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“Eat
the rich”, mangiati il ricco! E’
questo quanto inneggia da dieci anni War
Class, una delle reti
anticapitaliste che ha animato le mobilitazioni di Londra
contro il vertice delle potenze economiche del G20 sulla
crisi. L’invocazione di oggi a mangiarsi i ricchi evoca e
irride la “Modesta Proposta” con cui nel Settecento Jonathan
Swift provocava l’establishment
britannico suggerendo di risolvere il problema della
povertà…mangiandosi i numerosi
figli dei poveri. Eppure dobbiamo riconoscere che l’idea di
“mangiarsi i ricchi” come alternativa alla crisi economica,
nel XXI Secolo ha una sua piena pertinenza con la realtà della
situazione.
Le
manifestazioni di Londra contro il vertice del G 20 e quelle
di Strasburgo contro il vertice della NATO, hanno fatto venire
a qualche osservatore l’idea e la nostalgia di un ritorno alla
ribalta dei movimenti antiliberisti che irruppero sulla scena
dal dicembre del ’99 a Seattle passando per Genova e
Cancùn. In realtà non è la stessa
cosa e sotto certi aspetti dobbiamo augurarci e lavorare
affinché non siano la stessa cosa. E’ diversa la realtà –
caratterizzata dalla manifestazione pubblica della crisi della
civilizzazione capitalistica e del suo modello – e sono
diverse anche le soggettività sociali che via
via entrano in campo.
Emblematica
di questa differenza è la preoccupazione espressa dal rapporto
sull’instabilità sociale degli stati elaborato dall’Economist
Intelligence Unit qualche
settimana fa e dall’editoriale del quotidiano confindustriale
Il Sole 24 Ore. Quest’ultimo segnala la differenza tra i
movimenti no global degli anni scorsi e la rabbia degli operai
che perdono il lavoro e sequestrano i manager. “Il tratto
distintivo più rilevante è che nel caso francese l’attacco ai
manager dell’industria –e non della finanza – vede la
partecipazione di lavoratori coinvolti in consistenti
licenziamenti, con la partecipazione di qualche sindacalista”
scrive l’editorialista “Gli episodi di conflittualità
segnalano la possibilità che si diffondano forme di ribellismo
con il coinvolgimento diretto di lavoratori colpiti da
licenziamenti per effetti della crisi”. Due sono le
considerazioni che l’editorialista confindustriale fa derivare
da queste constatazioni: i rischi maggiori non vengono dai
movimenti anti-globalizzazione dove ci sono frange violente ma
estremamente minoritarie; occorre assolutamente non indebolire
i sindacati perché “il ribellismo diffuso può assumere
venature populistiche e tende a saltare le stesse
organizzazioni sindacali… è
soprattutto il ricorso ai licenziamenti e insieme la debolezza
delle organizzazioni che deve far riflettere”. (1).
Il giornale
della grande industria italiana ci manda dunque a dire di
temere che il conflitto sociale veda come protagonisti i
lavoratori, che non si limiti a contestare le banche ma prenda
di petto anche l’industria, che governo e padronato
commetterebbero un errore nell’indebolire troppo i sindacati
concertativi (Cgil inclusa e soprattutto) perché in Francia i
sindacati sono deboli ma la conflittualità sociale è più dura
e alta che in Italia.
Questo
documento coglie bene – anche se del tutto involontariamente –
uno dei maggiori rilievi critici che negli anni scorsi abbiamo
mosso ai movimenti no global nel nostro paese e in Europa,
ovvero quello di essere talvolta molto radicali nelle forme di
lotta ma riformisti negli obiettivi. La straordinaria
indulgenza di cui hanno goduto tutto gli apparati riformisti
dentro i Social Forum (dalla Cgil, all’Arci, al PRC
bertinottiano etc.), ha fatto sì
che questi movimenti sociali venissero sistematicamente
depotenziati dalla loro carica conflittuale sul piano sociale
mentre – qua e là – venivano tollerate forme di protesta
magari radicali ma riconducibili sul piano politico al
progetto riformista e concertativo. Questo rapporto piuttosto
malsano, è stato però rotto dalla vittoria della destra con
relativa sconfitta della sinistra di governo e dall’irruzione
della crisi come parametro generale che conforma analisi,
azione politica, interessi in gioco e comportamenti sociali di
questi mesi.
