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Mur, Le
Muro, Il
Simone Bitton, 2004
Scénario: Documentaire
Image: Jacques Bouquin
Son: Jean-Claude Brisson
Musique: Gilad Atzmon & The Orient House Ensemble, Rabih
Abu-Khalil
Montage: Catherine Poitevin-Meyer, Jean-Michel Perez
1h39 / 35mm / 1.85 / couleur / dolby SR
2004 / France
en arabe et hébreu sous-titré en français
L'ultimo lavoro
cinematografico di Simone Bitton Mur ha ottenuto il premio come
miglior film alla 40º Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di
Pesaro e il Grand Prix del Festival International du
Documentaire de Marseille. La regista nata in Marocco ma vissuta
tra Francia e Israele, ha realizzato un interessante
documentario sulla recente costruzione in cemento che ha
contribuito a separare, fisicamente e mentalmente, la
popolazione palestinese e israeliana.
Il rumore assordante di potenti trapani e di ruspe invisibili,
accompagna il lento sollevarsi di enormi divisori in cemento che
hanno ormai separato uomini, donne e bambini: sembrano non
capire quello che si verifica intorno a loro e la macchina da
presa si sofferma sugli sguardi che fissano l’obiettivo, sulle
piccole mani che giocano con la terra impastata d’acqua.
Interi villaggi sono rimasti isolati e ne risulta compromessa la
semplice possibilità di coltivare la terra (in particolare per
produrre olio), raggiungere i terreni, spesso già distrutti
dalle potenti ruspe israeliane. Il 30 Giugno 2004 la Corte dell’Aja
ha pubblicamente condannato la costruzione del “muro israeliano”
fortemente voluto dal premier Sharon e dal suo Governo.
L’opinione pubblica tace ancora una volta, tutto sembra
scivolare nei fiumi d’inchiostro della carta stampata
internazionale. I principali Governi internazionali finanziano
la costruzione del “muro israeliano-palestinese”, fornendo
materiale, denaro e armi per costruire regimi di terrore e di
controllo su popolazioni emarginate e su individui che per
ragioni esterne, non possono crescere in un clima culturale
adeguato. Ultimamente assistiamo anche al processo inverso, in
particolare sulla fornitura di armi: l’America non riesce più a
rifornire completamente i propri eserciti sparsi per il mondo e
visto l’alto tasso di indebitamento del Pentagono, leggiamo (in
miseri articoli di fondo giornale) di come Israele (e non solo)
rifornisca gli Stati Uniti di armi da guerra.
L’azione mi sembra paritaria, soprattutto per il risultato:
cemento/armi per potere e controllo. Quello che maggiormente
preoccupa è come questa simbiosi di potere sembra aver allargato
enormemente le proprie radici: i “comuni” cittadini del mondo
non riescono più a trovare gli strumenti adeguati per sovvertire
certi poteri che appaiono insormontabili.
E se veramente questo potere fosse entrato in una spirale troppo
difficile da spezzare? Quali rimedi e quanto tempo ci vorrà per
interrompere questa estenuante corsa alla supremazia assoluta?
La storia mondiale ha già vissuto la costruzione e
l’abbattimento improvviso di muri che hanno creato divisioni tra
gruppi diversi per troppo tempo. Assistiamo ancora una volta
allo scorrere lento di immagini che ci presentano una realtà già
vissuta troppe volte, ma che storicamente non sembra avere fine.
Il documentario accompagna al primo calare della sera, i
tentativi di alcune donne o uomini che cercano di superare il
muro per tornare, almeno per qualche ora, a una vita normale.
Con estrema difficoltà, sono stati aperti dei piccoli varchi
nella barriera di cemento: colpiscono, inoltre, le numerose
scritte che già riempiono le pareti ancora fresche. Non
riusciamo a capirne il significato, ma l’insistenza della
macchina da presa ne suggerisce l’importanza.
Il documentario è accompagnato da una lunga intervista al
Ministro della difesa del Governo israeliano, che commenta
l’importanza della realizzazione del muro: l’investimento
monetario per la costruzione di una delle più imponenti
fortificazioni contemporanee è stato uno dei più cospicui nella
storia di Israele.
L’unico aspetto positivo che ho potuto riscontrare nelle
immagini delle famiglie palestinesi che sono ormai rinchiuse nel
loro stesso territorio, è la semplicità con cui,
inesorabilmente, continuano le proprie tradizioni e la propria
quotidianità: esprimono attaccamento alle proprie radici e
capacità di vivere in situazioni di estremo dolore.
La costruzione del muro ha aumentato la paura e lo smarrimento
nelle parole e negli sguardi degli abitanti palestinesi ed
israeliani; una voce riesco ancora a ricordarla: “quando la
gente avrà perso ogni speranza, resterà in silenzio, io ancora
spero e dunque combatto…”
[24.11.04] |