E riferirsi al comunismo ci fa
immediatamente appartenere ad una supposta schiera demoniaca
che predica l'odio e instaura dittature e gulag. Che
nella “libera” UE, insomma, la censura diventi esplicita,
passi in sentenza, dopo essere puntualmente in atto in ogni
media ed in ogni istituzione accademica?
Una lettura delle
considerazioni preliminari della Risoluzione ci conferma in
quest'interpretazione: “Considerando che nessun organo o
partito politico detiene il monopolio sull'interpretazione
della storia... che le interpretazioni politiche ufficiali
dei fatti storici non dovrebbero essere imposte attraverso
decisioni a maggioranza... che un parlamento non può
legiferare sul passato...”. Più che ipocrite, queste frasi
rappresentano una curiosa, colpevole ammissione: negano ad
alta voce esattamente ciò che sono impegnate a fare.
Lo scopo della Risoluzione è infatti proprio quella di
mettere dei paletti ben precisi alla storia europea, e
condividerli in tutti i paesi attraverso una votazione.
Bisogna infatti “porre le basi di una riconciliazione basata
sulla verità e la memoria”.
Ecco un dato davvero
inquietante: questo richiamo alla “verità”, quest'idea che
possa essere imposta dall'alto. Viene da chiedersi:
non è proprio quest'uso della Verità quello che storicamente
i liberali hanno contestato ai regimi “totalitari”?
In ogni caso ecco la nuova versione della storia europea:
“l'integrazione... è stata una riposta alle sofferenze
inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista...
e all'espansione dei regimi comunisti totalitari e non
democratici dell'Europa centrale e orientale, nonché un
mezzo per superare profonde divisioni... attraverso la
cooperazione e l'integrazione, ponendo fine alle guerre e
garantendo la democrazia”.
Davvero consolante, questa visione delle
cose. Ma c'è da dubitarne: innanzitutto l'integrazione,
più che aspirazione umanistica, è stata ed è tuttora un
fenomeno eminentemente economico e, attraverso la NATO e la
costruzione dell’esercito Europeo, anche militare.
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale quest'integrazione
è servita a tutelare, in un'alleanza strategica, gli
interessi delle borghesie dei singoli paesi occidentali –
che si trattasse di commerciare carbone ed acciaio, o di
sconfiggere le lotte sociali e le rivoluzioni al di qua
della cortina di ferro (si pensi alla Grecia, in cui le
forze anglo-americane intervennero negli anni '40 per
sconfiggere una rivoluzione vincente).
In secondo luogo, l'integrazione non
ha assolutamente posto fine alle guerre in Europa:
basti pensare alla Serbia ed al Kosovo, dove l'UE è andata
allegramente a bombardare (ah già, ma loro non sono
“europei”...). Se poi parliamo delle guerre nel mondo,
quelle non hanno mai smesso di aumentare dalla caduta
dell'URSS, e l'UE, costituitasi come vera potenza in un
mondo “multipolare”, vi ha ben contribuito mandando i suoi
soldati in Somalia, Afganistan, Iraq...
La storia della “democrazia
garantita”, poi, rasenta il ridicolo: mentre
qualche decennio fa la democratica Germania Ovest metteva il
partito comunista fuori legge ed i servizi segreti italiani
preparavano stragi e colpi di Stato, oggi l'UE blinda le sue
frontiere, causando la morte di migliaia di migranti, e
militarizza lo spazio interno, schierando i soldati nelle
sue metropoli, reprimendo chiunque manifesti idee differenti
dal neoliberismo imperante. Senza parlare di interi popoli,
come quello basco, ancora oppressi, o del controllo
pressoché monopolistico dell'informazione, ci sarebbe da
chiedersi che voglia dire “democrazia” per questi signori,
se non il procedimento formale dell'elezione, sul cui senso
peraltro ci sarebbe parecchio da dire (dalla scarsa
partecipazione alle varie leggi “truffa”, con soglie di
sbarramento e premi di maggioranza...).