Raccogliere la sfida
In tale
scenario, diventa dunque importante discutere una radicalità
di contenuti adeguata alla situazione e le forme di lotta
conseguenti a entrambe. E’ importante sapere che in questo
ambito non sono solo la sinistra anticapitalista e i comunisti
a riflettere. Il governo, i padroni e i loro apparati
ideologici si sono già posti il problema e si sono messi al
lavoro.
1)
Il governo ha varato un
provvedimento antisciopero che non solo impedisce il conflitto
in un settore strategico come i trasporti ma che penalizza
fortemente ogni manifestazione che interrompa la mobilità
(blocchi stradali, ferroviari etc.) e si prepara a
destrutturare la rappresentatività sindacale per distruggere
il crescente sindacalismo di base.
2)
I padroni – nel senso
proprio dei padroni delle industrie – fino ad oggi hanno
lavorato alla divisione dei sindacati concertativi imponendo
la modifica della contrattazione collettiva, marginalizzando
la Cgil e firmando accordi separati (vedi Piaggio e
Fincantieri). Il rischio di questo atteggiamento è oggi ben
visibile e l’editoriale del Sole 24 Ore lascia intendere che
la Cgil va recuperata al più presto al suo ruolo di garante
della concertazione e del controllo sindacale sui lavoratori e
il conflitto sociale;
3)
La crisi, nel suo
manifestarsi concreto sull’economia reale fatta di posti di
lavoro, salari, consumi, mutui, affitti, fiducia, condizioni e
aspettative di vita delle famiglie dei lavoratori, produce un
cambiamento nei comportamenti sociali. Una radicalizzazione di
questi comportamenti può essere
incalanata nella competizione tra poveri o nel razzismo
contro gli immigrati oppure può produrre una conflittualità
sociale più avanzata. Come è stato detto giustamente in un
recente dibattito, oggi un lavoratore può essere un crumiro o
un rivoluzionario nello stesso giorno, dipende dalle
indicazioni e dai livelli di organizzazioni che si trova a
disposizione in quel momento (2). La differenza tra gli operai
di Prato che intendono condividere la sorte con i padroni
della loro azienda e gli operai francesi della Sony o della
Caterpillar che sequestrano i loro manager per costringerli a
non chiudere la fabbrica, salta agli occhi. E’ evidente come
in questo caso la funzione della soggettività di una sinistra
anticapitalista (e dentro questa dei comunisti) possa
rivelarsi decisiva.
Sul piano
politico, possiamo rilevare come la coscienza di questi
fattori stia producendo idee e progetti definiti. Le destre
unite nel nuovo Partito della Libertà ripropongono una forma
attualizzata del corporativismo fascista fondato sul Lavoro,
un concetto questo che mette insieme gli interessi dei padroni
e dei loro operai. I liberisti del Partito Democratico non
vanno troppo lontano e propongono un patto neocorporativo con
gli stessi presupposti ma dentro cui il ruolo dei sindacati è
decisivo ai fini della concertazione generale. I maggiori
partiti comunisti (PRC,PdCI)
liquidano la crisi in corso come elemento secondario rispetto
alle proprie esigenze interne e stentano ancora enormemente a
far decollare proposte e atteggiamenti di rottura con il
riformismo e la mentalità “governista”.
Per questo motivo alternano proposte formalmente giuste come
la nazionalizzazione delle banche (ma che se restano scritte
sui manifesti si rivelano velleitarie) e proposte arretrate
come gli ammortizzatori sociali o la diffusione dei mercatini
popolari per il pane, i libri usati e quant’altro.