Così l'integrazione viene
presentata come “modello di pace e riconciliazione”, “libera
scelta dei popoli europei a impegnarsi per un futuro
comune”. E poco importa che i suddetti popoli abbiano votato
più volte NO alla Costituzione ed al Trattato europeo... Con
l'UE non si scherza! E infatti, seguendo la dottrina
bushiana della “prevenzione” e dell'“esportazione della
democrazia”, il Parlamento dichiara che l'UE “ha una
responsabilità particolare nel promuovere e salvaguardare la
democrazia... sia all'interno che all'esterno del suo
territorio”!
Ma veniamo al punto essenziale
della Risoluzione: il rapporto dell'Europa con il
“totalitarismo comunista”. Qui si esercita la propaganda più
becera: sparisce dalla memoria europea il
colonialismo e l'imperialismo, la feroce spartizione del
mondo in nome del profitto che ha portato milioni di persone
alla morte, alla fame, al sottosviluppo; sparisce l'immane
carneficina prodotta proprio da quelle logiche di
accumulazione e conflitto intercapitalista, ovvero la Prima
Guerra Mondiale; spariscono le responsabilità delle potenze
vincitrici che vollero affossare e punire la Germania di
Weimar, generando così il nazismo; sparisce l'attacco delle
forze polacche, francesi e inglesi contro la giovane Unione
Sovietica per affossare la Rivoluzione... Si arriva così a
chiedere di consacrare il 23 agosto, data del patto
Molotov-Ribentropp, alla memoria delle vittime del
totalitarismo. Come se la Seconda Guerra Mondiale e le sue
vittime non fossero state prodotte da ben altri accordi,
quelli “pubblici” di Monaco, dove Francia e Inghilterra
appoggiarono le deliranti pretese di Hitler e quelli
“privati”, per cui il Terzo Reich doveva essere
salvaguardato in quanto baluardo contro il contagio
comunista. Con buona pace della Repubblica spagnola, uscita
vincente dalle elezioni, ma condannata dal non intervento di
Francia e Inghilterra dopo il colpo di Stato nazifascista...
Tutto insomma accade come se da un
lato ci fossero i buoni, l'“Europa pacifica e prospera,
fondata sui valori del rispetto della dignità umana, della
libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello stato di
diritto”, e dall'altro i cattivi, non democratici,
comunisti, che inspiegabilmente però hanno goduto
di un supporto popolare notevole, hanno sconfitto il
nazifascismo, stabilizzato zone da secoli teatro di faide e
rivolte, hanno permesso la modernizzazione e lo sviluppo,
hanno lottato ovunque per la pace e l'estensione dei diritti
in tutti i campi della vita collettiva.
Così, non soltanto gli scambi fra i regimi
democratici e quelli “totalitari”, comprovati negli anni '30
così come oggi, sono ignorati; non solo gli omicidi politici
e le torture delle polizie “democratiche” occidentali non
sono menzionate, non soltanto “gli eroi dell'epoca
totalitaria” che ci si propone di commemorare sono spesso
stati leader di formazioni filonaziste riciclate (si pensi
ai paesi baltici, alla Croazia, alla Romania)... La cosa che
nella Risoluzione colpisce è che tutta la
complessità che si domanda all'analisi delle nostre società
capitaliste, è negata a quelle del socialismo reale,
contraddittori ma significativi esperimenti di democrazia
effettiva, rappresentati come il regno dell'arbitrio di un
pugno di esaltati, schiacciati sulle loro mancanze.
Ma non è proprio una visione del mondo manichea quella che
storicamente i liberali hanno contestato ai regimi
“totalitari”?
Ancor di più, si
assiste ad un'operazione di torsione del linguaggio che mira
a stravolgere il senso stesso delle parole. Siccome
il termine “comunista” non è ancora abbastanza squalificato,
bisogna associarlo a qualcosa di terribile. Ecco
come lavora l'ideologia: non solo al livello dei contenuti
evidenti, ma sulle stesse forme espressive.