Una
funzione possibile per la sinistra anticapitalista
Una domanda
si pone obbligatoriamente. E noi? Come e cosa devono proporre
in un contesto di crisi economica e sociale sistemica una
sinistra anticapitalista ed insieme ad essa i comunisti?
Su questo la
discussione deve cessare di essere superficiale ed entrare nel
merito, muovendo insieme al dibattito anche l’inchiesta, la
mobilitazione, la sperimentazione delle forme di lotta e la
verifica delle idee dentro il conflitto sociale esistente ed
in quello potenziale.
Innanzitutto
occorre sottrarsi al ritorno della mentalità “no global” che
si è imperniata intorno a obiettivi arretrati e riformisti
rappresentati però con forme di lotta “radicali”. Non
possiano negare che certe azioni
“esemplari” vedano come protagonisti più fotografi e cameraman
che militanti e attivisti.
Far saltare
le casamatte – per dirla con
Gramsci – su cui si regge il sistema di comando capitalistico
in Italia e in Europa, può essere realizzato sia con forme di
lotta pacifiche ma su contenuti radicali (vedi ad esempio il
boicottaggio dell’economia israeliana in un paese
politicamente schierato con Israele come l'Italia ), sia con
forme di resistenza operaia e popolare più avanzate come
l’occupazione delle fabbriche a rischio di licenziamenti e
chiusure per poter disporre della ricchezza materiale prodotta
dai lavoratori, i blocchi stradali e ferroviari, le
occupazioni delle case tenute sfitte dalla speculazione
immobiliare, l’organizzazioni degli scioperi facendo sì che
vengano interrotti i sistemi operativi.
Ma il
problema vero non sono tanto le forme di lotta quanto gli
obiettivi. Su questo la discussione sul programma di fase e
sugli obiettivi strategici stenta ancora a decollare (3).
Eppure è proprio su questi contenuti e sulla consapevolezza
della propria funzione dentro la crisi che il dibattito è
urgente e stimolante allo stesso tempo. E’ inevitabile che
questo percorso debba produrre una rivoluzione culturale tesa
ad evitare l’avventurismo e l’elettoralismo che sono
perfettamente convergenti sul piano della mera
rappresentazione del conflitto ma inservibili sul piano della
sua capacità/possibilità di rottura sociale sostanziale.
Oggi il
dibattito e la messa in campo come obiettivo strategico di un
progetto politico per l’alternativa al capitalismo e di un
programma di fase come fattore di resistenza, organizzazione,
controtendenza di vari segmenti del blocco sociale antagonista
oggi ancora disgregato, è una necessità della situazione e una
possibilità che la realtà stessa rende praticabile e non più
velleitaria.
Solo se
ricominciamo ad avere in mente anche “i fini” del nostro agire
politico e della nostra identità politica e di classe (4)
possiamo discutere nel concreto di salario garantito,
riduzione dell’orario di lavoro, requisizione degli alloggi
sfitti, dell'eliminazione dell’IVA sulle tariffe dei servizi e
del blocco delle spese per gli armamenti come contenuti per
una possibile ed emancipatrice battaglia anticapitalista
dentro la crisi nel nostro paese. Oggi possiamo dire con una
certa credibilità che questo percorso si può fare e che il non
farlo dipenderà moltissimo dalla nostra soggettività.
Note:
(1) Carlo
Trigilia.“Se la rabbia antimanager
fa più danni dei “no global”, Sole 24 ore del 2 aprile
(2) Intervento di Giorgio
Cremaschi al dibattito “Insieme per, uniti contro”, Roma 27
marzo.
(3) A maggio del 2008 la
Rete dei Comunisti ha elaborato una proposta politica per i
comunisti e la sinistra anticapitalisti contenente sette punti
programmatici. Ma dopo una partenza incoraggiante dovuta al
clima post batosta elettorale di aprile, le interlocuzioni
dentro le forze della sinistra alternativa e nei movimenti
sociali si è come al solito” ibernato”
(4) Su questo rinviamo
all’articolo“Odio di classe”pubblicato su
Contropiano
del settembre 2007
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