Allora si prende un termine
oggettivamente squalificato come “totalitario” (saltando a
piè pari sul fatto che questa definizione, secondo gli
storici, è a malapena calzante per il nazismo e lo
stalinismo), lo si associa con altri termini vicini, ma per
nulla coincidenti e soprattutto vaghi, come
“antidemocratico” e “autoritario”, e li si rende
interscambiabili. Tutto ciò che non rientra nei canoni della
democrazia borghese, è ipso facto diventato totalitario. I
regimi dell'Est erano differenti dalla nostra democrazia,
dunque erano totalitari - anche se si chiamavano “democrazie
popolari” (strana ironia la loro, eh?). Ma questi regimi
erano comunisti, dunque tutti i comunisti sono totalitari. E
il totalitarismo è l'unica cosa che la democrazia non può
tollerare. Dunque la democrazia non può tollerare il
comunismo. E si deve impegnare affinché questo crimine non
ritorni più.
Attraverso un uso
ingiustificato e ripetitivo delle parole e delle loro
associazioni, il “comunismo totalitario” è così inculcato,
diventa materia non opinabile. Così, fra poco, ci dice
ancora il documento, “un'Europa unificata celebrerà il 20°
anniversario del crollo delle dittature comuniste”: si dà
per scontato il festeggiamento, senza dire cosa ha
comportato questo crollo, in termini di vite umane, di
aumento della povertà, diminuzione dei diritti, emigrazione
di milioni di uomini e donne, sacrificati allo sfruttamento
ed alla prostituzione...
Bisogna comprendere che
queste risoluzioni segnano un salto di qualità del
revisionismo storico. Con l'equiparazione tra
comunismo e nazismo (negata da qualsiasi storico serio, e da
tutti i maggiori intellettuali europei del novecento, da
Thomas Mann a Primo Levi), non si vogliono solo svilire gli
ideali di chi ha combattuto per la giustizia e la libertà,
né emarginare culturalmente e socialmente persone che hanno
opinioni “scomode”. Si tratta di preparare le condizioni per
la loro punizione, e di dissuaderli preventivamente a
dichiarare le proprie idee. Queste operazioni
ideologiche hanno insomma degli effetti concreti.
Ispirando la pubblicazione di studi che si rovesceranno
nelle università e nei manuali scolastici, utilizzando la
Giornata della Memoria come spunto per violente campagne
mediatiche, riscrivendo la storia d'Europa come conviene a
chi vuole autolegittimarsi, si tenterà di togliere il
terreno a chi lavora per una trasformazione dell'esistente.
Dietro la bandiera della lotta
al “totalitarismo comunista” si cela quindi la lotta a
qualsiasi forma di lotta sociale, di conflitto radicale, in
nome di un presunto “equilibro” e di una “moderazione”
funzionali alle esigenze del capitale. La criminalizzazione
del comunismo coinvolge a largo spettro chiunque non
nasconda il suo dissenso, lotti per la sua sopravvivenza,
opponendosi ai licenziamenti, occupando una casa, una
fabbrica, una facoltà, impedendo che si apra l'ennesima base
militare o la discarica sotto casa. Mettendo fuori
legge quella parola si mette fuori legge quello che quella
parola vuol dire. E si inventano dei nemici, per
dimenticarci quelli che abbiamo in casa. Utile, soprattutto
in tempo di crisi.
In 1984 di George Orwell
“l'eroe dell'epoca totalitaria” passava le sue giornate a
rivedere i dizionari, a lavorare alacremente per far sparire
certe parole, per creare una neolingua, ben epurata, che
impedisse di pensare la dissidenza. Cancellava articoli di
giornale, riscriveva la storia, perché “chi controlla il
passato controlla il futuro”. Forse un regime capitalista
non ha troppo bisogno di parate o di adunate: è tutto molto
dispendioso. All'UE bastano le leggi di mercato, i media, la
polizia, qualche intellettuale compiacente. Soprattutto, gli
basta fabbricare ad arte l'ignoranza e la paura.
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tratto da:
Collettivo Autorganizzato
Universitario
dell’Università di Napoli
http://cau.noblogs.org/
Link articolo:
http://cau.noblogs.org/post/2009/04/21/verso-il-25-aprile...-chi-controlla-il-passato-controlla-il-futuro
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